Gilberto Owen tradotto da Emilio Capaccio

O dolore, senza il tuo vino acido

né la pillola d’oppio della luna

saremmo già nell’eterno

 G. O.

Gilberto Owen

Gilberto Owen (El Rosario, 13 maggio 1905 – Filadelfia, 9 marzo 1952) è stato un poeta e diplomatico messicano, nipote di un minatore irlandese.

Fece parte del gruppo “Los Contemporáneos”, un manipolo di giovani intellettuali messicani dell’avanguardia poetica, riuniti intorno alla rivista omonima, tra i quali si annoverano i poeti: Jorge Cuesta, Xavier Villaurrutia, Salvador Novo, José Gorostiza.

A causa dei suoi innumerevoli incarichi diplomatici, visse gran parte della propria vita fuori dal suo paese: Boston, Lima, Bogotá, e infine presso il Consolato del Messico a Filadelfia, fino alla sua morte, sopraggiunta all’età di 47 anni, per una cirrosi epatica, dopo essere diventato completamente cieco.

La sua opera si compone di varie raccolte di poesia: Desvelo (1925), Línea (1930), El libro de Ruth (1944), Sindbad el Varado (1948), Perseo Vencido (1948); una raccolta di racconti: La Llama Fría (1925), e una narrazione, in forma di prosa poetica: Novela como Nube (1928), oltre a un certo numero di articoli apparsi soprattutto sulla rivista “Contemporáneos”, tra il 1928 e il 1931.

Articolo e traduzione di Emilio Capaccio

IL NAUFRAGIO

Questa mattina ti sorprendo con il volto così nudo che tremiamo;
nient’altro che un’aria d’essere stato e solo stare, ora,
un’aria che si sporge dagli occhi e i denti,
pettegolo colibrì, statico
dentro l’alone del suo movimento.
E non parli. Non parlare
che non hai più voce da indovinello
e forse ti ho perduta nel conoscerti,
e forse sei qui, all’improvviso immobile,
terra che m’accolse di notte naufrago
e che all’alba scopro isola arsa e deserta;
e me ne vado per la tua riva, pensoso, e non trovo
la costa né il nome che ti desiderava nella tempesta.

Questa mattina mi consuma nella sua brace la coscienza delle mie piaghe;
senza di lei non crederei nella scala inaccessibile della notte
né nel suo bel guardiano incorruttibile:

qui mi ferì la sua mano, qui il suo sogno,
in Emel il suo sorriso, nella luce la sua poesia,
il suo disamore m’opprime nel tuo sguardo.

E lottai contro il mare tutta la notte,
da Omero fino a Conrad,
per arrivare al tuo viso deserto
e nella sua sabbia leggere che nulla aspetta
che non aspetta mistero, che non aspetta.

Con la mattina abrogarono le stelle i loro segni e le loro leggi
ed è inutile che il cartografo disegni fiumi asciutti nel palmo
della mano.

EL NAUFRAGIO

Esta mañana te sorprendo con el rostro tan desnudo que temblamos;
sin más que un aire de haber sido y sólo estar, ahora,
un aire que te cuelga de los ojos y los dientes,
correveidile colibrí, estático
dentro del halo de su movimiento.
Y no hablas. No hables,
que no tienes ya voz de adivinanza
y acaso te he perdido con saberte,
y acaso estás aquí, de pronto inmóvil,
tierra que me acogió de noche náufrago
y que al alba descubro isla desierta y árida;
y me voy por tu orilla, pensativo, y no encuentro
el litoral ni el nombre que te deseaba en la tormenta.

Esta mañana me consume en su rescoldo la conciencia de mis llagas;
sin ella no creería en la escalera inaccesible de la noche
ni en su hermoso guardián insobornable:

aquí me hirió su mano, aquí su sueño,
en Emel su sonrisa, en luz su poesía,
su desamor me agobia en tu mirada.

Y luché contra el mar toda la noche,
desde Homero hasta Joseph Conrad,
para llegar a tu rostro desierto
y en su arena leer que nada espere,
que no espere misterio, que no espere.

Con la mañana derogaron las estrellas sus señales y sus leyes
y es inútil que el cartógrafo dibuje ríos secos en la palma
de la mano.

NON HO VISTO NULLA

Mosca morta canzon del non veder nulla,
del nulla udir che nulla è.

Di giacere in sopore di terra ferma
con porti come palpebre chiuse che non sferza
la tempesta d’un mar di lacrime
in cui non sono riuscito a perdermi.

Di stare, mediterraneo acquitrino acido,
sotto il sonno dormiente dei pini, immobili
come colonne sul bastimento d’una chiesa abbandonata,
che potrebbe essere il ventre
della balena per l’ultimo viaggio.

Di chiamare alla mia porta e sentir che mi negano
e veder dalla finestra che sì dentro ci son io,
perché non c’è stato, non c’è stato
nessuno a chiudere le mie palpebre al momento di passare.

Successione di naufragi, inconclusi
non per codardia nel pretendere di salvarmi,
dacché chiamavo l’avvoltoio della tua luce
a che mi divorasse i sensi,
eppur i miei vizi rinascevano sempre.

YO NO VI NADA

Mosca muerta canción de no ver nada,
del nada oír, que nada es.

De yacer en sopor de tierra firme
con puertos como párpados cerrados, que no azota
la tempestad de un mar de lágrimas
en el que no logré perderme.

De estar, mediterránea charca aceda,
bajo el sueño dormido de los pinos, inmóviles
como columnas en la nave de una iglesia abandonada,
que pudo ser el vientre
de la ballena para el viaje último.

De llamar a mi puerta y de oír que me niegan
y ver por la ventana que sí estaba yo adentro,
pues no hubo, no hubo
quien cerrara mis párpados a la hora de mi paso.

Sucesión de naufragios, inconclusos
no por la cobardía de pretender salvarme,
pues yo llamaba al buitre de tu luz
a que me devorara los sentidos,
pero mis vicios renacían siempre.

ASPETTA OTTOBRE

Aspetta, ottobre.
Non parlare, voce. Aprile dissolve appena
la pelle delle statue in schiuma,
canta ancora in fiore l’albero delle vene,
e già il tuo presagio è raso il mare, la tua bruma
che soverchia il piacere appende le sue catene,
e il tuo clima di menta in cui sfuma
il pensiero dal suo labirinto
e si diventa fondo il labirinto dell’istinto.

Non bruciare, calce. Non righi le pareti
d’aria d’aprile del mio festino il tuo annuncio.
Se mi sai già preda delle tue reti,
se al mio sognar vivere nacqui sottomesso,
torna al sonno reale da cui provieni,
fammi roccia il fumo infedele che calco,
fa’ alla mia sete il frutto, il vino, il seno,
e al mio rancor il suo dente di veleno.

Specchio, non guardarmi ancora.
Aprile non è mai aprile nel deserto,
e mi spia la tua notte tutto il giorno
affinché nel vederti io mi guardi morto;
Narciso non morì di egolatria,
quando gli insegnai che sei incerto,
che sei uguale all’uomo che ti guarda
e che nel guardarsi in te più non si guarda.

ESPERA OCTUBRE

Espera, octubre.
No hables, voz. Abril disuelve apenas
la piel de las estatuas en espuma,
aún canta en flor el árbol de las venas,
y ya tu augurio a ras del mar, tu bruma
que sobre el gozo cuelga sus cadenas,
y tu clima de menta, en que se esfuma
el .pensamiento por su laberinto
y se ahonda el laberinto del instinto.

No quemes, cal. No raye las paredes
de aire de abril de mi festín tu aviso.
Si ya me sabes presa de tus redes,
si a mi soñar vivir nací sumiso,
vuelve al sueño real de que procedes,
déjame roca el humo infiel que piso,
deja a mi sed el fruto, el vino, el seno,
y a mi rencor su diente de veneno.

Espejo, no me mires todavía.
Abril nunca es abril en el desierto,
y me espía tu noche todo el día
para que al verte yo me mire muerto;
Narciso no murió de egolatría,
sí cuando le enseñé que eres incierto,
que eres igual al hombre que te mira
y que al mirarse en ti ya no se mira.

CITTÀ

Trafitta dal tuo canale preciso,
sanguini getti di luci,
martirizzata pelle di coccodrillo.
Grido tuo — a quest’ora imbavagliato
da quella nube con luna —,
lancia in me, che m’oltrepassa, esatta,
col ricordo di quello che non è stato.

E io che aprii il balcone senza sospettarlo
pure, pure specchio della notte
della mia stessa stanza senz’alcuno:

scaffali delle strade
piene di libri conosciuti;
e il ricordo che continua a incorniciare
i suoi ritratti alle finestre;
e una piazza per dormire, piovuta
dall’insonnia dei campanili
— nenia dei quarti d’ora —,
a vegliarmi un sonno alto, freddo, eterno.

CIUDAD

Alanceada por tu canal certero,
sangras chorros de luces,
martirizada piel de cocodrilo.
Grito tuyo — a esta hora amordazado
por aquella nube con luna —,
lanza en mí, traspasándome, certera,
con el recuerdo de lo que no ha sido.

Y yo que abrí el balcón sin sospecharlo
también, también espejo de la noche
de mi propio cuarto sin nadie:

estanterías de las calles
llenas de libros conocidos;
y el recuerdo que va enmarcando
sus retratos en las ventanas;
y una plaza para dormir, llovida
por el insomnio de los campanarios
— canción de cuna de los cuartos de hora —,
velándome un sueño alto, frío, eterno.

ALLO SPECCHIO

Mi fermo nelle tue pupille, senz’invito alla tua festa di fantasmi.
Dentro tutti intrecciano i loro effimeri lacci,
solo io fuori, e senz’amore, ma prigioniero,
io, giovane facchino, col mio gemito, alla tua finestra,
io, pivello triste, io, pivello romantico.

Dentro di te, le nozze di ghiaccio al sole dell’albero e della nube,
abbinate risa che si perdono in perduti sentieri,
l’inevitabile luna quasi liquida,
l’acqua rotta in trilli e nella sua musica un iris e un’ape nel suo stigma
e nel suo pungiglione la tua smania di dimenticarmi.

Io, in alto mar di cielo
che inauguro il mio carcere dei mai e dei sempre.

Dentro di te, la casa, le sue palme, il suo lido,
il cattivo presagio dei pavoni reali,
granchi bibliopirati che arredano le loro gallerie coi miei versi,
e in fondo il giallo amarulento mar di Mazatlán
da cui soffiano raffiche di nomi.
Ma se gridano il mio rispondono molti volti che non ho conosciuto
o che ha cancellato una spugna zuppa di minuti,
come quello del bambino che stanotte si sente solo e intimo
e che piange spesso davanti al ritratto
di un gambusino biondo che s’è scottato a mezzogiorno in roseti di sangue.

AL ESPEJO

Me quedo en tus pupilas, sin convite a tu fiesta de fantasmas.
Adentro todos trenzan sus efímeros lazos,
yo solo afuera, y sin amor, mas prisionero,
yo, mozo de cordel, con mi lamento, a tu ventana,
yo, nuevo triste, yo, nuevo romántico.

Dentro de ti, las nupcias de hielo al sol del árbol y la nube,
pareadas risas que se pierden por perdidos senderos,
la inevitable luna casi líquida,
el agua rota en trinos y en su música un lirio y una abeja en su estigma
y en su aguijón tu anhelo de olvidarme.

Yo, en alta mar de cielo
estrenando mi cárcel de jamases y siempres.

Dentro de ti, la casa, sus palmeras, su playa,
el mal agüero de los pavos reales,
jaibas bibliopiratas que amueblan sus guaridas con mis versos,
y al fondo el amarillo amargo mar de Mazatlán
por el que soplan ráfagas de nombres.
Mas si gritan el mío responden muchos rostros que yo no conocía
o que borró una esponja calada de minutos,
como el de ese párvulo que esta noche se siente solo e íntimo
y que suele llorar ante el retrato
de un gambusino rubio que se quemó en rosales de sangre al mediodía.

INTERIORE

Le cose che entrano dal silenzio cominciano ad arrivare alla stanza. Lo sappiamo, perché ci lasciamo dimenticati là dentro gli occhi. La solitudine arriva dagli specchi vuoti; la morte rasa dei quadri, che rompe le vetrine di museo; gli angoli s’aprono come granate affinché entri il grillo coi suoi spilli; e malgrado ci dimentichiamo di spegnere la luce, l’oscurità dà una luce nera più potente che eclissa l’altra.

Ma non sono queste le cose che entrano dal silenzio, piuttosto altre più sottili; se ci fossimo lasciati dimenticata anche la bocca, sapremmo nominarle. Per suggerirle, i precettisti consigliano di parlare di parallele che, senza smettere di esserlo, s’incontrano e si baciano. Però i bambini che risolvono equazioni di secondo grado, si suicidano sempre non appena arrivano agli ottant’anni, e per quel motivo preferiamo guardare senza nomi quello che entra dal silenzio, e lasciare che tutti continuino ad affermare che due più due fa quattro.

INTERIOR

Las cosas que entran por el silencio empiezan a llegar al cuarto. Lo sabemos, porque nos dejamos olvidados allá adentro los ojos. La soledad llega por los espejos vacíos; la muerte baja de los cuadros, rompiendo las vitrinas de museo; los rincones se abren como granadas para que entre el grillo con sus alfileres; y aunque nos olvidemos de apagar la luz, la oscuridad da una luz negra más potente que eclipsa a la otra.

Pero no son éstas las cosas que entran por el silencio, sino otras más sutiles aún; si nos hubiéramos dejado olvidada también la boca, sabríamos nombrarlas. Para sugerirlas, los preceptistas aconsejan hablar de paralelas que, sin dejar de serlo, se encuentran y se besan. Pero los niños que resuelven ecuaciones de segundo grado, se suicidan siempre en cuanto llegan a los ochenta años, y preferimos por eso mirar sin nombres lo que entra por el silencio, y dejar que todos sigan afirmando que dos y dos son cuatro.

 

FINALE

Parole oscure che allora
mi sembravano così chiare.
Oggi starei qui fino all’alba,
pensandole disperatamente,
senza strappare un senso:
così d’altro mi suonano,
così lontane.

In cambio questo ancora non modulato
che dirà una voce innata,
nudo in me lo sento,
nuovo eppure già conosciuto.

Sta in me ― e in te, libro,
come un neonato nel ventre
gelido di questo silenzio, questo cadavere,
oggi, di quelle parole.

 
FINAL

Palabras oscuras, que entonces
me parecían, ¡ay! , tan claras.
Hoy me estaría aquí pensando
hasta el alba, desesperadamente,
sin arrancarles un sentido:
¡tan de otro me suenan,
tan lejanas!

En cambio ésta aún no modulada
que en mí dirá una voz innata,
¡qué desnuda la siento,
qué nueva aún y ya qué conocida!

Está en mí ― y en ti, libro,
como un recién nacido en el regazo
frío de este silencio, este cadáver,
hoy, de aquellas palabras


Una risposta a "Gilberto Owen tradotto da Emilio Capaccio"

  1. “Parole oscure che allora / mi sembravano così chiare.” capita spesso, quando rileggiamo ciò che abbiamo scritto anni prima (o almeno capita a me, chissà se a voi). buffo no? “E lottai contro la mente tutta notte / da Omero fino a Conrad / per arrivare al tuo segno deserto / e nella sabbia leggere che nulla aspetta / che non aspetta mistero, che non aspetta”.
    il tutto mi ha fatto tornare in mente un Battiato d’annata che per un istante tornava alla voglia di viveré a un’altra velo-cità: “passano, ancora lenti treni per Tozeur”.
    eh, deraglianti trenini di parole, da stipare di passeggeri (significati).
    amen…

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