Rosaria Scialpi_ La faglia empirea | Nota di lettura di Guglielmo Aprile

Rosaria Scialpi, La faglia empirea, Brè Edizioni, 2024, 100 pp.

Che il mito greco continui a parlarci è un fatto non soltanto culturale, ma profondamente antropologico: quelle visioni arcaiche disegnano la geografia segreta delle nostre passioni e custodiscono, in forma di enigmi, la mappa delle nostre paure e dei nostri desideri, dischiudendo un repertorio di figure senza tempo, in cui ci è ancora possibile riconoscere noi stessi e le coordinate profonde, immutabili nonostante l’avvicendarsi di epoche e di civiltà, della condizione umana. Lo dimostra con forza La faglia empirea, con cui Rosaria Scialpi riattiva questo deposito millenario, recuperando l’immaginario antico non in chiave esornativa, ma come strumento di verità. La poesia assume qui l’impegno di riportare il mito a ciò che era per i Greci: lo riconduce a quel fondamento tragico che Nietzsche fu il primo ad esaltare contro ogni riduzione moralistica o decorativa, e ci ricorda che i protagonisti di quelle favole remote, concepite nell’alba più oscura della storia, non sono sterili reliquie, ma le radici vive della nostra identità. I testi della sezione Mythos fanno da cornice a un corpo a corpo con archetipi che tornano a pulsare; tra le pagine riecheggiano i nomi di Arianna e di Orfeo, di Tiresia e di Medusa, non per inscenare un gratuito apparato ornamentale evocato per gusto della citazione colta o per nostalgia antiquaria, ma per rischiarare la zona d’ombra in cui l’individuo si smarrisce. I personaggi di quelle storie, sottratti alla funzione di addobbo letterario, emergono come forze primordiali che incarnano lo scandalo dell’essere: costruiscono un linguaggio dell’interiorità, si rivelano specchi infranti in cui l’io di oggi e di ogni tempo ritrova la propria vulnerabilità, la propria vertigine, la propria tensione verso un senso che sfugge. In questa prospettiva, la poesia di Scialpi rivela sorprendenti punti di contatto con la postura di Cioran: la caduta non è un incidente, ma la modalità primaria dell’esistere, e uno squarcio bruciante si annida nel cuore di tutte le cose. La faglia scavata nel cielo è la stessa che attraversa una soggettività fragile ma combattiva, disposta ad esporsi ma senza compiacimento, in particolare nella sezione del libro intitolata “Confessioni”. L’io si sporge sull’orlo di una frattura che non si ricompone, si pone come “scrutatore” di un cedimento strutturale che non chiede di essere sanato ma riconosciuto, e che la parola stessa non tenta di suturare, ma di illuminare. Come in Cioran, la consapevolezza del crollo non genera disperazione, ma una lucidità estrema: la capacità di fissare il fondo dell’abisso senza distogliere lo sguardo, di accettare che vivere corrisponda a un inabissamento che non concede appigli, a una discesa senza possibilità di redenzione, nella quale l’individuo si frantuma e si rigenera ogni istante Nella raccolta, il mito fornisce una galleria di maschere che declinano il tema di questa caduta, rivelando la nostra impossibilità di salvarci e, insieme, la nostra ostinata volontà di continuare a interrogare il senso del mondo. Anche nelle tradizioni orfiche, pitagoriche e gnostiche, l’uomo era definito dalla nostalgia dell’origine: una creatura che ha smarrito la pienezza dell’essere e che, per una colpa o per un errore dimenticato, è stata espulsa dall’unità e precipitata in un mondo che non sente suo, costretta a vivere sulla terra come in un esilio o in un carcere cosmico, prigioniera della materia. La faglia empirea è animata dalla stessa intuizione: venire al mondo è accettare le conseguenze di uno strappo; la vita terrena è percepita come una degradazione ontologica, offre la prova tangibile di una perfezione perduta, forse irrecuperabile. Scialpi si colloca fuori dalle mode della poesia italiana recente, spesso ripiegata sul quotidiano e incline a rifugiarsi nel minimalismo: la sua è una voce che lacera e incide, anziché ricucire e mediare; che non si accontenta del sussurro ma sceglie il grido; che non indietreggia di fronte alla propria vocazione tragica, ma si mantiene fedele a una poetica della verticalità della parola; e che non teme di porsi in contrasto rispetto al dissonante frastuono dell’attualità.  In un tempo che sembra aver abdicato ad ogni profondità simbolica, Scialpi compie un gesto radicale, urgente, inattuale: restituisce al verbo poetico il suo peso metafisico, la sua potenza originaria, la funzione che gli è propria da sempre, quella di dire l’indicibile, di illuminare la scissione, di dare voce, corpo, coscienza a ciò che la prosa del mondo non sa più nominare.

Guglielmo Aprile

Sottrazione 

Distillare le parole.
Frenare l’implacabile fiume
di verbosità della roboante orchestra del mondo.

Cernere ciò che appartiene
ai corridoi sotterranei, bloccarne
l’ingresso e apporre un chiavistello sul pericardio.

Scendere nel sottosuolo e trangugiare
la cinica maschera d’orrore quotidiano.

Arginare per custodirsi.

(Dalla sezione “La Dea Parola”, p.38)



Thanatos


Thanatos sotto mentite spoglie, scagli parole avvelenate,
fra i dardi di Eros, contro la tua vittima sacrificale.
Ti compiaci del tuo atto sacrilego contro la vita,
sbuzzando l’agnello sull’altare delle tue menzogne.

Non c’è misericordia per l’empio che gioca
a essere dio, rubando l’ultimo alito di vita
di chi, bendata, è stata persuasa da Cipride a credere.

Ma tu ignori le leggi della Terra Madre:
l’agnello ha la resurrezione nel segno dell’appartenersi.
(dalla sezione “Mythos”, p.48)

Medusa sono io

L’asprezza delle mie parole mi spaventa.
Tranciami la testa, Perseo, nei capelli ho serpenti
che divorano il senno, pasto sopraffino
per chi non può accedere all’ambrosia degli dèi.

Non uomini tramuto in statue, ma me stessa, riflessa nello scudo.

Tagliala, questa testa, divorala pure, se lo desideri.
Sopprimi questa esistenza da spettro, prima che sia troppo tardi.
(dalla sezione “Mythos”, p.51)

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