Giuseppina Di Leo_ Blues


Blues

Il ricordo che ho di te
è nel sorriso del garzone
intravisto d’un tratto al mattino.
È nel gesto dell’automobilista
che si accende un’altra sigaretta.
Il profilo di un uomo confuso
tra la gente mi richiama d’improvviso
mentre cerco la città attraverso
il finestrino.
Ed è nell’andatura
di chi ha da poco svegliato il ricordo
il passo della presenza.
L’indecifrabile apparenza
un inconsapevole remigare
il quotidiano rappiglia
nella distraente attenzione,
perfezione dell’immortalità.

Giuseppina Di Leo
Giuseppina Di Leo_ Parigi 2006

3 risposte a "Giuseppina Di Leo_ Blues"

  1. un “Blues” che è un flusso d’apparizioni, o meglio di *(ri)appropriazioni*. il ricordo è presenza diffusa, e il tu è immanente ma non presente (tipo qualcosa di Moravia): è l’immanenza dell’assenza a farsi oggetto di *comunicazione* e *comunione* (e il ricordo si disloca, si traveste, si moltiplica…)

    c’è anche un passo riflesso, nell’andamento dei versi: non solo il ricordo di qualcuno, ma la mentalizzazione stessa diventa ricorsiva “è nell’andatura / di chi ha da poco svegliato il ricordo”. eh… sarà che in questi giorni, i norvegesi remano al mondiale in coro, con il loro “ro!”, ma il “remigare” m’è entrato in risonanza (un’onda che si auto-alimenta, onda su onda, in stile Conte/Lauzi).

    remiamo e pagaiamo, dunque, in un flusso di realtà che ci trascina (inconsapevolmente) verso apparenze “indecifrabili”, id est, anche qualora le decifrassimo, sempre *apparenze* restano.

    però però però… tanto gentile e tanto onesta *pare*, ci insegnano alle medie, non vuole dire sembra, bensì *lo è* (un apparire in senso fisico, tangibile, non una parvenza!)

    e allora? beh, il senso è… che non serve l’attenzione, serve una distrazione per cogliere l’essenza. o almeno così leggo in questi versi. l’essenza è un cagliare del latte (tutt’altro che desiderabile, quando lo sto per bere, ma punto di partenza d’ogni arte casearia). la distrazione è *obliare* per un attimo il dolore che coviamo in noi, per tornare a guardarci intorno e ritrovare negli altri l’evocazione d’un ricordo.

    l’immortalità di questi versi, non è l’eternità, ma un’eternizzazione dell’istante (l’istante in cui il ricordo riappare *spontaneamente* nel mondo esterno). ed è perfetto perché non è voluto: è un dono (una madeleine proustiana senza madeleine), una quotidianità da ultima vertebra lombare *sacralizzata*.

    : )

    ok, e se anche avessi frainteso, vabbè, *tutto normale*, direi: l’incomunicabilità muove il mondo è il mio nanoforisma preferito

    che scribacchiare ancora? oh sì, il viaggio, beh, il viaggio con lo sguardo al finestrino, con la memoria a insinuarsi nell’istante (un punto flesso tra istante e distante) mi ha ricordato “Stella variabile” di Sereni, seppure *purgato* del nichilismo metodico. in altre parole – se posso permettermi – Di Leo reinventa il *qualcosa* (al posto del *nulla*) come centro ermeneutico di vera poesia (che infatti… giganteggia minuscola).

    e questo perché, oltre alla denuncia, al dolore e all’arte in sé, la poesia è anzitutto *accoglienza*. un’accoglienza senza pretese, in un’epoca di narcisismi, cacofonia, like, scadenze, guerre e vita a rate, questo blues in stile Lightnin’ Hopkins ci racconta che il senso delle cose non è nelle cose, ma nel modo in cui proviamo a osservarle (anzi, ancora meglio, nel modo in cui siamo osservati dalle cose)

    : )))

    accoglienza *è* ascolto che si fa grembo, che mette al mondo il ricordo non come gadget da possedere, ma come presenza umana da lasciar respirare…

    e questo perché, oltre alla denuncia, al dolore e all’arte in sé (vedi sopra), la poesia è anche parola metamorfica: non nega il dolore, lo elabora/trasforma in una resistenza umana più sottile, consapevole di essere (“solo” poesia).

    e chiudo, portando con me la corrispondenza sostanziale e transitiva, che lega in un continuum spazio-temporale “indecifrabile apparenza” = “distraente attenzione” = “immortalità”…

    evviva il blues, il lamento che si fa canto.

    : )

    e complimenti, ancora.

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