E si muoveva nella notte come in un bagno d’ombre e di luci e, fermo, mirò tutti gli universi osservabili e pianse per gli spazi ignoti. Una musica da nessun luogo mi sommerse, più profonda era la meraviglia di non poter cantare tutto quel ch’era restato senza note e senza voce.
Nessuna soglia sotto di me e tutto era sospeso con la materia che mi sosteneva, il canto e il cammino ovunque eguali erano la sostanza del mio esistere. Non era possibile cadere, e ogni vuoto era una pienezza da amare senza requie, la materia che vedevo era la stessa del suo contrario e il mio corpo, ovunque.
Come se lontano dai capestri e dai patiboli non scorgessi più il carnefice farsi strada vittorioso per i delitti consumati, e incolpevole e senza pietà avanzava lui coi suoi strumenti per nuovi ordini in altri luoghi consacrati dal diritto alle esecuzioni e al trasporto dei corpi una volta trionfali voci.
Perché oltre la tomba se non c’è uno spazio eguale in altri universi siamo paralleli ai rumori delle tragedie che noi registriamo da secoli e oggi non esiste alcuna soglia reale da calpestare e vivere - non ci è data se il delitto rifiutiamo prima della nostra presenza in-attuale.
*** In memoria di Giorgio Linguaglossa, poeta, critico letterario e saggista, scomparso il 20 aprile 2026. Con il blog L’Ombra delle Parole ha dato vita a un instancabile laboratorio di pensiero, confronto e ricerca critica.
7 risposte a "Antonio Sagredo _ A Giorgio Linguaglossa"
Giorgio Linguaglossa è stato un grande critico eretico e per questo libero di analizzare ovunque tutti gli “stati” della poesia, non solo italiana ma con efficace perizia la poesia internazionale. Maestro nello stabilire comparazioni tra poeti diversissimi sapeva cogliere quel filo rosso comune che gli permetteva di caratterizzare con dovizia di particolari l’essenza di ogni poeta. In questo lavoro di analisi e studio incessante ogni poeta trovava il suo giusto posto e questo gli permetteva di classificare correnti e movimenti vari. Dotato di grande volontà perseguiva questo suo metodo singolare fino all’esaurimento dei temi e dei contenuti che definivano anche ogni nuova proposta di poesia che si presentava nel corso degli anni fino a proporre l’ultima sua creatura; la poesia KITCHEN, che ha riscosso grande successo tra i poeti in generale.
La sua figura rasta ben caratterizzata nella storia della critica letteraria italiana, e in parte straniera, per aver percorso strade mai battute da altri studiosi.
Mando il mio saluto a Giorgio (virtuale non sapremo quanto). Indipendentemente dalla mia differente posizione nei confronti della teoria “nuova ontologia estetica”, che non condividevo, come ebbi modo di dirgli in varie occasioni, blog incluso, resta integro il mio apprezzamento per il suo grande impegno per la poesia.
Conservo un ricordo vivido di Giorgio Linguaglossa, legato all’unica occasione in cui ci incontrammo: un festival di poesia organizzato da Luciano Nota nella sua Lucania, nel 2013. Giorgio non aveva ancora dato avvio a L’ombra delle parole; io avevo appena pubblicato il mio primo libro di versi e lo portai con me per sottoporlo al giudizio di quel critico severo che Giorgio aveva fama di essere.
Parlammo a lungo di poesia. Avevamo, naturalmente, gusti e posizioni differenti. Più di tutto, Giorgio nutriva una fede incrollabile nel valore della critica. Io gli risposi che un’idea prescrittiva di poesia, di ciò che la poesia dovrebbe essere, non mi sarebbe stata di alcun aiuto davanti al foglio bianco, avevo bisogno, per quanto possibile, di sentirmi libero dal giudizio.
Per un certo tempo restammo in contatto. Nel frattempo Giorgio scrisse una bella recensione del mio libro, mi coinvolse in una collettanea da lui curata dedicata ai poeti del Sud e, di tanto in tanto, mi inviava testi e materiali per Neobar. Finché un giorno mi arrivò una sua mail, in cui osservava che su Neobar non si faceva vera critica. Gli risposi che Neobar non era nato come blog di critica. Forse quella risposta lo deluse visto che da allora i nostri scambi si fecero più radi, fino a spegnersi.
Resta il ricordo di un uomo generoso, appassionato, che ha dato molto alla poesia e al dibattito intorno alla poesia.
Ho un ricordo di fine estate. Niente di particolarmente interessante se non che vide protagonisti due uomini, Germanico ed il soldato Fabius, che si stimavano immensamente senza essersi mai incontrati prima.
Germanico era il grande condottiero che aveva portato nuova luce nello scenario della letteratura aprendo la via verso terre nuove, mai assoggettate stabilmente, in cui bisognava consolidare il dominio.
Che altro erano il kitchen e il distopico?
Per esprimerli s’era inventato un linguaggio fatto di chiavi di lettura come ultroneo, ucronico, logologico e molte altre, senza le quali si finiva in un vicolo cieco.
Come si può infatti interpretare una poesia civile e politica in cui manca la politica?
C’era di mezzo una conferenza ma intanto il sole era diventato insopportabile per Fabius che faceva la sua prima esposizione alla luce d’agosto dopo una missione esplorativa ai margini del sistema solare.
Plutone era stato un rifugio letterario da cui osservare e mettere a fuoco l’assurdità dell’accadimento umano, ma anche il luogo reale, desiderabile in quel momento messo a dura prova dalla graticola dell’estate 2025.
Togliere di mezzo niente meno che l’Io per sostituirlo con cosa?
Post-it attaccati al frigo, segnalibri, frammenti, cocci di bottiglie taglienti e spazzatura varia da nessun poeta considerata degna di interesse, che all’improvviso diventavano i pezzi forti della composizione poetica.
L’agguato era sempre possibile da parte del potere costituito per ristabilire l’ordine nell’impero e non faceva mistero di voler cancellare per sempre questa forma di spartachismo con le armi della derisione e dell’ostracismo, della messa al bando dai sacri posti della grande editoria, dai premi, dalle grandi riviste, dai mezzi radiotelevisivi che gli dava non poco filo da torcere.
I bestemmiatori dell’Io plenipotenziario si riconoscevano nella contraddizione di avere un’identità priva di identità.
Indossare gli abiti di avatar come armature post post-moderne si era rivelata un’operazione più che mai felice perché era stata capace di rendere coerente gli sforzi poetici di un gruppo eterogeneo con interessi e poetiche diverse.
Germanico e Fabius erano due di loro ma ora potevano scambiarsi opinioni e pensare al futuro per far fronte alla “Tecnica con la T maiuscola che afferisce al Signor Capitale” con la loro tecnicalità fatta di strategie ispirate al camaleonte e dunque all’arte del mimetismo più che al “gusto lirico euforbito ed eufonico”.
Ora si ha a che fare con l’intelligenza artificiale in grado di sostituire poeti e critici.
E intanto lo si imbocca per carpirne segreti e adeguare le armi del linguaggio.
Alla conferenza i due si unirono all’ottimo padrone di casa e poeta e si procedette come si conviene in questi casi, con il racconto del nuovo isotopo di ossigeno scoperto e descritto ampiamente sulle pagine dell’Ombra delle Parole.
Dalla sua ancora il pericolo della radioattività, per cui non pochi si tengono alla larga o ne minimizzano le potenzialità confrontandolo con le forme eterne della tradizione incasellate nella tavola periodica. Ma non era lo stesso Mendeleev a benedire gli elementi mancanti e ad auspicarne la scoperta?
Nel tornare a valle si parlò dell’Estraneo, intendendo quello letterario e non il soggetto che di lì a poco avrebbe fatto irruzione nella vita di Germanico per portarselo via.
All’epoca era l’interdetto, il tabù il limite impossibile della forma poesia che bisognava irridere, deridere e auto deridere. Poi una notte d’inverno giunse la notizia che l’Estraneo, quello reale, aveva fatto scacco matto.
Pasolini era convinto che la televisione ci avrebbe reso tutti vacui borghesi. si sbagliava, la televisione ci ha reso tutti più istruiti e intelligenti, nonché lecitamente orgogliosi di esserlo (come chi sa di sapere).
agli uomini di cultura e agli intellettuali, per contro, la tivù ha portato via tutto (ivi compreso il senso della vita). una volta scomparsa la massa plebea di ignoranti da guardare dall’alto in basso, i letterati son stati *colti* da una grave crisi d’identità e indotti a riciclarsi come profeti del vuoto.
disincanto, accettazione passiva del mondo capitalista e ironia ipocrita… ecco la santissima trinità dei conducator officianti la messa in ombra delle parole sotto le insegne del Potere. ma non crediate, mica è lavoro da poco! ci vuole genio, prestidigitazione e illusionismo, qualità e manipolazione…
Oscar Wilde scrisse che il successo letterario causa invidia o ammirazione.
con l’occasione, ribadisco che, come tutti sanno, io sono un nano, ergo: (1) bassa statura morale, (2) invidia strutturale per *giganti* e (3) livorosa frustrazione per l’essere solo e soltanto una minima et insignificante comparsa sul palcoscenico calcato da dotate e ammalianti superstarrr!
quindi chiedo preventivamente venia per la mia bassezza, e provo ad attaccarmi al tram, ma pure a questi versi di paPàsolini:
“lo scandalo del contraddirmi, dell’essere / con te e contro te; con te nel cuore, / in luce, contro te nelle buie viscere”
ordunque, fatte le dovute premesse, col cuore in nanovengo umilmente al dunque.
non ho avuto la fortuna di incontrare Giorgio Linguaglossa di persona: non frequentava gli orti e io non amo avventurarmi negli spazi siderali ignoti né rendere la vita un fine gioco di parole (*fine* a se stesso, s’intende, altrimenti…).
: )
la mia filosofia e il mio pensiero sono piantati saldamente su molteplici pilastri: i pomodori, innanzitutto, ma anche un po’ di melanzane, peperoni, zucche, cavoli e zucchine. non riesco a coltivare una visione scettica, moderna o post-moderna – quindi borghese o ar(t)istocratica – della realtà del mondo.
sono gli umanesimi (“umanistici” e sociali) che m’accompag_nano pei campi del sapere.
le carote proletarie del mio orto, non sono cucinate in croûte de sel con velo di beurre blanc affumicato: le carico su un lanciamissile, prendo la mira e sparo (sul mondomercato globale, restando coi piedi per terra, ben ancorato alla necessità del senso e alla mia vanga).
rarissime pertanto le occasioni in cui ho incrociato in rete il Linguaglossa. peraltro, visto che i commenti soprastanti narrano di incontri personali, anch’io farò lo stesso.
correva l’anno 2023 (o forse prima) e Giorgio scrisse un accorato pezzo (nel suo stile) esortandoci a firmare il MES.
così dissi la mia, giocando con le sue parole: “quando m’imbatto in divagazioni extra-letterarie dei Poeti, ne traggo involontariamente notizie sulla posizione psicologica e sul profilo intellettuale di chi le ha scritte, sulla sua appartenenza al ceto medio mediatico e sul suo quoziente di conformismo ideologico e sociale. è evidente che nel MES non c’è l’isotopo del plutonio (o il diavolo), bensì il *gurzo*. te lo potrebbero spiegare un PhD in Law&Economics, insieme a un PO di diritto costituzionale nell’Università Cattolica di Milano e a un giuslavorista laureato alla Bocconi. ma quando sei convinto di sapere di economia e finanza tanto quanto ne sai di Poesia, non c’è speranza (ergo superflua l’aggiunta d’un link). emblematica comunque la miMESis fantastica del MES evocata dai mass media nelle menti delle genti che, fuorviate da inganni prospettici e da sofismi di MEStiere econo/mistico, arrivano a bersi l’assurdità che sia “uno strumento che serve in caso di gravissima liquidità in cui uno degli Stati della UE si può trovare”.
scusa la franchezza, ma mi sembri assai MESmerizzato dal linguaggio allo stato neutro o allo statu nascendi del mediatico.
: )))
chiusa parentesi e torno ad immergermi nella kerMESse campata per letter’aria
: )”
non gradì, etichettandomi come sapientone “laureato alla Bocconi” (ignorando, evidentemente, che la Bocconi *è* il fortino degli economisti ortodossi, sacerdoti del capitalismo finanziario e liberista) e come “mesmerizzato alle ragioni della meloni” (!!??!!!). invocò, inoltre, a supporto delle sue certezze la famosa legge universale secondo cui… se tutti attraversano la strada senza guardare è bene che lo faccia anche tu.
inutile adacquare un terreno impermeabile: croce sopra ed evitai di replicare.
passando ad un contesto più squisitamente letterario e poetico, senz’altro più confacente al retroterra culturale di Giorgio Linguaglossa, trovavo sconfortante che indubbie e notevolissimequalità intellettuali et letterarie s’incartassero in modo così strutturalmente sconformista tra brillanti labirinti di parole, senza provare a scendere in piazza (ah, la poesia… un’arma potente di lotta interiore e esteriore, con la battaglia a svolgersi non solum nelle piazze, sed etiam anche nell’intimo delle coscienze)
amo molto la montagna, ma mi rattrista quando partorisce il topolino: strumenti eccelsi, perfettamente in grado di forgiare messaggi potenti e ficcanti, eppure ripiegati su se stessi. “rinuncia! rinuncia!” (scrisse nonno Franz), e qui lo si prende alla lettera. peccato, davvero uno spreco.
un recinto letterario, dunque, innocuo e funzionale per il sistema. utile alla Poesia. e molto lontano dall’essere umano. che langue tra app e movida senza uno straccio di guida…
: )
“eretico”, peraltro, è una lemma che in genere declino a tuttotondo. s’attaglia a Pasolini, che era un eretico impegnato a 360 gradi, dalla politica al sociale (la poesia come istituzione educativa e formante, strumento che avvicina alla verità e al significato). qui, invece, il tutto si trascrive in modo più eretista, fine a se stesso e alla Poesia (cerchie autorali).
poi, come persona (come già detto), non avevo la fortuna di conoscerlo.
chissà, magari era simpatico, affettuoso e generoso. beh, in ogni caso, per quanto minimo valore abbia, ecco il mio abbraccio da nano a forma di locuzione idiomatica diffusa nel linguaggio popolare:
sono sempre i migliori che se vanno…
mi accodo, pertanto, alla tristezza per la scomparsa di una vita umana (sempre preziosa e inestimabile, visto che siamo tutti pezzi unici e irripetibili: non ce n’è uno uguale all’altro!, biscotti Bistefani docet), e faccio le mie più sentite condoglianze a tutti coloro a cui mancherà.
per consolarci, possiamo risentire all’infinito la sua voce scritta.
“Nella poesia (qui c’è un errore di stampa, la “p” andava maiuscola, n.d.n.) degli Anni Dieci il nuovo si confonde con l’antico, il patetico con l’apatico, l’incipit con l’explicit ed entrambi risultano indistinguibili in quanto scintillio di una fantasmagoria, alchimia di chimismi elettrici, brillantinismi di un apparato fotovoltaico (…) quello che occorre è l’«irriconoscibilità», una poiesis che abbia una forma-poesia irriconoscibile, infungibile, intrattabile, refrattaria a qualsiasi utilizzazione normologica: per prima cosa bisogna liberarsi della parola «poesia» (vedi prima, n.d.n.), troppo inquinata e adulterata da parolismi e parolieri che fanno un lavoro nel migliore dei casi di modernariato conservativo, per pensare e parlare in termini di «poiesis». È dal concetto di una nuova «poiesis» che nasce la nuova poesia. Finché non si pensa in termini di «nuova poiesis» si ritornerà a fare poesia post-elegiaca nel migliore dei casi o poesia narrativa nel peggiore.”
la poesia *narrativa* “nel peggiore”!
eh… meno male che ho sempre scritto solo e soltanto romanzi, racconti e neurodeliriche.
: )
in massima schiettezza, un grande abbraccio a tutti, ivi compreso, ovviamente anche Giorgio.
Giorgio Linguaglossa è stato un grande critico eretico e per questo libero di analizzare ovunque tutti gli “stati” della poesia, non solo italiana ma con efficace perizia la poesia internazionale. Maestro nello stabilire comparazioni tra poeti diversissimi sapeva cogliere quel filo rosso comune che gli permetteva di caratterizzare con dovizia di particolari l’essenza di ogni poeta. In questo lavoro di analisi e studio incessante ogni poeta trovava il suo giusto posto e questo gli permetteva di classificare correnti e movimenti vari. Dotato di grande volontà perseguiva questo suo metodo singolare fino all’esaurimento dei temi e dei contenuti che definivano anche ogni nuova proposta di poesia che si presentava nel corso degli anni fino a proporre l’ultima sua creatura; la poesia KITCHEN, che ha riscosso grande successo tra i poeti in generale.
La sua figura rasta ben caratterizzata nella storia della critica letteraria italiana, e in parte straniera, per aver percorso strade mai battute da altri studiosi.
Federico Prati
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Addio, rabbi. Adesso sei nel tuo nulla. ✨✨✨
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Mando il mio saluto a Giorgio (virtuale non sapremo quanto). Indipendentemente dalla mia differente posizione nei confronti della teoria “nuova ontologia estetica”, che non condividevo, come ebbi modo di dirgli in varie occasioni, blog incluso, resta integro il mio apprezzamento per il suo grande impegno per la poesia.
Giuseppina
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Conservo un ricordo vivido di Giorgio Linguaglossa, legato all’unica occasione in cui ci incontrammo: un festival di poesia organizzato da Luciano Nota nella sua Lucania, nel 2013. Giorgio non aveva ancora dato avvio a L’ombra delle parole; io avevo appena pubblicato il mio primo libro di versi e lo portai con me per sottoporlo al giudizio di quel critico severo che Giorgio aveva fama di essere.
Parlammo a lungo di poesia. Avevamo, naturalmente, gusti e posizioni differenti. Più di tutto, Giorgio nutriva una fede incrollabile nel valore della critica. Io gli risposi che un’idea prescrittiva di poesia, di ciò che la poesia dovrebbe essere, non mi sarebbe stata di alcun aiuto davanti al foglio bianco, avevo bisogno, per quanto possibile, di sentirmi libero dal giudizio.
Per un certo tempo restammo in contatto. Nel frattempo Giorgio scrisse una bella recensione del mio libro, mi coinvolse in una collettanea da lui curata dedicata ai poeti del Sud e, di tanto in tanto, mi inviava testi e materiali per Neobar. Finché un giorno mi arrivò una sua mail, in cui osservava che su Neobar non si faceva vera critica. Gli risposi che Neobar non era nato come blog di critica. Forse quella risposta lo deluse visto che da allora i nostri scambi si fecero più radi, fino a spegnersi.
Resta il ricordo di un uomo generoso, appassionato, che ha dato molto alla poesia e al dibattito intorno alla poesia.
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Caro Antonio Sagredo
Ho un ricordo di fine estate. Niente di particolarmente interessante se non che vide protagonisti due uomini, Germanico ed il soldato Fabius, che si stimavano immensamente senza essersi mai incontrati prima.
Germanico era il grande condottiero che aveva portato nuova luce nello scenario della letteratura aprendo la via verso terre nuove, mai assoggettate stabilmente, in cui bisognava consolidare il dominio.
Che altro erano il kitchen e il distopico?
Per esprimerli s’era inventato un linguaggio fatto di chiavi di lettura come ultroneo, ucronico, logologico e molte altre, senza le quali si finiva in un vicolo cieco.
Come si può infatti interpretare una poesia civile e politica in cui manca la politica?
C’era di mezzo una conferenza ma intanto il sole era diventato insopportabile per Fabius che faceva la sua prima esposizione alla luce d’agosto dopo una missione esplorativa ai margini del sistema solare.
Plutone era stato un rifugio letterario da cui osservare e mettere a fuoco l’assurdità dell’accadimento umano, ma anche il luogo reale, desiderabile in quel momento messo a dura prova dalla graticola dell’estate 2025.
Togliere di mezzo niente meno che l’Io per sostituirlo con cosa?
Post-it attaccati al frigo, segnalibri, frammenti, cocci di bottiglie taglienti e spazzatura varia da nessun poeta considerata degna di interesse, che all’improvviso diventavano i pezzi forti della composizione poetica.
L’agguato era sempre possibile da parte del potere costituito per ristabilire l’ordine nell’impero e non faceva mistero di voler cancellare per sempre questa forma di spartachismo con le armi della derisione e dell’ostracismo, della messa al bando dai sacri posti della grande editoria, dai premi, dalle grandi riviste, dai mezzi radiotelevisivi che gli dava non poco filo da torcere.
I bestemmiatori dell’Io plenipotenziario si riconoscevano nella contraddizione di avere un’identità priva di identità.
Indossare gli abiti di avatar come armature post post-moderne si era rivelata un’operazione più che mai felice perché era stata capace di rendere coerente gli sforzi poetici di un gruppo eterogeneo con interessi e poetiche diverse.
Germanico e Fabius erano due di loro ma ora potevano scambiarsi opinioni e pensare al futuro per far fronte alla “Tecnica con la T maiuscola che afferisce al Signor Capitale” con la loro tecnicalità fatta di strategie ispirate al camaleonte e dunque all’arte del mimetismo più che al “gusto lirico euforbito ed eufonico”.
Ora si ha a che fare con l’intelligenza artificiale in grado di sostituire poeti e critici.
E intanto lo si imbocca per carpirne segreti e adeguare le armi del linguaggio.
Alla conferenza i due si unirono all’ottimo padrone di casa e poeta e si procedette come si conviene in questi casi, con il racconto del nuovo isotopo di ossigeno scoperto e descritto ampiamente sulle pagine dell’Ombra delle Parole.
Dalla sua ancora il pericolo della radioattività, per cui non pochi si tengono alla larga o ne minimizzano le potenzialità confrontandolo con le forme eterne della tradizione incasellate nella tavola periodica. Ma non era lo stesso Mendeleev a benedire gli elementi mancanti e ad auspicarne la scoperta?
Nel tornare a valle si parlò dell’Estraneo, intendendo quello letterario e non il soggetto che di lì a poco avrebbe fatto irruzione nella vita di Germanico per portarselo via.
All’epoca era l’interdetto, il tabù il limite impossibile della forma poesia che bisognava irridere, deridere e auto deridere. Poi una notte d’inverno giunse la notizia che l’Estraneo, quello reale, aveva fatto scacco matto.
Franco
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Pasolini era convinto che la televisione ci avrebbe reso tutti vacui borghesi. si sbagliava, la televisione ci ha reso tutti più istruiti e intelligenti, nonché lecitamente orgogliosi di esserlo (come chi sa di sapere).
agli uomini di cultura e agli intellettuali, per contro, la tivù ha portato via tutto (ivi compreso il senso della vita). una volta scomparsa la massa plebea di ignoranti da guardare dall’alto in basso, i letterati son stati *colti* da una grave crisi d’identità e indotti a riciclarsi come profeti del vuoto.
disincanto, accettazione passiva del mondo capitalista e ironia ipocrita… ecco la santissima trinità dei conducator officianti la messa in ombra delle parole sotto le insegne del Potere. ma non crediate, mica è lavoro da poco! ci vuole genio, prestidigitazione e illusionismo, qualità e manipolazione…
Oscar Wilde scrisse che il successo letterario causa invidia o ammirazione.
con l’occasione, ribadisco che, come tutti sanno, io sono un nano, ergo: (1) bassa statura morale, (2) invidia strutturale per *giganti* e (3) livorosa frustrazione per l’essere solo e soltanto una minima et insignificante comparsa sul palcoscenico calcato da dotate e ammalianti superstarrr!
quindi chiedo preventivamente venia per la mia bassezza, e provo ad attaccarmi al tram, ma pure a questi versi di paPàsolini:
“lo scandalo del contraddirmi, dell’essere / con te e contro te; con te nel cuore, / in luce, contro te nelle buie viscere”
ordunque, fatte le dovute premesse, col cuore in nano vengo umilmente al dunque.
non ho avuto la fortuna di incontrare Giorgio Linguaglossa di persona: non frequentava gli orti e io non amo avventurarmi negli spazi siderali ignoti né rendere la vita un fine gioco di parole (*fine* a se stesso, s’intende, altrimenti…).
: )
la mia filosofia e il mio pensiero sono piantati saldamente su molteplici pilastri: i pomodori, innanzitutto, ma anche un po’ di melanzane, peperoni, zucche, cavoli e zucchine. non riesco a coltivare una visione scettica, moderna o post-moderna – quindi borghese o ar(t)istocratica – della realtà del mondo.
sono gli umanesimi (“umanistici” e sociali) che m’accompag_nano pei campi del sapere.
le carote proletarie del mio orto, non sono cucinate in croûte de sel con velo di beurre blanc affumicato: le carico su un lanciamissile, prendo la mira e sparo (sul mondomercato globale, restando coi piedi per terra, ben ancorato alla necessità del senso e alla mia vanga).
rarissime pertanto le occasioni in cui ho incrociato in rete il Linguaglossa. peraltro, visto che i commenti soprastanti narrano di incontri personali, anch’io farò lo stesso.
correva l’anno 2023 (o forse prima) e Giorgio scrisse un accorato pezzo (nel suo stile) esortandoci a firmare il MES.
così dissi la mia, giocando con le sue parole: “quando m’imbatto in divagazioni extra-letterarie dei Poeti, ne traggo involontariamente notizie sulla posizione psicologica e sul profilo intellettuale di chi le ha scritte, sulla sua appartenenza al ceto medio mediatico e sul suo quoziente di conformismo ideologico e sociale. è evidente che nel MES non c’è l’isotopo del plutonio (o il diavolo), bensì il *gurzo*. te lo potrebbero spiegare un PhD in Law&Economics, insieme a un PO di diritto costituzionale nell’Università Cattolica di Milano e a un giuslavorista laureato alla Bocconi. ma quando sei convinto di sapere di economia e finanza tanto quanto ne sai di Poesia, non c’è speranza (ergo superflua l’aggiunta d’un link). emblematica comunque la miMESis fantastica del MES evocata dai mass media nelle menti delle genti che, fuorviate da inganni prospettici e da sofismi di MEStiere econo/mistico, arrivano a bersi l’assurdità che sia “uno strumento che serve in caso di gravissima liquidità in cui uno degli Stati della UE si può trovare”.
scusa la franchezza, ma mi sembri assai MESmerizzato dal linguaggio allo stato neutro o allo statu nascendi del mediatico.
: )))
chiusa parentesi e torno ad immergermi nella kerMESse campata per letter’aria
: )”
non gradì, etichettandomi come sapientone “laureato alla Bocconi” (ignorando, evidentemente, che la Bocconi *è* il fortino degli economisti ortodossi, sacerdoti del capitalismo finanziario e liberista) e come “mesmerizzato alle ragioni della meloni” (!!??!!!). invocò, inoltre, a supporto delle sue certezze la famosa legge universale secondo cui… se tutti attraversano la strada senza guardare è bene che lo faccia anche tu.
inutile adacquare un terreno impermeabile: croce sopra ed evitai di replicare.
passando ad un contesto più squisitamente letterario e poetico, senz’altro più confacente al retroterra culturale di Giorgio Linguaglossa, trovavo sconfortante che indubbie e notevolissime qualità intellettuali et letterarie s’incartassero in modo così strutturalmente sconformista tra brillanti labirinti di parole, senza provare a scendere in piazza (ah, la poesia… un’arma potente di lotta interiore e esteriore, con la battaglia a svolgersi non solum nelle piazze, sed etiam anche nell’intimo delle coscienze)
amo molto la montagna, ma mi rattrista quando partorisce il topolino: strumenti eccelsi, perfettamente in grado di forgiare messaggi potenti e ficcanti, eppure ripiegati su se stessi. “rinuncia! rinuncia!” (scrisse nonno Franz), e qui lo si prende alla lettera. peccato, davvero uno spreco.
un recinto letterario, dunque, innocuo e funzionale per il sistema. utile alla Poesia. e molto lontano dall’essere umano. che langue tra app e movida senza uno straccio di guida…
: )
“eretico”, peraltro, è una lemma che in genere declino a tuttotondo. s’attaglia a Pasolini, che era un eretico impegnato a 360 gradi, dalla politica al sociale (la poesia come istituzione educativa e formante, strumento che avvicina alla verità e al significato). qui, invece, il tutto si trascrive in modo più eretista, fine a se stesso e alla Poesia (cerchie autorali).
poi, come persona (come già detto), non avevo la fortuna di conoscerlo.
chissà, magari era simpatico, affettuoso e generoso. beh, in ogni caso, per quanto minimo valore abbia, ecco il mio abbraccio da nano a forma di locuzione idiomatica diffusa nel linguaggio popolare:
sono sempre i migliori che se vanno…
mi accodo, pertanto, alla tristezza per la scomparsa di una vita umana (sempre preziosa e inestimabile, visto che siamo tutti pezzi unici e irripetibili: non ce n’è uno uguale all’altro!, biscotti Bistefani docet), e faccio le mie più sentite condoglianze a tutti coloro a cui mancherà.
per consolarci, possiamo risentire all’infinito la sua voce scritta.
“Nella poesia (qui c’è un errore di stampa, la “p” andava maiuscola, n.d.n.) degli Anni Dieci il nuovo si confonde con l’antico, il patetico con l’apatico, l’incipit con l’explicit ed entrambi risultano indistinguibili in quanto scintillio di una fantasmagoria, alchimia di chimismi elettrici, brillantinismi di un apparato fotovoltaico (…) quello che occorre è l’«irriconoscibilità», una poiesis che abbia una forma-poesia irriconoscibile, infungibile, intrattabile, refrattaria a qualsiasi utilizzazione normologica: per prima cosa bisogna liberarsi della parola «poesia» (vedi prima, n.d.n.), troppo inquinata e adulterata da parolismi e parolieri che fanno un lavoro nel migliore dei casi di modernariato conservativo, per pensare e parlare in termini di «poiesis». È dal concetto di una nuova «poiesis» che nasce la nuova poesia. Finché non si pensa in termini di «nuova poiesis» si ritornerà a fare poesia post-elegiaca nel migliore dei casi o poesia narrativa nel peggiore.”
la poesia *narrativa* “nel peggiore”!
eh… meno male che ho sempre scritto solo e soltanto romanzi, racconti e neurodeliriche.
: )
in massima schiettezza, un grande abbraccio a tutti, ivi compreso, ovviamente anche Giorgio.
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Grazie Mannaja Malos,
ho inteso bene quanto hai scritto: seguita così, e Ti auguro un gran bene
Antonio Sagredo
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