Abele Longo: “Canzoniere della biondezza” di Emilio Capaccio

Canzoniere della biondezza (Edizioni L’Arciere del dissenso), di Emilio Capaccio, si compone di due sillogi: la prima che dà il nome alla raccolta e la seconda intitolata “Canzoniere dell’estate”.  Per “Canzoniere della biondezza” una possibile chiave di lettura ci viene fornita dall’immagine di copertina: La Dormeuse, la dormiente, di Tamara de Lempicka. Ne  La Dormeuse abbiamo una donna con occhi grandi e allungati, e capelli dorati che le incorniciano il viso, in contrasto quasi con le labbra carnose che sottolineano una forte sensualità. Un canzoniere, quindi, in cui l’oggetto d’amore  rende prigionieri senza possibilità di difendersi. La donna, tuttavia, è qui oggetto immobile, che la pittura scultorea della Dormeuse incarna perfettamente. L’immagine si rivela misteriosa e rompe subito ogni aspettativa ammaliatrice: Non mi incantano più le grandi lune/ che fanno occhio di ciclope/ al tuo fantasma/ le mie ossa gettate sotto il fiore del giallo/. Se viene denotato un distacco non vuole dire affatto che  dell’amore ci si è liberati. E’ semmai dipendenza, bisogno angoscioso, come nel percorrere il corpo dell’amata il dettaglio di un neo sul seno torna ad amplificare l’ossessione. Un sentimento che nel ricordo infuria il corpo nel sovrapporsi dei sensi. Una ricerca spasmodica di quando la biondezza era carnalità,  “pettine di lussuria”, e l’amare “il seno biondo della gioventù”.

Suoni e tinte distese caratterizzano invece il “Canzoniere dell’estate”, in cui sedimenta la lava impetuosa del “Canzoniere della biondezza”.  Il linguaggio  si distende nel gioco dei suoni (le rane/ nel marese/ aspettando sotto foglie di nelumbi/ altre batracomiomachie/), in epifanie improvvise e metafore accese. Celebra l’incanto della natura (gli acquerelli delle stele/ dai pennelli della notte/ si staccano finite/ e cadono/ negli occhi larghi di chi li rapisce/), l’estate nella sua esuberanza (infestata era la notte di lepidotteri bianchi/ e brillii frenetici di invisibili lampiridi/ il carreggio degli onischi e delle formiche/ nel terriccio umido/)  e l’intimità di un giorno d’agosto (L’estate ai Giardini/ è un breve invito d’agosto/ le lucertole/ con lingue sottili/ sorbono le frenesie/ degli scirocchi).

 

Da “Canzoniere della biondezza”

I

Non mi incantano più le grandi lune
che fanno occhio di ciclope
al tuo fantasma
le mie ossa gettate sotto il fiore del giallo
non sentono il profumo
bionde ossa le tue
mondate dalla lingua della mia sete
bionde ossa le tue
in grandi venti di te
contenitori di echi addormentati
voci immaginarie
della tua voce addormentata
la distanza è un filo morto
la tua biondezza è perduta
rapita a gocce dal sorso del mare
bionde ossa le tue
hanno calze di sabbia
il mare è fermo apparecchia l’assenza

XXII

Un sangue di ibisco cade sul tuo anulare
la rosa gronda amori segreti alla luna
dove traggono sparsi i tuoi capelli
ampiezza di maree e inondano le spalle
amare per un tempo infinito di giorni
amare il seno biondo della gioventù
frenare il ticchettio che defrauda l’estate
ghiaccia la foglia
ma non attenta il senso illudente
di una sospesa immortalità

 

Da “Canzoniere dell’estate”
 

XVI

Questa notte lungo la carrozzabile
ho sentito un vecchio organo di Barberia
vellicare i bargigli
di una primavera gloglottante
ho visto un suonatore cieco
dagli occhi azzurri di tormalina
reggere sulle spalle
un cercopiteco strillante
con la faccia rosa di velour
che scimmiottava al raspio dei grilli
sotto un cappellone di feltro
sforacchiato di stele


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