Ho sospeso ogni cronologia i suoi tentativi di appendersi all’aria per mostrarsi in continuazione da un lato spunta la fine del muro in che punto pensi di averlo intrapreso lo cerchi tra le tacche come un cippo che segna la vita e quella sommersa impossibile da vivere messi in fila tra i disagi e l’orrore che una parte di umani vive da troppo tempo e mettiamo dei punti per passare avanti il sorpasso è qualcosa che accomuna il benessere travestito da malessere l’urlo è sempre di più solo un quadro il tema vorremo sia quello che discolpa il grado un livello raggiunto senza vergogna
Si sospende la misura degli eventi come tacche incise sul tempo,
adesso la scansione è tutta spaziale, un cammino lungo i muri cippo dopo cippo si segna la via e la vita. Per la maggioranza è un orrore, noi ci permettiamo i punti fissi per finire i discorsi quando ci va, e i punti sulla tessera del supermercato per sorpassarli in un benessere che comincia a vacillare. Il tempo è piatto.
L’urlo lo vediamo appeso ad un muro perché non abbiamo colpa, d’altronde siamo solo intenti a scalare la nostra montagnetta gerarchica. Ma il buco nero se arriverà inghiottirà tutto, anche le tacche sul tempo e sullo spazio.
Caro Giancarlo grazie per la tua lettura puntuale e precisa a volte illuminante e probabilmente siamo già inghiottiti in un buco nero.con dotazione massima di un abat jour.
mi ero perso questa tua, con la morte di Plinio: recupero.
sebbene i versi sfumino poetici con eleganza, si legge di sofferta umanità: la vita dei palestinesi (e nostra, ma allora è *disumanità*). il tutto mentre parallelamente sfuma l’attenzione (c’è il mondialeee!) che già stava ridotta all’osso. l’inesistenza affligge Gaza (e tutto ciò che non è Media-world, in ogni senso), e ‘nfatti non assurgono a livello di *realtà* più d’un migliaio di palestinesi uccisi dopo l’ennesimo “cessate il fuoco” (e più di 20.000 feriti, nel medesimo arco di tempo). non son stati demoliti centinaia di edifici, le forze militari a terra non sparano sui civili, i raid aerei non bombardano qua e là (giusto l’altro ieri a Khan Younis)…
“ho sospeso ogni cronologia” è un incipit che sanguina: c’è tutta la disillusione di “road map(s)” da presa in giro, nonché di storie, di scadenze e di futuri che cadono nel vuoto “appesi all’aria”. la “fine del muro” è roba riservata a storie occidentali (vedi Berlino): dall’altro lato, in merito di Palestina (o Libano) il muro di omertà si erge solidissimo. *c’è*, indubbiamente, “una parte di umani” che in massima evidenza non sono abbastanza esistenti e non sono abbastanza umani, almeno ai nostri occhi (chiusi)…
ma che problema c’è? finta di corpo e via, “sorpasso” per immergermi nel nostro arido “benessere” (che infatti trasuda di “malessere”): anche lo strazio dell’urlo di Munch diventa solo un quadro, anzi un ri-quadro da teleschermo (vieppiù silenziato, nonché schermato da ogni rischio di empatia e pure privo di “vergogna”).
e a nostra discolpa, giustamente, la colonnina di mercurio che s’impenna: millanta gradi, è caldo, aaargh, caldissimo… mica pretenderete che si scenda nelle strade con ‘sto caldo?!?!
e un grazie di cuore a Maurizio che s’ostina a non “passare avanti” di fronte all’orrore.
Si sospende la misura degli eventi come tacche incise sul tempo,
adesso la scansione è tutta spaziale, un cammino lungo i muri cippo dopo cippo si segna la via e la vita. Per la maggioranza è un orrore, noi ci permettiamo i punti fissi per finire i discorsi quando ci va, e i punti sulla tessera del supermercato per sorpassarli in un benessere che comincia a vacillare. Il tempo è piatto.
L’urlo lo vediamo appeso ad un muro perché non abbiamo colpa, d’altronde siamo solo intenti a scalare la nostra montagnetta gerarchica. Ma il buco nero se arriverà inghiottirà tutto, anche le tacche sul tempo e sullo spazio.
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Caro Giancarlo grazie per la tua lettura puntuale e precisa a volte illuminante e probabilmente siamo già inghiottiti in un buco nero.con dotazione massima di un abat jour.
Un caro saluto
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mi ero perso questa tua, con la morte di Plinio: recupero.
sebbene i versi sfumino poetici con eleganza, si legge di sofferta umanità: la vita dei palestinesi (e nostra, ma allora è *disumanità*). il tutto mentre parallelamente sfuma l’attenzione (c’è il mondialeee!) che già stava ridotta all’osso. l’inesistenza affligge Gaza (e tutto ciò che non è Media-world, in ogni senso), e ‘nfatti non assurgono a livello di *realtà* più d’un migliaio di palestinesi uccisi dopo l’ennesimo “cessate il fuoco” (e più di 20.000 feriti, nel medesimo arco di tempo). non son stati demoliti centinaia di edifici, le forze militari a terra non sparano sui civili, i raid aerei non bombardano qua e là (giusto l’altro ieri a Khan Younis)…
“ho sospeso ogni cronologia” è un incipit che sanguina: c’è tutta la disillusione di “road map(s)” da presa in giro, nonché di storie, di scadenze e di futuri che cadono nel vuoto “appesi all’aria”. la “fine del muro” è roba riservata a storie occidentali (vedi Berlino): dall’altro lato, in merito di Palestina (o Libano) il muro di omertà si erge solidissimo. *c’è*, indubbiamente, “una parte di umani” che in massima evidenza non sono abbastanza esistenti e non sono abbastanza umani, almeno ai nostri occhi (chiusi)…
ma che problema c’è? finta di corpo e via, “sorpasso” per immergermi nel nostro arido “benessere” (che infatti trasuda di “malessere”): anche lo strazio dell’urlo di Munch diventa solo un quadro, anzi un ri-quadro da teleschermo (vieppiù silenziato, nonché schermato da ogni rischio di empatia e pure privo di “vergogna”).
e a nostra discolpa, giustamente, la colonnina di mercurio che s’impenna: millanta gradi, è caldo, aaargh, caldissimo… mica pretenderete che si scenda nelle strade con ‘sto caldo?!?!
e un grazie di cuore a Maurizio che s’ostina a non “passare avanti” di fronte all’orrore.
potente, urticante e prezioso.
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