Ascoltiamo la sua voce: “Dall’Ade alla luce…” Plinio Perilli, ricordando Donatella Colasanti

Donatella Colasanti, nata a Roma nel 1958, si è spenta nel 2005 per un tumore al seno. Sopravvissuta fortunosamente al “massacro del Circeo” – nel 1975, all’età di 17 anni – Donatella si diplomò e prese a scrivere, soprattutto versi che ha pubblicato in volume (anche grazie a Roberto Roversi) e performato in pubblico in numerosissime occasioni con il nome d’arte di Donatella Del Greco, perché non la si associasse alla tragedia a cui era scampata.
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“Correndo all’imbrunire
su di una strada
allentando la corsa
mi sedetti in uno scalino
la mia mente si fermò
ascoltai la mia voce
ed insieme alla mia
udii il suono
dell’amore” (Donatella Colasanti)
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Dissimulare il dramma. Questo Donatella cercò sempre di fare, specialmente in poesia, in questo trasferire, tracimare a parole, o recitar cantando, ritualizzare perfino, a teatro, quel che restava della sua semplice vita di ragazza, perché in qualche modo rinascesse… Plinio Perilli

 

 

Dall’Ade alla luce…

(a Donatella Colasanti,

Roma, 1958-2005)

*

Lei sì che c’è, e resta, e vige qui
ancora fra noi, perché se la penso
io la rivedo, che ci guarda e tace,
sorride ogni giudizio, dal suo
oltre rifiorito dall’incubo, affranta
e integra – guerriera ma solo
per il Bene, e sempre ricoperta
di sangue: che noi non vedevamo,
con cui scriveva certo le sue poesie.

*

Leonessa poi la fece la sua storia,
gettata come brandelli di carne
nella gabbia dell’esistere – ma
Lei era ancora cucciola, ingenua
no, ma candida e speranzosa…
Un’adolescente troppo giovane
e inesperta e credula, per farsi felina,
tra domatori ferini, crudeli in gara
di crudeltà. Stupido inferno recitato!

*

Era il secolo scorso ma lo sappia
anche il nuovo, questo che avanza
digitale e perfido, vantone di Moderno,
sappia di una, anzi due belle ragazze
pestate a morte da tre orridi fascistelli,
che le violentarono e le violarono
nella villa al mare delle loro solite,
fastidiose e azzimate famiglie bene,
seconde case dei mostri medio-borghesi
allevati e tarati nella selva dei privilegi.

*

Poi chiuse in macchina nei sacconi
neri dell’immondezza, scarti della Storia…
Ma una non era morta – forse andò
oltre, commosse le ombre, e fu mandata
indietro. Quando si riebbe e vagamente
capì, lì dentro il bagagliaio strepitò, bussò,
riuscì a farsi accorgere, la sorte le aprì…
Quello sguardo dall’Ade alla luce, dalla
lamiera al mondo, fece epoca, incise
a fuoco, a sangue l’Immaginario – resta.

*

Resta non per i sociologhi, i tanti, anche
troppi giornalisti che ne scrissero, o i
politici ignavi – resta per chi era ragazzo,
e quella ragazza s’era mutata nella maschera
d’una tragedia, casualmente, così come
spesso avviene a chi il Male non lo pensa,
alla sua banalità efferata già in questo:
nello sconfinare, alterarsi, dal sorriso
alla smorfia, dal sogno più scanzonato
d’un pomeriggio adolescente, a una notte
di tregenda che impaurisce anche i diavoli…

*

Ma certo i diavolacci si vergognano,
degli uomini che li imitano, li evocano
all’infuori di loro!: banali più del Male
che oltraggia già se stesso… e resta,
come sempre, a fulcro d’ogni rinascita,
sacra occasione di riazzerarare tutto
e cominciare a capire, a carpire le risorse
del buio, le radici smarrite della luce.

*

Capire che anche l’Ade è tutto in noi,
perfettamente, nostro comunque, e
acerrimo, il purgatorio, la risalita fausta
fino al Paradiso. Paradiso, sembra sempre
l’amore: e tu, Donatella certo ci sei giunta,
ma senza gloria o retorica, senza artifici.
Perché hai saputo pacificarti, credere alle
parole, trasmutare lo specchio esatto di Te.

Ascoltai la mia voce diventerà un coro.

            Plinio Perilli

***

 

ASCOLTAI LA MIA VOCE
Poesie degli anni Ottanta e Novanta

di Donatella Colasanti
a cura di Plinio Perilli

Con i contributi e le testimonianze di
Marco Caporali, Roberto Colasanti, Teresa Coratella, Angela Di Pietro, Imma Giuliani, Marco Palladini, Roberto Roversi, Federica Sciarelli, Silvia Tessitore (Editrice ZONA 2019)

 

*

Introduzione di Plinio Perilli

Dissimulare il dramma. Questo Donatella cercò sempre di fare, specialmente in poesia, in questo trasferire, tracimare a parole, o recitar cantando, ritualizzare perfino, a teatro, quel che restava della sua semplice vita di ragazza, perché in qualche modo rinascesse…

Rovine passate
cosa nascondete?
Immergo lo sguardo,
un profumo invade l’animo
stupiscono gli occhi.

Non essere insomma più la Donatella Colasanti sbattuta in prima pagina dalla finta pietas della Società per compatirla, ma anche tenerla in ostaggio: di notorietà obbrobriosa e cicalecci mass-mediatici (il solito, orrido e consueto repertorio sociologico – che danna e graffia, ferisce ancora, e non ci salva mai…).

“… il volto atterrito di Donatella Colasanti, appena sfuggita ai suoi torturatori…” evoca, tanto per dire, uno fra mille, il denso ricordo storico di Vittime, un capitolo ancora dolente e insanguinato, d’un libro-repertorio, a tiratura giornalistica, come il DIARIO del mese (5 dicembre 2003, direttore responsabile Enrico Deaglio), dal sottotitolo perfettamente in ricordanza: “La meglio gioventù” – Accadde in Italia 1965-1975).

Sono qui…
Sono qui immersa
nel guardare questo mondo
che non conosco
che ho sempre conosciuto.

Le sorprendenti poesie intimiste e meditabonde di Ascoltai la mia voce significano anzitutto – sussurrate, ritmate e a volte perfino urlate da Donatella – cercare di ascoltarsi, auscultarsi, calibrarsi in tono ed emozione, contro e dentro il male errante, forse, di ogni vita, accettabile e perdonabile, almeno e comunque, sotto questo cielo sempre azzurro

Sempre
azzurro
questo cielo
rispecchia
il male errante
rispecchia
l’immagine della vita
la ricchezza del tempo

“Questi testi si aprono come voci di una dura necessità. Che emoziona ascoltare.” Prefandola da nobiluomo qual era, il bolognese Roberto Roversi (ed era il ’90), uno dei veri progressisti della mitica rivista “Officina” (assieme a Pasolini, Leonetti, Fortini, Romanò, Scalia…), grande poeta engagée e faro intellettuale de Le descrizioni in atto, coscienza critica del sociale, spirito impegnato e autentico, trasgressivo e sapiente, perché creaturale e mai solo teorizzante, aveva colto a menadito la qualità della ricerca poetica di Donatella Colasanti – ed in definitiva l’umore e il fervore della sua ansia, deriva o risveglio d’autocoscienza:

“… Nel tappeto d’ombra delle parole si affonda ma senza perdita definitiva; ci si rialza adattandosi al sospetto della speranza ma senza rigettare il cumulo dei contrasti consumati dall’esperienza dei giorni.”…

… Ma aveva anche riconosciuto, indiscutibilmente elogiato la sua caparbietà, velocità e voracità, insieme psicologica e lessicale (“In una problematica scansione di movimenti successivi integrati fra la ricerca e l’abbandono, in uno scontro reale di voci vicine e richiami che sembrano provenire come da mondi lontani”):

“… E le parole così brevi, così succinte, come risucchiate da una lucida cautela dentro al foglio, si nuovono; non cercandosi fra di loro ma ciascuna autonomamente tendendo a un proprio luogo e spazio per assestarsi sulla pagina e proporsi definitiva, rintracciabile nella immediata e precisa verità; duratura.”

*******

Stiamo parlando – sia ben chiaro – di tentativi… di poesia. Grumi diaristici, estri lessicali, perfino vagamente confessional

Cammino nel ritmo del tempo,
sembra un sogno
m’addormento.
Mi sveglio, m’accorgo
che è realtà.
Cammino nelle parole
il gioco del tempo
il seme raccoglie
nelle notti bianche
cadono le parole…

“… Dice e non dice, ma non dice mai abbastanza, di sé. Tiene una linea di separazione, inconscia, non voluta.” – soggiunge Nina Maroccolo, che si è provata umilmente a riprendere, registrare oggi questa voce come un debito inestinguibile verso la testimonianza, incarnata e immolata, di quell’immenso, atroce dissidio; che per ogni donna e tutte le donne significa, significò libertà, rispetto, autocoscienza… Ma neanche il lessico aiuta, quando le ferite furono e restano così profonde, ferite di un’eroina suo malgrado, di una piccola donna di 19 anni forse lì arrestatisi; e insieme tumefazione dell’intero, come si diceva, Corpo Sociale:

“Tutta la vita ha dovuto come difendersi dai propri ricordi, difendersi da se stessa, e da quell’enorme senso di colpa – probabilmente – di essere sopravvissuta. Sopravvissuta anche alla cara amica Rosaria Lopez. Forse anche per questo, nei suoi testi, ha sempre scelto una sorta di pacata leggerezza…”.

un vocio
sospeso
nell’ombra
mantellata
la nota
alternata
ondeggia
ritmata
nei voli
simmetrici
nel tempo
pausato
dei pensieri
erranti

Pacata leggerezza, perlomeno apparente. In quanto pare, e di continuo, che Lei abbia superato tutta quella insormontabile vicenda, certamente più grande di lei: eppure… – ci ammonisce Nina, che queste parole se le è fatte nuovamente echeggiare dentro – “Non sembra, ma lei ancora chiede e ci chiede aiuto…”.

Correndo all’imbrunire
su di una strada
allentando la corsa
mi sedetti in uno scalino
la mia mente si fermò
ascoltai la mia voce
ed insieme alla mia
udii il suono
dell’amore

Così che la sue liriche non parlano mai del dramma – non ne rivelano, denunciano le ombre: eppure le contengono, le convocano eccome. Anzi, le riflettono, spesso le addolciscono, le armonizzano: “Notte / crescente / nelle armonizzate / ombre / attese / nell’istante / magico / svanito / nel tempo / rincorso / dal fluido / corso”.

Rime, allitterazioni: “rincorso / dal fluido / corso”…

Pensiamo poi all’insistita presenza di alcuni vocaboli:

 errante, erranti… (“il nulla / dei pensieri / erranti”)…

[Ma qui non c’è in gioco e in scena né il “pastore errante” del Leopardi, né “l’errante fantasia” foscoliana… L’erranza forse a cui si allude, certo d’istinto, inconsciamente, è lo stato d’errore, di dubbio – dal latino tardo… “Così mi trovo in amorosa erranza”, intonava Dante!]

Ancora: nel tempo, il tempo
“l’angolo”, l’angolo del temponell’angolo del cuore…
nel silenzio / di un attimo, nella vivacità / di un attimo
nell’occhio messaggero

Verbi adusati come prioritari: correre, volare, viaggiare, rivivere, immergere, innalzarsi…

Sostantivi di continuo ricorrenti: notte, volo, respiro, istante, attimo, sguardo, spazio, vuoto, silenzio, fiamma, vento, soffio, memoria, specchio, parole, corpo, immagini, radici… “Così cercando nel tetto del mondo / una radice sconosciuta”…

Nominalismi non casuali… “il seme”, “i semi”; “un sogno”, “segni insoliti”, “il colore assente”… “Sei il risveglio”… L’amore!… un appoggio d’amore… un incontro d’amore…

“La notte persuasa / dal luminoso incontro / porge il sonno / nel seme abbandonato”…

Ossimori frequenti, coincidentia oppositorum… “Mani d’amore / non ci sono / mentre scrivo / m’accorgo / che ci sono / che cammino / nel verso / della vita”.

Una voglia continua di colori

“Ho camminato tra le perle / nei colori mi sono persa / non so raccoglierne il seme / non ho ancora conosciuto / il seme del colore!!!”.

“Nei colori / s’attenua / la rosea / corsa / tratteggiata / dalla linea verdeggiante / nel silenzio / odo”… Tanti sogni policromi, quali ansie ed anse di salvezza:

“Avvolti / nei sogni / scorrevolmente / l’acqua / zampillante / nell’azzurro / immergersi / socchiude / le pause / appena / sorte”…

Il che vale musicalmente, e come similitudine o analogia della Psiche, dell’Io profondo in cui immergersi, socchiudere le pause

“Nei sogni la stessa musicalità / vivono i colori / deserti / nelle nascoste / presenze”…

Avverbi e aggettivi morbidi come pennellate, stati d’animo insomma, coloriture interiori, suadenti, nette o caliginose, certo mai casuali: “scorrevolmente”, “zampillante”, “le nuvole mimetizzate”…

“Voli fecondi”, “frantumi persi”, “fuggevole memoria”…
“Ottengo la neve / disciolta / nella vetta più alta del pensiero”…

E questo senso ineffabile della luce – che è poi l’altra faccia esatta di un malessere davvero inscindibile… “nel frivolio / rapito / scivolato / nell’ombra / magica / sorpresa / nell’innalzarsi / di quel chiarore”… (Frivolio che è insieme errore e neologismo: una via di mezzo perfino tra frivolo e sfrigolìo…).

Altro discorso, poi, quello dei significati reconditi, delle metafore qua e là disseminate, della ridda di ipotesi che spesso, leggendo, ci viene di formulare. Ad esempio, fulgida su tutte, quella legata a un titolo e ad un testo come “Due annunciatrici”… Chi sono, chi erano, chi rappresentano queste due  bianche figure simboliche e quasi aleggianti? Ambasciatrici, cioè angeli messaggeri, del verde oro della terra?…

Tra le ombre
di un volto
nascente tra il salire
del verde oro della terra
due bianche annunciatrici
colorano l’ornamento
nell’opaco innalzarsi

C’è da chiederselo: alludeva magari a se stessa e alla sua amica Rosaria? Due bianche annunciatrici della vita oltre ogni morte…

Ma i contorni dell’anima dove sono?
Dove fuggono?
Dove si nascondono?
Un respiro
cerca di durare nel tempo
un tempo
cancella
l’ultimo battito
ma il respiro rimane
distraendo nella morte
Ma dove avviene?

*******

Sì, non è semplice riassumere tutte le inquietudini, le aspettative e le risorse sottese a queste pagine, totalmente intime, private, ma insieme ancora intrise, gonfie, sottilmente infette del siero e dei veleni profondi del sociale…

Ho attraversato
un continente
ho attraversato il sogno
nella realtà…
le parole fingono
nei momenti persi
vivono le momentanee attese.

Diciamo allora, e ripetiamo con rispetto ed emozione, che per fuggire da se stessa e dall’incubo protervo della Cronaca, che già è Storia, Donatella si era ardentemente, docilmente, a volte, rifugiata in una sorta di neo-ermetismo lirico, librato e cadenzato come passi di danza, emissioni foniche, echeggiamenti e pulsioni musicali…

La nota del tempo
contrae l’incertezza
di un ricordo
ritratto nel tempo.

Ma ora ogni cosa serve, e aggiunge un tassello, un afflato interpretativo a questo serpentone lirico, cadenzato e qua e là non poco misterioso, con cui Donatella, ripetiamo, dava conto diaristico e carica supplementare alla sua voglia di redimere, vaccinare sulla carta quella ferita profonda, e accarezzare, allenare il sogno di farsi attrice di quelle parole – parole da camminare, molto di più, anzi, far correre (a fugare ombre e malesseri, riseminare i fiori e gli idealismi concreti, incarnati, perseguiti, ma spesso delusi, d’ogni speranza)…

Mille cerchi inondano
il colore assente
dell’occhio recondito
nei cerchi
dei soli molteplici
nell’ossservanza
di quella meta
chiude quella luce.

Una poesia, è vero, sempre lieve, sinuosa e lirica – mai avvelenata, mai irta o spinosa di giudizi e atteggiamenti esistenziali, pose comportamentistiche, rabbie socio-psicologiche (sacrosante, peraltro, non scherziamo!), dense proteste irrinunciabili, la marcia stessa del cambiamento. Quello che in tutt’altro modo incoronava e agguerriva, spazientiva la vena lirica (o sliricata) delle più note autrici, militanti e soldatesse, vorremmo dire, del movimento femminista: ma quello ufficiale, inscenato in strada, e poi insieme raccontato, romanzato in versi.

Prendiamo a caso qualche urgente, ancora tagliente scheggia espressiva… Ad esempio il piglio marcato e reboante, dissacrante, d’una Livia Candiani, con le sue Poesie mestruali e l'”Inno all’utero”:

la prima cosa
che ho saputo di te
è stato un discorso di fretta:
ti chiamavano casetta di carne,
ti avrebbero abitato
strani bambini trasparenti
fatti di vene e pelle sottilissima,
spiati per un attimo
sull’enciclopedia –
ho saputo di te
quando già
mi avevi rigato le gambe
di sangue caldo

O il fustigante, agguerrito fuoco dialettico di molte altre di loro!: penso alla sensualità autoironica e macerata di Dania Lupi (versi del 1974):

avevo una gonna larga a campana
sotto ci scoppiava la luna
avevo diciotto anni
le calze trasparenti da poco
il tacco di cinque centimetri che
mi bastava per sentirmi giraffa
avevo latte di capra profumato
al posto del sangue
e i capezzoli uscivano dal reggiseno
duri come le more

In talune autrici, e per fortuna, affiora anche una bella dose di verve diciamo omeopatica, una continua inesorabile cantilena o smaccata canzonatura del maschio dominante, improbo e meschino (maschio, attenzione, come dio, dissacrato, ça va sans dire, con la minuscola). È la volta di Beatrix Bracco e delle sue Paure abitabili:

tutto un universo generante un uccello dalle piume d’albero
un dio cieco dirige il caos
bocche d’odio sono in agguato per la consegna
e l’uomo dalle braccia protese non sa
e io
qui
paralizzata davanti alla creazione
tiro la barba di dio
e percorro le gallerie dell’inferno

Insomma l’inesausta, ribaltata parodia del sociale più odioso, innegabile e spietato, così come lo denuncia e lo irride Ippolita Avalli (era il luglio 1976):

(restare)
coniugando verbi all’infinito
(andare)
a prendere un thè chez Babington
(venire)
sulla tua bocca, amore!
Tutto ciò è senza sospensione può darsi senza poesia
vorrei qualcosa di meglio
(per me)  (senz’altro)  (ma naturalmente)
ituoiocchimostruosidirobot non mi fanno paura

(cfr. Poesia femminista italiana, antologia

a cura di Laura Di Nola, Savelli, Roma, 1978)

Mentre in un’eroina ancora ferita e ustionata di Violenza come Donatella Colasanti, la priorità, la necessità – incredibile a dirsi – restava semmai un’altra… Colloquiare, rasserenare le ombre…

Attraverso un’ombra
scopro…
un volto che mi somiglia
distrae nella notte
errante
fuggo da mille frammenti
ricomponendo attimi fugaci

Parlamentare poi coi sogni e col Tempo, vampiro inesplicabile che se ne frega sia della giustizia civile che delle accanite more e mire progressiste…

Anima ribelle
consoli
nell’esistenza
l’abbandono ad ogni forma
per emettere
un grido
insaziabile nel sentire

E sempre e soprattutto liberarlo, quel GRIDO, ma non come ovvio, urgente e al tempo stesso banale scotto o retaggio, consenso di piazza…

Parlarne, invece, di questo immenso Dolore da “Anima ribelle”, ma mai come in un comizio, o una pregiudiziale, una richiesta o una promessa da campagna elettorale…

una voce assale
in penombra
sussurrando nell’anima
di una perpetua fanciullezza
nel corso del tempo
perso
ormai
nei giorni
continui

E più ancora, non trascurare il diritto e il dovere (talvolta il femminile messaggio e insieme miraggio) dei desideri… Che poi come categoria esigerebbe il singolare, che infatti lo rafforza: i diritti e i doveri del Desiderio, finalmente anelato, inseguito e riverito senza più paure, dissimulazioni o retaggi umilianti, angustianti, data la consueta ignominia di una società tendenzialmente ancora maschilista, e sessista (nonché classista)…

Negli accenni del tempo,
l’attendibile memoria affretta
nel più atteso ricordo,
spande nella nascita,
nelle grida
di una bellezza sconosciuta.
Mille nascite,
mille grida
inebriano la vista.
Sono qui…
nella stanza del desiderio.

In questo, Donatella Colasanti è, era perfettamente – a suo modo – moderna, senza (voler) essere né post né radicale. Ozioso, lezioso, invece, intavolare a ogni costo interpretazioni ideologizzanti, o comunque affannosamente asfittiche… cioè politiche ad abundantiam, come infatti fece, diciamolo, con una certa spocchia post-ideologica, il citato DIARIO del Mese (addì 5 dicembre 2003), pur sforzandosi di ricordare, onorare, certamente insieme, la povera, martirizzata e compianta Rosaria Lopez, e l’amica non meno sventurata che le sopravvisse, dunque la nostra Donatella:

«… ROSARIA LOPEZ. Ha 17 anni, è di famiglia siciliana, viene dal quartiere periferico dell’Ardeatino, sogna una vita migliore e di entrare nel giro dei fotoromanzi. È la più giovane di otto fratelli, ha genitori anziani e malandati, un’esistenza disastrata. Muore il primo ottobre del 1975, dopo 36 ore di atroci sevizie inferte in una villa del Circeo da tre giovani neofascisti: Andrea Ghira, Gianni Guido, Angelo Izzo. La villa è di proprietà del padre di Andrea Ghira. Tutti e tre i ragazzi provengono da famiglie della Roma bene, sono viziati, arroganti, violenti. La ragazza ha accettato un loro invito, pensando di andare a una festa. La sua amica Donatella Colasanti, 19 anni, riesce a sopravvivere, fingendosi morta. I tre, pensando che entrambe siano morte, avvolgono i corpi di Rosaria e Donatella in sacchi di plastica, e poi li rinchiudono nel bagagliaio della 127 di Guido, intestata a suo padre. Il volto devastato e atterrito di Donatella diventa un simbolo della violenza degli uomini sulle donne, dei ricchi sui poveri. Il processo si svolge nel luglio del 1976, i giudici condannano i tre all’ergastolo (Guido, che si dichiara pentito, in appello si vedrà ridotta la pena a 30 anni; ed è così pentito che evaderà, per essere poi riacciuffato in Argentina). La sentenza viene accolta con un boato di soddisfazione dalle donne presenti in aula. Izzo e Guido sono in carcere, Andrea Ghira è tuttora latitante, si dice sia in Kenya. Donatella Colasanti è diventata una simpatizzante di An. …»

(Cronache mass-mediatiche fino al 2003 – ancora in qualche modo ignare degli esiti futuri, e delle nuove, atroci e assurde gesta da SuperMostro, o Tragico Artefice di un Angelo Izzo…)

*******

È stato il fratello di Donatella, Roberto – con gentilezza assoluta e un garbo ancora addolorato di struggimento – a farci vedere la casa di famiglia, il loro quartiere romano, semiperiferico, della “Montagnola” (a metà fra l’EUR e la Garbatella, vicino alla via Laurentina e alle mitiche Tre Fontane), quello dove Donatella era cresciuta… La stanza (“la stanza del desiderio” lei forse davvero la poetava), dove per ore recitava, cantava, cadenzava i suoi versi sino a farne poi una performance, insieme danzata e cantilenata, distillata e implosa.

Roberto – ancora oggi ce lo racconta dolcemente stupito – la sentiva per ore, allietandosene comunque:

   – …Nella sua stanza Donatella continuava sempre a recitare, perché doveva esprimersi, trovare la sua voce. Ad esempio la poesia “Sono qui” (la ripeteva spesso), esprime il suo mondo interiore… “Sono qui… nella stanza del desiderio”…

Commuove poi, a quasi 30 anni di distanza, rileggere oggi la recensione che Marco Caporali (un amico e poeta anch’egli, assai quotato) dedicava , sull'”Unità” alle prime, tenere prove recitanti, agli ingenui ma al contempo volitivi, trasognati e caparbi spettacolini lirici di Donatella Colasanti:

«… All'”Elettra” di via Capo d’Africa (fino al 20 luglio alle ore 21) ha approfittato di una finestrella sbarrata, dello scrosciare dell’acqua di una fontanella in cortile, aggiungendo di suo solo un gioco di luci e un drappo rosso a coprire i gradini. Lì scandisce mormorando rovine del passato, e ripassa e ripete frasi sognanti e cantate, inclusi brani del Carpe Diem di Orazio, latineggiando come una parca posseduta dall’angelo. Pure il “poetese” è meglio tollerato nella ritualizzazione della lettera. L’architettura la dà la voce e i passi colmano i vuoti d’aria. …»

E non parliamo poi del riguardare insieme, incuriosirsi alle varie interviste e alle tantissime, belle foto da rotocalco con cui Donatella teneva desti i suoi sogni di bella ragazza, fresca attrice esordiente, levigata sirena estiva nel mare di Ostia, piacente e in sorriso, come un’ondina baciata, corteggiata dal sole ma residente, ammantata (ammalata), insidiata o tarata d’ombra, che solo da quel sorriso voleva ripartire, e dargli un senso, un ruolo, per se stessa e per gli altri…

Divertono – si fa per dire – anche quegli articoli, persi oggi come uno splendido mazzo di fiori rinsecchiti, uno strano rituale ikebana che la memoria e la sorte ci ridonano… “Scandali al sole – La storia vera: “Sono tornata a vivere”…

Nel 1990 ci fu anche un disco, Sono venuta – o meglio, un cd con tre canzoni: Edizioni Interbeat, arrangiamenti di Luigi Piergiovanni, registrato e missato al “Revenge Master Roma” da Davide Piccini… (“Interbeat” fu un’etichetta cui approdarono talenti non certo sconosciuti, da Tiziana Rivale a Faust’o, da Stefano Rosso al Giardino dei Semplici, a Leopoldo Mastelloni, lo stesso Don Backy, Sergio Leonardi, Patrizia Pellegrino, i Ladri di Carrozzelle…).

Come me che sono in te
mi guardo perché tu mi
guardi
sono venuta per la mano del tuo
desiderio è una gara è una partenza
è un gioco di conoscenza
come me che sono in te

Un tentativo esplicito di canto, un’operina dal titolo gustoso, insieme divertito e autoironico, Sono venuta – preso da una sua poesia. Sono dunque poesie cantate, cantabili, amabilmente ritmate… “Sono venuta”, “Due annunciatrici”, “Correvo”… Poesie desideranti, esplicite e graziose, proprio mai volgari, salvate anzi da una grazia indubbia, vagamente malinconica, come sempre lei…

Correvo nello specchio
di una città
riflettendo l’immagine
più nascosta

Accanto alla produzione immediata, istintiva, di un flusso o nesso poetico, c’era così questo metodo – una tecnica non poco perseguita, e a Donatella congeniale – di ritmare, cantilenare il verso, prolungarlo, iterarlo… Dare eco, farsi l’eco della sua stessa Voce, da non smettere mai di ascoltare, auscultare, ma, sia ben chiaro, con brio… Quel che le restava del giorno, e della gioia…

per incanto
l’acqua inondò,
tutta l’immagine
sparì
la città tornò
nelle mani dello specchio.

Così Donatella in qualche modo ce la fece, ma senza farcela mai del tutto, senza traghettarsi del tutto fuori da quel suo porto drammatico, da quella foce velenosa, da quel promontorio – il fattaccio del Circeo! – per sempre ancora malefico ed echeggiante… E che Lei comunque riviveva, a parlarne, con una maturità, con una capacità di distacco, di allontanamento per focalizzare un miglior giudizio, davvero ammirevole, stupefacente:

“… Sono convinta – ha detto la Colasanti in una intervista al settimanale ‘Oggi’ – che quei tre poveri ragazzi avessero qualche squilibrio mentale. Il loro non è stato un crimine contro me e Rosaria, ma contro noi donne in genere. Quei tre ragazzi non hanno rovinato la mia esistenza: mi fanno compassione, anche se solo Izzo è in carcere. Gli altri due sono liberi perché Ghira è da sempre latitante e Guido è evaso dieci anni fa. Ma come vivranno. Quanti rimorsi e difficoltà dovranno affrontare? Credo proprio che non potranno mai essere sereni”…

Scorgiamo inoltre, assieme agli inediti (di cui proponiamo una scelta in Appendice), vari disegni e disegnetti, appunti e schizzi dell’inconscio. Preziosi, in realtà, solo ad osare minimamente non dico interpretarli ma se non altro accostarli, ri-leggerli, tesi a vedere in quei brogliacci, o diario inesausto, una continua eco di se stessa…

Ecco una casetta stilizzata, con due occhi-finestre ed una porta-bocca, come nelle favole; poi inglobata, risucchiata da una lunga ombra bianca che finisce come in un morbido, appiattito grande clone d’ameba, un simpatico, fumettistico viso fantasmatico… Forse, di-segnato e fuggevole, quello che la stessa Donatella aveva già poetato e inseguito come “Il gioco del sogno”:

Nella giornata s’appresta
l’insolito regno
appare nell’ombra
assurdo gioco quotidiano.
Risale nell’epoca.
Quale epoca viviamo?

E poi tanto altro materiale, ricordanze, spezzoni e reperti utilissimi per un dvd prezioso, che la nostra amica Teresa Coratella (l’artista a cui si deve la copertina del libro), assieme al fratello di Donatella, Roberto Colasanti, nobilmente affezionato, profondamente devoto alla memoria della sorella (e che ci ha infatti rilasciato una sentita intervista), stanno cercando di chiudere e realizzare, a compimento della testimonianze espressiva e del trip memoriale di questa raccolta…

Roberto, aggiungiamo, che è ancora in forte struggimento per la sorella amatissima (vedrete che belle foto, loro due bambini!), e che è morta a 47 anni di un tumore al seno che sostanzialmente non ha voluto curare… Perché si è come lasciata morire – lui ce lo ha confermato –: delusa da troppe cose, sempre innamorata ma anche immensamente delusa dalla Società (in)civile…

L’opera pittorica di Teresa Coratella, che veste la copertina, in qualche modo fissa questo dolore, questa grande energia ma anche trauma fatale e inesauribile: l’impedimento a crescere, che resta come la fase rapinosa e sospesa delle “crisalidi”… E crisalidi d’ogni futuro ci appaiono questi minimi rombi d’assoluto, queste lame di notizie e di cielo, di bianco/grigio dentro un blu cupo da notte dei cuori – e una coltellata, un coltello resta nero perché è quello mortale, forse, d’un lutto comunque inaccettabile, irredimibile (l’amica Rosaria?!). Anche, “crisalidi” come specchi, frammenti di specchi d’universo, e spicchi di future farfalle, lancinanti d’ogni inseguita dolcezza…

Colorate
attese
emergono
nel tempo
fluido
ricorrente
nelle distese

   Crisalidi ancora infatti le vedo, queste farfalle, come crisalidi di versi, in fondo, furono e restano queste poesie della povera Donatella, che per leggerle a tutti, in pubblico, s’inventò un altro nuovo cognome. Per leggersi crisalide in attesa, impaziente e acquietata solo dal sogno di poter presto, un giorno, (ri)diventare farfalla, la ragazza che nel ’75 smise di essere, per cicatrizzarsi Mito, mito suo malgrado, circondata dalle parole degli altri, così diverse dalle proprie, di cui salvò sulla pagina i colori di farfalla.

*******

Ma contano anche le altre, preziose testimonianze. Quella d’una giornalista brava e giustamente nota come Federica Sciarelli, l’anchorwoman di Chi l’ha visto? Provvida e geniale, ad aver sottolineato e puntato sulla semplicità di ragazza qualunque:

… “allentando la corsa mi sedetti in uno scalino…”, scrive Donatella. E la nostra speranza è che abbia trovato uno scalino comodo, dove riposare la sua mente e cancellare i suoi ricordi. La nostra speranza è che grazie alla poesia, Donatella sia ridiventata ragazza in quello scalino, una ragazza come tante…

Intrigante la riflessione di una giovane criminologa come Imma Giuliani, che sente di poter allargare le implicazioni profonde del Massacro del Circeo ad evento dolorosamente nazionale, davvero nazional-popolare: “Le vittime (…) saranno così tutte le donne”…

Poi c’è il ricordo, il punto di vista del mostro – diciamo così (ricordando un bel titolo provocatorio di Giampaolo Rugarli): così come Marco Palladini, poeta e scrittore e regista teatrale sempre impegnato e caparbio nel raccontare il proprio tempo, la società che ci pervade e a volte c’imprigiona, ci ha dimostrato essere stata l’orribile, perversa vita di Andrea Ghira, il quale fu in età adolescente (udite udite, la vita è strana, si diverte ad allestire i suoi cast e set in modo spesso romanzesco!) suo compagno di scuola…

“… Se devo opinare qualcosa a distanza di oltre quattro decadi, dico che non credo che Ghira fosse intimamente cattivo. Era qualcosa di peggio: era stupido. La sua ferocia era un mix di infantilismo e di arroganza padronale e di classe, che divenne esplosiva quando nel suo cervello assai confuso (altro che testa da intellettuale!) si combinarono il superomismo fascista e l’ingenua mitologia del duro della mala. È ubriacandosi stoltamente con tale indigesto e strapessimo cocktail di veleni mentali che Ghira e i suoi due camerati e sodali Angelo Izzo e Gianni Guido sono arrivati al jeu de massacre del Circeo. …”

Bella anche la testimonianza dei nostri amici editori, Piero Cademartori e Silvia (che poi sono anch’essi, e ab initio, poeti, scrittori, cittadini d’intelletto, impegnati a travasare nell’editoria la loro ansia e passione civile, assieme alla fantasia creativa). Piero, come del resto il sottoscritto, l’ha conosciuta, Donatella, e con lei parlò di poesia in anni per tutti non sospetti, anzi profondamente liberatori, barricaderi anche sulla pagina, nello stile da adottare o rinnegare…

E Silvia, ci ha dedicato una e-mail bellissima, schietta e spassionata, che è anche uno splendido spaccato dell’epoca, nonché il racconto generazionale, e la genesi emotiva, dunque l’input concreto, il credo fecondante di una cara, LIBERA e giudiziosa casa editrice…

“… Benissimo ricordo i giorni dei Circeo, l’orrore che incollò tutta la mia famiglia alla televisione. Avevo 15 anni e iniziavo a frequentare Lotta Continua e i collettivi femministi, a Caserta. Nei giorni successivi ci furono manifestazioni di protesta e solidarietà, e molte di noi ragazze fummo oggetto di tentativi d’intimidazione da parte di un gruppetto di picchiatori fascisti nostrani. Per giorni piantonarono casa dei miei a bordo di una macchina, sempre la stessa, sempre le stesse facce. Non facevano altro che guardarmi finché non entravo nel portone col cuore in gola (e a casa non dicevo niente, ché già le mie simpatie politiche creavano sconquasso), ma la cosa non mi scoraggiò…”

Un libro serve quando riesce ad appartenerci, a parlarci, confidarci il suo morbido, anche dolente gioco d’ombre, o nondimeno i suoi abbacinanti, pulsanti riflessi di sole, gli anfratti inesauribili e spesso indicibili della mente e del logos.

Pur sempre in vista è l’isola dei sogni
contornata negli ideali divergenti,
i volti opposti distendono nel giorno.

Qui ogni parola reclama e ne rinnega un’altra – qui ogni poesia ci chiede, ci ammonisce e indirizza ad altra poesia, a credere alla poesia, praticarla come la più usuale delle occupazioni, la più logica ed… emozionante delle salvazioni. Poesia troppo spesso perduta, sperduta, ma che resta forse l’unico approdo, l’àncora di un ineludibile, irrinunciabile seno materno…

Il tempo s’è fermato nella segreta sospensione
tendono gli occhi vigilanti negli oceani.
Sperduta è l’ancora nelle spalle dei seni materni.
Qui non esiste che un approdo.

Ascoltai la mia voce Potremmo così dirlo, insieme, di quella di Donatella, ma anche forse della nostra, annidata, arroccatasi in cuore: insieme ritrovandola nuova vecchia amica, e devota, sodale, di quella di tutti.

            Plinio Perilli

***

In questo libro sono raccolte – insieme a numerose, belle immagini di lei – molte delle sue poesie, edite e inedite, pubblicate per volontà del fratello Roberto: la vita di Donatella si è fermata nel 2005 per un tumore al seno, ma i suoi versi continuano a testimoniare la vitalità, il coraggio, la tenacia di una donna che non si è mai piegata alla violenza subita, e che l’ha anzi riscattata anche grazie alla poesia.

Ascoltai la mia voce
è un sentito omaggio alla sua storia
. Vi sono contenute le sillogi edite Cammino nelle parole (con la prefazione originale di Roberto Roversi) e Regina Madre, insieme alle sillogi inedite “Facciamo pace, sì, Donatella”, Oro è il silenzio, Parole saziate e L’attesa svanita.

 

******

Donatella Colasanti, il suo curriculum artistico: Nel 1981 realizza una performance fotografica in diapositiva, un adattamento del proprio corpo tra la natura, a Faleria e Calcata. Nel 1983 e 1984 partecipa ai laboratori teatrali della Taverna. Nel 1983 segue il laboratorio teatrale con Carlo Merlo. Nel 1984 segue il laboratorio di perfezionamento con Carlo Merlo; il laboratorio teatrale con il Living Theatre; partecipa al seminario di teatro con il Gruppo Potlach a Fara Sabina; partecipa alla Guida Indiana con Dwabli-Il Teatro delle Fonti, su progetto di Grotowski. Nel gennaio 1985 segue il laboratorio di perfezionamento con Claretta Carotenuto. Nell’aprile 1985 adatta le proprie poesie a una performance svolta in occasione della Festa della Primavera a Palazzo Corsini. Nel gennaio 1986 pubblica dei suoi testi nella rivista Prato Pagano-Giornale di Nuova Letteratura ed è attrice nello spettacolo Quelli delle mezze maniche di Courteline, al Teatro IN. Nel maggio 1986 presenta L’Attesa, spettacolo-performance al Teatro IN. Nel dicembre 1986, presso lo studio Poliani, legge brani di proprie poesie… continua QUI


6 risposte a "Ascoltiamo la sua voce: “Dall’Ade alla luce…” Plinio Perilli, ricordando Donatella Colasanti"

  1. Commento a “Dall’Ade alla luce…”. Ricordo questo tristissimo episodio. Fummo sconvolti tutti noi che, come l’autore, eravamo ancora ragazzi. Non sapevo che una delle protagoniste fosse anche poetessa. Non mi stupisce però e mi restituisce in maniera ancora più potente, quasi familiare, la sua immagine ferma sul gradino dell’esistenza, colta ad ascoltare la voce dell’amore. Molto belli e all’altezza dell’occasione anche quelli dell’autore, perché uniscono drammaticamente il bianco ed il nero, l’innocenza di chi si fida del volto pulito e la cattiveria di chi usa quello stesso come arma dell’inganno:

    Lei era ancora cucciola, ingenua
    no, ma candida e speranzosa…
    Un’adolescente troppo giovane
    e inesperta e credula, per farsi felina,
    tra domatori ferini, crudeli in gara
    di crudeltà. Stupido inferno recitato!”

    ma anche perché colloca quel volto insanguinato in un dopo di sopravvissuti, aldilà del Male e della sua opera incompiuta contro il genere e alla fine beffata come il demone dantesco, benchè padrona assoluta per qualche tempo della vita delle due ragazze

    La vita dunque ce l’ha fatta, a resistere alla “banalità” dei figli della Roma bene, pariolina, di fronte alla quale ha tremato e si rivela tanto più preziosa ora quanto più si è addentrata nel buio dell’Ade, regno della distruzione fisica e spirituale e in grado di lanciare un monito potente alle generazioni future:

    “Era il secolo scorso ma lo sappia
    anche il nuovo, questo che avanza”

    Ancora siamo a contare i fascistelli, tre questa volta a ricordarci altri visti nei gironi di Salò, profezia di Pier Paolo Pasolini, anche lui finito col corpo maciullato, il volto massacrato e ancora una volta quel binomio vittima\ carnefice che costituisce la cellula del lotta tra bene\ male , costante sia nella vita reale sia nelle raffigurazione della grande arte.

    Ma non è solo qui la grandezza di questa rievocazione poetica quanto nel fatto che identifica il momento in cui esso “resta” nell’immaginario con qualcosa di dinamicamente attivo per sempre nella coscienza

    “Quello sguardo dall’Ade alla luce, dalla
    lamiera al mondo, fece epoca, incise
    a fuoco, a sangue l’Immaginario – resta.”

    E capace di capire la banalità che traduce il Male, qualunque sia la sua origine-eccellente la raffigurazione dei diavolacci colti nel vergognarsi dei loro allievi umani, nemmeno capaci di portare a termine l’opera malvagia- e dunque di risvegliare, resettare e far rinascere, indicando che la battaglia non è mai persa per quanto le radici della luce sembrino perdersi in quelle buie della natura umana:

    “e resta,
    come sempre, a fulcro d’ogni rinascita,
    sacra occasione di riazzerare tutto
    e cominciare a capire, a carpire le risorse
    del buio, le radici smarrite della luce.

    Capire che anche l’Ade è tutto in noi,
    perfettamente, nostro comunque, ”

    E’ attiva dunque una specie di astuzia del bene che spinge, per quanto aspro e duro, a risalire la china del Purgatorio fino a giungere nel Paradiso, regno dell’amore, che sa svelarsi nelle parole e riconciliare gli uomini anche quando il danno subito sembra irreparabile:

    “e tu, Donatella certo ci sei giunta,
    ma senza gloria o retorica, senza artifici.
    Perché hai saputo pacificarti, credere alle
    parole, trasmutare lo specchio esatto di Te.

    Ascoltai la mia voce diventerà un coro”

    Un bellissimo tributo secondo il sottoscritto. Ciao Franco

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  2. terribile destino quello di Donatella Colasanti, ricordo ancora, ero adolescente all’epoca, ho un anno meno di lei, i telegiornali che ogni giorno ne parlarono a lungo e per tanto tempo, la terra le sia lieve

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  3. Sempre grazie caro Plinio, in questo caso, di questa tua lunga, accorta e dettagliatissima critica, com’è nel tuo stile!
    Oltre ciò scrivi anche impressioni tue e della carissima Nina su Donatella e la sua atroce vicenda! Ti soffermi anche a scrivere del fratello di Donatella e riporti anche altre bellissime poesie di brave poetesse.
    Mi ricordo benissimo di questa atroce violenza con le sevizie e la morte della povera Rosaria, tutta l’Italia era sotto shock al tempo, tanto era orribile l’accaduto!
    La ribellione del Movimento Femminista si fece sentite in tutta la sua forza, allora fresca e vitale rabbia viscerale finalmente tirata fuori!
    Leggendo queste poesie di Donatella la mia percezione è stata quella di una ragazza, divenuta poi donna che si vuole innamorare, che cerca l’amore.
    L’amore, infatti, è una grande guarigione! È la più grande terapia e medicina! Donatella vuole prendere le distanze dalla terribile vicenda, da quei ricordi orribili e lo fa con la poesia, la leggerezza della poesia, con il teatro ,anche, insomma con l’arte, che può essere un’altra grande terapia!
    Poi, forse, quando ha saputo di avere il cancro, il senso di colpa dei sopravvissuti a fatti più grandi di loro, vediamo anche i sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, ha preso il sopravvento! Ma queste sono solo supposizioni, nessuno, ovviamente, lo.può sapere!

    Un caro saluto

    Asupta

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  4. Un libro necessario, è molto importante ricordare sempre quell’agghiacciante episodio della nostra storia. Un doveroso omaggio ad una donna coraggiosa e unica e alla sua voce profonda e dolorosa. Grazie a Plinio Perilli per queste parole importanti e commosse, e grazie all’editrice Zona per questa pubblicazione. Sicuramente un libro da leggere

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  5. “Era il secolo scorso ma lo sappia
    anche il nuovo, questo che avanza
    digitale e perfido, vantone di Moderno,
    sappia di una, anzi due belle ragazze
    pestate a morte da tre orridi fascistelli,
    che le violentarono e le violarono
    nella villa al mare delle loro solite,
    fastidiose e azzimate famiglie bene,
    seconde case dei mostri medio-borghesi
    allevati e tarati nella selva dei privilegi”
    Lo sappiano tutti, lo si ricordi perché la brutalità errante omicida non sembra essersela portata via il ventesimo secolo battezzato come evolutivo.
    Il poeta Plinio Perilli ed autore del libro “Ascoltai la mia voce” celebra una atrocita’ perché nel parlare di Donatella Colasanti si rivolge idealmente a tutte le vittime ancora oggi massacrate, innalzandole al di sopra del male abbietto ed elevandole a celesti donne ora nella Pace del Paradiso. Il male non le ha annientate nella verità dell’ultrarerreno. Sono splendenti e intoccabili ora.
    “Capire che anche l’Ade è tutto in noi,
    perfettamente, nostro comunque, e
    acerrimo, il purgatorio, la risalita fausta
    fino al Paradiso. Paradiso, sembra sempre
    l’amore: e tu, Donatella certo ci sei giunta,
    ma senza gloria o retorica, senza artifici.
    Perché hai saputo pacificarti, credere alle
    parole, trasmutare lo specchio esatto di Te.”
    Onorevole che un poeta ricordi la strage, ponga l’animo puro della vittima come incontaminato dalla cattiveria deplorevole ed erga lei, Donatella a Luce nel cielo. I cieli non si sono chiusi ma accoglienti verso la vita interrotta, i sogni erosi la recano in custodia a protezione eterna.
    “Lei sì che c’è, e resta, e vige qui
    ancora fra noi, perché se la penso
    io la rivedo, che ci guarda e tace,
    sorride ogni giudizio, dal suo
    oltre rifiorito dall’incubo, affranta
    e integra – guerriera ma solo
    per il Bene, e sempre ricoperta
    di sangue: che noi non vedevamo,
    con cui scriveva certo le sue poesie.

    *

    Leonessa poi la fece la sua storia,
    gettata come brandelli di carne
    nella gabbia dell’esistere – ma
    Lei era ancora cucciola, ingenua
    no, ma candida e speranzosa…
    Un’adolescente troppo giovane
    e inesperta e credula, per farsi felina,
    tra domatori ferini, crudeli in gara
    di crudeltà. Stupido inferno recitato!”
    Che beffa fare il Male pensando di avere la vittoria di una battaglia umana puerile.
    “Ma certo i diavolacci si vergognano,
    degli uomini che li imitano, li evocano
    all’infuori di loro!: banali più del Male
    che oltraggia già se stesso… e resta,
    come sempre, a fulcro d’ogni rinascita,
    sacra occasione di riazzerarare tutto
    e cominciare a capire, a carpire le risorse
    del buio, le radici smarrite della luce.”
    Un male ispirato, represso, esploso, goduto. Una malvagità inspiegabile se non nella pochezza umana che si perde dietro poco discernimento e si incatena dietro illusioni mortali. Eppure la bellezza sarà la salvezza e mostrerà la via della rinascita, risanera’ la Terra in modi che sol di soffio possiamo percepire ma forti nella potenza coroneranno di vittoria ultimae gesta sacrileghe. Ciò può gia manifestarsi appieno in questi versi di Donatella Colasanti.

    “Correndo all’imbrunire
    su di una strada
    allentando la corsa
    mi sedetti in uno scalino
    la mia mente si fermò
    ascoltai la mia voce
    ed insieme alla mia
    udii il suono
    dell’amore” (Donatella Colasanti)
    L’amore è il sole che splende nel Bene e lo rinnova, lì i cuori saranno al sicuro.
    Un grazie al poeta Plinio Perilli per questo splendido libro. Monica Baldini
    .

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  6. “Era il secolo scorso ma lo sappia
    anche il nuovo, questo che avanza
    digitale e perfido, vantone di Moderno,
    sappia di una, anzi due belle ragazze
    pestate a morte da tre orridi fascistelli,
    che le violentarono e le violarono
    nella villa al mare delle loro solite,
    fastidiose e azzimate famiglie bene,
    seconde case dei mostri medio-borghesi
    allevati e tarati nella selva dei privilegi.”
    Lo sappia anche questo ventesimo secolo battezzato come evolutivo, inveisce il poeta Plinio Perilli autore del libro in memoria di Donatella Colasanti “Ascoltai la mia voce” – Zona che due ragazze subirono la malvagità bruta di ragazzetti assassini della Roma bene.
    Non si trattò di un atto non voluto, casuale e improvviso ma di un gioco macabro che le loro menti aveva disegnato con lucidità efferata. Sevizie e torture, il gruppo che assale e vuole vedere la morte.
    “Poi chiuse in macchina nei sacconi
    neri dell’immondezza, scarti della Storia…
    Ma una non era morta – forse andò
    oltre, commosse le ombre, e fu mandata
    indietro. Quando si riebbe e vagamente
    capì, lì dentro il bagagliaio strepitò, bussò,
    riuscì a farsi accorgere, la sorte le aprì…
    Quello sguardo dall’Ade alla luce, dalla
    lamiera al mondo, fece epoca, incise
    a fuoco, a sangue l’Immaginario – resta.
    Resta non per i sociologhi, i tanti, anche
    troppi giornalisti che ne scrissero, o i
    politici ignavi – resta per chi era ragazzo,
    e quella ragazza s’era mutata nella maschera
    d’una tragedia, casualmente, così come
    spesso avviene a chi il Male non lo pensa,
    alla sua banalità efferata già in questo:
    nello sconfinare, alterarsi, dal sorriso
    alla smorfia, dal sogno più scanzonato
    d’un pomeriggio adolescente, a una notte
    di tregenda che impaurisce anche i diavoli…”
    Plinio Perilli descrive il Male annientandolo nella sua pochezza velenosa e puerile, nella sua schifosa banalità che compie stragi ragionate ma non vittoriose. Il Male nella sua schifezza si denuda della sua essenza verminosa e compie ogni qualvolta un indirizzo ineluttabile verso il Bene. Nulla vale contro il Bene, il Male.
    “Ma certo i diavolacci si vergognano,
    degli uomini che li imitano, li evocano
    all’infuori di loro!: banali più del Male
    che oltraggia già se stesso… e resta,
    come sempre, a fulcro d’ogni rinascita,
    sacra occasione di riazzerarare tutto
    e cominciare a capire, a carpire le risorse
    del buio, le radici smarrite della luce.

    Capire che anche l’Ade è tutto in noi,
    perfettamente, nostro comunque, e
    acerrimo, il purgatorio, la risalita fausta
    fino al Paradiso. Paradiso, sembra sempre
    l’amore: e tu, Donatella certo ci sei giunta,
    ma senza gloria o retorica, senza artifici.
    Perché hai saputo pacificarti, credere alle
    parole, trasmutare lo specchio esatto di Te.
    Ascoltai la mia voce diventerà un coro.”
    Donatella Colasanti è elevata al Cielo dove le brutture tutte sono svanite e in custodia nella Pace siede, rinata.
    Il Male si fa beffa di sé e si ritorce poiché la volontà di scendere nel buio dei ricordi e dei maltrattamenti non ha sorta di scampo di fronte un cuore puro che vuole amare e vivere la propria verità eternamente pulsante.
    “Lei sì che c’è, e resta, e vige qui
    ancora fra noi, perché se la penso
    io la rivedo, che ci guarda e tace,
    sorride ogni giudizio, dal suo
    oltre rifiorito dall’incubo, affranta
    e integra – guerriera ma solo
    per il Bene, e sempre ricoperta
    di sangue: che noi non vedevamo,
    con cui scriveva certo le sue poesie.
    Leonessa poi la fece la sua storia,
    gettata come brandelli di carne
    nella gabbia dell’esistere – ma
    Lei era ancora cucciola, ingenua
    no, ma candida e speranzosa…
    Un’adolescente troppo giovane
    e inesperta e credula, per farsi felina,
    tra domatori ferini, crudeli in gara
    di crudeltà. Stupido inferno recitato!”
    Lei, la invoca Perilli, guerriera ma solo per il Bene, vige ancora tra noi e non disperderà le sue memoria né foss’altro per la sua rivincita poeticamente devoluta.
    Come si può non riconoscere in questi versi, l’anima levigata dal sogno di superare ogni cattiveria acerrima ed inimmaginata e di volgere là dove il Sole tramonta e passionale scalda le membra e la visone di una vita che all’amore deve la sua rinascita e in quell’amore vuole cullarsi.
    “Correndo all’imbrunire
    su di una strada
    allentando la corsa
    mi sedetti in uno scalino
    la mia mente si fermò
    ascoltai la mia voce
    ed insieme alla mia
    udii il suono
    dell’amore” (Donatella Colasanti)
    Le vittime del Male non sono spente perché nell’Amore trovano salvezza, quell’amore che ce le fa ricordare, tenere vive ed elevare nel più angelico e celestiale dei posti di cui la Terra è solo amara parvenza. Lì dove sono al sicuro e serene.
    Grazie poeta, Perilli per questa maestosa opera di educazione e ricordo. Per la sua abilità di penetrare nelle vicende della storia e dell’animo.
    Grazie Donatella, se puoi sentirmi per la tua bella libertà di godere della vita pur avendola sentita bruciare e rovinare, per la tua scia luminosa di coraggio e la tua incommensurabile tensione all’amore.

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