Il ricordo che ho di te è nel sorriso del garzone intravisto d’un tratto al mattino. È nel gesto dell’automobilista che si accende un’altra sigaretta. Il profilo di un uomo confuso tra la gente mi richiama d’improvviso mentre cerco la città attraverso il finestrino. Ed è nell’andatura di chi ha da poco svegliato il ricordo il passo della presenza. L’indecifrabile apparenza un inconsapevole remigare il quotidiano rappiglia nella distraente attenzione, perfezione dell’immortalità.
un “Blues” che è un flusso d’apparizioni, o meglio di *(ri)appropriazioni*. il ricordo è presenza diffusa, e il tu è immanente ma non presente (tipo qualcosa di Moravia): è l’immanenza dell’assenza a farsi oggetto di *comunicazione* e *comunione* (e il ricordo si disloca, si traveste, si moltiplica…)
c’è anche un passo riflesso, nell’andamento dei versi: non solo il ricordo di qualcuno, ma la mentalizzazione stessa diventa ricorsiva “è nell’andatura / di chi ha da poco svegliato il ricordo”. eh… sarà che in questi giorni, i norvegesi remano al mondiale in coro, con il loro “ro!”, ma il “remigare” m’è entrato in risonanza (un’onda che si auto-alimenta, onda su onda, in stile Conte/Lauzi).
remiamo e pagaiamo, dunque, in un flusso di realtà che ci trascina (inconsapevolmente) verso apparenze “indecifrabili”, id est, anche qualora le decifrassimo, sempre *apparenze* restano.
però però però… tanto gentile e tanto onesta *pare*, ci insegnano alle medie, non vuole dire sembra, bensì *lo è* (un apparire in senso fisico, tangibile, non una parvenza!)
e allora? beh, il senso è… che non serve l’attenzione, serve una distrazione per cogliere l’essenza. o almeno così leggo in questi versi. l’essenza è un cagliare del latte (tutt’altro che desiderabile, quando lo sto per bere, ma punto di partenza d’ogni arte casearia). la distrazione è *obliare* per un attimo il dolore che coviamo in noi, per tornare a guardarci intorno e ritrovare negli altri l’evocazione d’un ricordo.
l’immortalità di questi versi, non è l’eternità, ma un’eternizzazione dell’istante (l’istante in cui il ricordo riappare *spontaneamente* nel mondo esterno). ed è perfetto perché non è voluto: è un dono (una madeleine proustiana senza madeleine), una quotidianità da ultima vertebra lombare *sacralizzata*.
: )
ok, e se anche avessi frainteso, vabbè, *tutto normale*, direi: l’incomunicabilità muove il mondo è il mio nanoforisma preferito
che scribacchiare ancora? oh sì, il viaggio, beh, il viaggio con lo sguardo al finestrino, con la memoria a insinuarsi nell’istante (un punto flesso tra istante e distante) mi ha ricordato “Stella variabile” di Sereni, seppure *purgato* del nichilismo metodico. in altre parole – se posso permettermi – Di Leo reinventa il *qualcosa* (al posto del *nulla*) come centro ermeneutico di vera poesia (che infatti… giganteggia minuscola).
e questo perché, oltre alla denuncia, al dolore e all’arte in sé, la poesia è anzitutto *accoglienza*. un’accoglienza senza pretese, in un’epoca di narcisismi, cacofonia, like, scadenze, guerre e vita a rate, questo blues in stile Lightnin’ Hopkins ci racconta che il senso delle cose non è nelle cose, ma nel modo in cui proviamo a osservarle (anzi, ancora meglio, nel modo in cui siamo osservati dalle cose)
: )))
accoglienza *è* ascolto che si fa grembo, che mette al mondo il ricordo non come gadget da possedere, ma come presenza umana da lasciar respirare…
e questo perché, oltre alla denuncia, al dolore e all’arte in sé (vedi sopra), la poesia è anche parola metamorfica: non nega il dolore, lo elabora/trasforma in una resistenza umana più sottile, consapevole di essere (“solo” poesia).
e chiudo, portando con me la corrispondenza sostanziale e transitiva, che lega in un continuum spazio-temporale “indecifrabile apparenza” = “distraente attenzione” = “immortalità”…
Grazie per questo nuovo post.
Giuseppina
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un “Blues” che è un flusso d’apparizioni, o meglio di *(ri)appropriazioni*. il ricordo è presenza diffusa, e il tu è immanente ma non presente (tipo qualcosa di Moravia): è l’immanenza dell’assenza a farsi oggetto di *comunicazione* e *comunione* (e il ricordo si disloca, si traveste, si moltiplica…)
c’è anche un passo riflesso, nell’andamento dei versi: non solo il ricordo di qualcuno, ma la mentalizzazione stessa diventa ricorsiva “è nell’andatura / di chi ha da poco svegliato il ricordo”. eh… sarà che in questi giorni, i norvegesi remano al mondiale in coro, con il loro “ro!”, ma il “remigare” m’è entrato in risonanza (un’onda che si auto-alimenta, onda su onda, in stile Conte/Lauzi).
remiamo e pagaiamo, dunque, in un flusso di realtà che ci trascina (inconsapevolmente) verso apparenze “indecifrabili”, id est, anche qualora le decifrassimo, sempre *apparenze* restano.
però però però… tanto gentile e tanto onesta *pare*, ci insegnano alle medie, non vuole dire sembra, bensì *lo è* (un apparire in senso fisico, tangibile, non una parvenza!)
e allora? beh, il senso è… che non serve l’attenzione, serve una distrazione per cogliere l’essenza. o almeno così leggo in questi versi. l’essenza è un cagliare del latte (tutt’altro che desiderabile, quando lo sto per bere, ma punto di partenza d’ogni arte casearia). la distrazione è *obliare* per un attimo il dolore che coviamo in noi, per tornare a guardarci intorno e ritrovare negli altri l’evocazione d’un ricordo.
l’immortalità di questi versi, non è l’eternità, ma un’eternizzazione dell’istante (l’istante in cui il ricordo riappare *spontaneamente* nel mondo esterno). ed è perfetto perché non è voluto: è un dono (una madeleine proustiana senza madeleine), una quotidianità da ultima vertebra lombare *sacralizzata*.
: )
ok, e se anche avessi frainteso, vabbè, *tutto normale*, direi: l’incomunicabilità muove il mondo è il mio nanoforisma preferito
che scribacchiare ancora? oh sì, il viaggio, beh, il viaggio con lo sguardo al finestrino, con la memoria a insinuarsi nell’istante (un punto flesso tra istante e distante) mi ha ricordato “Stella variabile” di Sereni, seppure *purgato* del nichilismo metodico. in altre parole – se posso permettermi – Di Leo reinventa il *qualcosa* (al posto del *nulla*) come centro ermeneutico di vera poesia (che infatti… giganteggia minuscola).
e questo perché, oltre alla denuncia, al dolore e all’arte in sé, la poesia è anzitutto *accoglienza*. un’accoglienza senza pretese, in un’epoca di narcisismi, cacofonia, like, scadenze, guerre e vita a rate, questo blues in stile Lightnin’ Hopkins ci racconta che il senso delle cose non è nelle cose, ma nel modo in cui proviamo a osservarle (anzi, ancora meglio, nel modo in cui siamo osservati dalle cose)
: )))
accoglienza *è* ascolto che si fa grembo, che mette al mondo il ricordo non come gadget da possedere, ma come presenza umana da lasciar respirare…
e questo perché, oltre alla denuncia, al dolore e all’arte in sé (vedi sopra), la poesia è anche parola metamorfica: non nega il dolore, lo elabora/trasforma in una resistenza umana più sottile, consapevole di essere (“solo” poesia).
e chiudo, portando con me la corrispondenza sostanziale e transitiva, che lega in un continuum spazio-temporale “indecifrabile apparenza” = “distraente attenzione” = “immortalità”…
evviva il blues, il lamento che si fa canto.
: )
e complimenti, ancora.
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“se anche avessi frainteso”, no caro Malos, non hai frainteso niente, anzi è perfetto, perché è proprio così.
Giuseppina
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