Matteo Bianchi: poesie da “FORTISSIMO”

 

Tra un Fortissimo e un Mezzo piano, Matteo Bianchi compone la sua personalissima sonata sul tema – prediletto – della passione amorosa, scandita in movimenti ora lenti e indugianti, ora nervosi e taglienti, fra malinconia, tenerezza, insofferenza, azzardo. Se nella prima parte si affida alla forma diaristica – con schegge narrative di raffinata complessità –, nella seconda declina il verso libero con la libertà dell’estro e dell’intelligenza che da tempo gli conosciamo, inanellando dialoghetti di sospesa intensità, figure che si cercano e si perdono, gli oggetti della vita di ogni giorno: un bollitore per il tè, il fumo di una sigaretta, «due bottiglie / destinate a essere buttate». Alle origini di questa poesia è forse una ferita, il sentimento di una perdita irreparabile, di un «vuoto sconosciuto», cui nondimeno corrisponde l’aspirazione a una pienezza di vita, al «frammento che porta dentro / l’intero». Rispecchiandosi nelle figure lontane del mito, nelle loro vicende esemplari (Orfeo, Psiche, Prometeo, Ulisse, Orlando pazzo per amore, Romeo), ma anche in figure storiche di dolorosa umanità come Cesare Pavese, il giovane Matteo sembra giungere a una sorta di primo consuntivo della propria vita, non solo poetica, nell’urgenza di un dato esistenziale che non vuole ripiegarsi su se stesso, ma farsi moralità, pietas, memoria, ostinata volontà di conoscenza: «Io ti ripetevo che il poeta / deve camminare. / Non stancarsi subito / di tornare indietro, / riattraversare la stessa porta, / reduce delle stanze / quando scappa di casa».

GIANCARLO PONTIGGIA

Matteo Bianchi – Fortissimo – (Ed. Minerva 2019)

 

da Fortissimo

La via per Canossa è sempre la più dura,
tra nevi alte fino alle staffe
e nude rocce aspre.
Ve ne pentirete, forse,
una volta sul passo, sul passato:
fate attenzione ai crepacci,
alle sirene dei ghiacci.
«Perché mi guardi male?»
Non riuscivo a dire addio
nemmeno a un mozzicone
spento.
I fanali dell’auto davanti in coda,
l’insegna del motel a ore,
il nulla della nebbia intorno.
Fino al viale, tragitto quotidiano:
da casa mia a casa tua,
da casa tua a casa mia.
Mi fermavo sul marciapiedi
e tu scendevi piano.
Aspettavo di vederti entrare.
«Ti prego, non dirlo…
non dirlo».
«Ma… che cosa?
Non ho fiatato»,
troppo fiato appannava la veduta,
la calda stretta delle nostre colpe.

 

da Diario di un amore

2 DICEMBRE
«I don’t want to be the one / left in there, left in there»… laggiù,
in una cittadina tra i campi, sul cuscino di lui lei aveva sistemato
una mattina il suo pigiama, prima di andare al lavoro.
Si sa quanto i pigiami siano morbidi. E magari sono quello
che portiamo addosso di più sincero. Spontanei, a volte scontati.
Quello che basterebbe per svegliarsi bene il primo gennaio.
Il suo aveva un biscotto enorme, tante stelline e tante
piccole lune su un cielo blu. E lui che con gli occhi la seguiva
da mesi sul finire del turno, in mezzo alla folla degli acquisti,
sapeva che ci sono cieli e notti in giro che riempirebbero una
casa. Più delle luci di Natale. Notti sfogliate solo nei racconti
che l’avrebbero scaldato più del solito cappotto grigio.
Quello da battaglia, appeso vicino all’entrata. Di solito lei
dormiva sul fianco destro, lievemente raccolta, con le braccia
al petto; perciò, quando spegnevano la luce al secondo piano
in una stanza tra le tante, lui le prendeva le mani e la stringeva
a sé. In due si vede anche al buio, e il buio stesso si fa
inconsistente. Talvolta si svegliava per assicurarsi che lei non
avesse freddo, le baciava i capelli che si erano sciolti sul cuscino
e tornava ad appoggiare il viso sulla sua schiena, sperando
di avere altri dieci minuti a disposizione, sebbene del tempo
non gli importasse più granché.

*

8 DICEMBRE (mi preparo per la festa)
Forse si trova una ragione solamente nel vuoto, nelle lische
di pesce, nella forma che si presta a essere maneggiata, da
modellare come creta di un vaso sotto il controllo delle nostre
mani. Ho sempre recitato bene con le comparse, sebbene
fossi tu la protagonista del mio palcoscenico a mettermi in
difficoltà, nel disagio che quel poco di onesta superbia mi
aveva evitato fino ad allora. Pensi sia stato semplice darti le
parole adatte, calibrarle, evitando di sbavare, di esondare dai
tuoi margini; senza esagerare con la pressione della piuma
intinta, purché non ti ritirassi sotto le vesti, dai miei occhi,
dai miei cinque sensi?
Mio padre avrebbe apprezzato se lo avessi aiutato ad addobbare
l’albero; piuttosto di festeggiare, l’avrei inghiottito, aghi
di pino compresi.

*

28 LUGLIO
Quando a pelo d’acqua percepisci che nulla è in ordine, perciò
tutto è al suo posto sulla prua, ti sfiora l’idea che sia il momento
di mollare la cima: il gorgoglìo del motore si mescola
all’incedere del mare. La tua fine, l’inizio di qualcun altro.

*

5 SETTEMBRE
C’era quello in sala che, pur vincendo il nero da non si sa
quanto, scommetteva sempre e comunque sul rosso. La questione?
Si diceva fosse un vizio di famiglia, alla pari di chi
insegue le volpi nella neve, credendo siano addomesticabili
come i cani e imparino a tornare, ad avere un tetto, o chi si
perde in un bicchiere di scotch lasciato da una lei, ma con
ghiaccio. Non si poteva sapere che rapporto avesse con il colore
del fuoco e il calore del sangue; però c’era anche chi
azzardava fosse per una sorta di sentimento, la ciliegia sul
fondo di un Martini “perfetto”. Un sentimento a più non
posso, senza limiti di tempo né risparmio di calorie. Rideva,
poi puntava: «Oggi tutto sull’amore» e l’indomani ci riusciva
ancora – proprio così – riusciva a raddoppiare

*

da Mezzo Piano (poesie 2008- 2018)

Affilati gli abbracci a tracolla,
sulle tracce dell’ultimo bacio
un tale si guardava conscio le spalle
del suo ego addomesticato
e pensava: «Chissà con parole scarne
cos’hai stanato, quali hai scelto
per tirare e sino a dove.
Chissà se comprendi di aver sparato:
di fatto sta che non hai usato
il richiamo, non ti sei curato
della rosa di piombo sul suo petto.
La conseguenza del tuo strappo,
il suo pianto sconsolato,
mi ha risvegliato.

Chissà quanto il ricordo di te
riuscirà a reggere
quando l’avrò braccato».

(Un cacciatore innamorato)

*

Si allontanavano alla svelta
ammutoliti dal boato.
La menzogna rompeva gli argini
dietro di loro
e l’incertezza copriva il viale,
le chiome inermi degli alberi, il cielo.
Loro correvano a chiudere le porte
di casa, giravano altrove
lo sguardo, alzavano le spalle.
E si perdevano incantati
davanti alle rispettive tv,
ma nei salotti sbagliati.
La menzogna dilagava e s’increspava
la pelle di ogni misero orizzonte,
in caso un dubbio fosse strisciato sotto l’uscio:
un sibilo, uno soltanto
li avrebbe traditi.

*

La pazzia di un uomo alla stazione
sta dentro ad un solo momento:
la tua partenza.
Il cielo sul treno è un deserto
e non passa volta, bagagli al vento,
i miei occhiali non siano bagnati.
Mandare giù tutto d’un fiato
l’amaro boccone di un addio
lasciato freddo nel piatto.
Ritorna un tuo sorriso,
riflesso opaco dalle lenti.
Il pioppo in cortile è pervaso dal sole.

*

La prima volta sempre
tu mancherai

il fiore reciso per sbaglio
alla nostra bella di notte.
Tentavo un ragguaglio
alle borse sotto gli occhi,
una soffice distrazione.
Il cane che piange
qualche isolato più in là
dal mio davanzale,
disinteresse totale
per le scelte ovvie.

Un ignoto ricambia
il passaggio
da una finestra allo squarcio,
da un quadro fresco di mano
appeso in soggiorno.
Un intarsio di tarlo
intorno al chiodo della ragione:

la corteccia ha ben altro sapore

*

Insistevi che il poeta
deve tutto alla musica.
Ti ripetevo che il poeta
deve invece camminare.
Non stancarsi subito
di tornare indietro,
riattraversare la stessa porta,
reduce delle stanze
quando scappa di casa.
Ti frugavo nella borsa
per fare parole della mia penna,
le mie braccia di edera
strette impotenti
alle corde del tuo violino.
Tralci di comunione e foglie
rosse sopravvissute.

*

MATTEO BIANCHI, 32 anni, si è specializzato in Filologia moderna a Ca’ Foscari sul lascito lirico di Corrado Govoni. È libraio, giornalista pubblicista e collabora con varie testate del Gruppo Gedi, con “Leggere:tutti”, “QuiLibri”, “Poesia” e Punto. Almanacco della poesia italiana. Ha pubblicato le raccolte Fischi di merlo (Edizioni del Leone 2011, Premio Rabelais, Premio Turoldo), L’amore è qualcos’altro (con Alessio Casalicchio, Empirìa 2013), La metà del letto (Barbera 2015, Premio Metauro, Premio Città di Sassari, Premio Graziano, Premio Tra Secchia e Panaro), Fortissimo (Minerva 2019, Premio Maconi) e la plaquette Un’ombra in due (L’Arca Felice, 2014), in parte interpretata dal cantautore Germano Bonaveri.
È stato presentato su “Gradiva” (State University of New York) sia da Giancarlo Pontiggia sia da Francesco Scarabicchi. Suoi versi sono apparsi nelle antologie Quadernario (a cura di M. Cucchi, LietoColle 2016), Il silenzio acuto del mattino (a cura di G. Sica, Giulio Perrone 2012) e In quel margine di valigie estranee (a cura di E. Pecora, Giulio Perrone 2011), sulle riviste “L’immaginazione”, “Soglie”, “Capoverso”, “La Clessidra” e “Il Filorosso”. Suoi contributi critici, invece, su “Il Ponte”, “Semicerchio”, “Letteraria”, “Il Segnale” e “Atelier”, di cui ha curato il monografico sulla poetica di Anna Maria Carpi (n. 73, marzo 2014). È stato tradotto in tedesco da Ingrid Ickler per la Regione Assia, in francese sulla “Revue Verso” (Lucenay), in olandese da Benjamin Jago Larham per il Conservatorio Reale (l’Aia), in spagnolo su “Funciòn Lenguaje” (Madrid) e su “Vallejo & Co.” (Perù). Ha composto il primo excursus sulla poesia contemporanea a Ferrara, I poeti del Duca (Edizioni Kolibris, 2013). È tra i fondatori di Elba Book Festival, nonché membro del comitato scientifico della Fondazione “Giorgio Bassani”.

 

 


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