Giancarlo Locarno:  Schwester  

G. Locarno Figura-Matite colorate (70x90cm)

Ma vai falco sparviero 
sulla città che cammina
con buona ramogna dal marembraccio
oltre il fremere inconsciamente inabile
del cerchio meridiano inchiavardato a bietta.
Fuga dagli alberi dipinti
dagli oceanici agglomerati verticali di balene.
Finalmente un soggetto compie un’azione
un sanguineto goccia tra i serti umbre nere di frenaglia
corre una passerella scrostata sorretta da catene 
se mi punge la tua lingua straniera non sentirò più
l’infiammazione pentecostale della “langue” e della “parole”
solo carpenteria metallica,  antenne tra i gasometri 
ascolto di musica dagli orbitali.
Il cik ciak di una exit routine dal mondo brutto
carica la sua mezza voce.
Nessuna introspezione, anzi si potrebbe dire una
estrospezione,  quando l’esterno penetra
e decide per noi di ingattigliare  occasionalmente l’inconcluso.

Cerimoniosamente il ceto medio solivo e gregale
sul limine ermetico del Camparino in galleria
rende strana la struttura di abitudini
la sua complessità postulabile
con l’istinto congetturale
del verzicare la palancaia.
Metà uomini e metà gas
quasi avessero in circolo l’icore
questo assortimento di fenomeni 
scaldi nel dragaggio ai telefonini
dell’ectoplasma di un partouze.

Alla barca infinita degli esuli
sollevano i remi fatti
di lunghi vapori dei navigli
e di povere barbe rosse.
Deambulo tra l’orticello di guerra e  uno schermo bianco
una pagina di quaderno senza nemmeno la quadrettatura
una matita abbandonata alla deriva genetica
barbuglia nella sua estasi occhialuta.
Una processione di esseri sfibrati
linee di fuga con passi ricorrenti
nel molestare i miei sogni
dagli origlieri di cellophane
ringhiano alla città 
sinistri millepiedi
dai fragili meccanismi di scutigera.

Con la mascherina hai l’aspetto di un quadrante
che i palazzi osservano increduli
con un effetto  sottilmente minaccioso.
Il male proviene dai fondachi antichi
che solchi dalla città morta verso la città viva.

Da cane sollevo la testa.
per respingere quel pensiero che esce dalla bocca
spurgo del muro, vomito del mattone
di un’ultima cena che strapiomba dentro lo spavento
farti chiamare schwester è un vezzo o una verità
slacciati dal gurt di contenzione
mi fai sentire un disumano, ma
non il fuggitivo che fuggì dal suo tempo.
La sicurezza dal passo veloce   
affiochita  si raggriccia nel certame disforico
per rotolare sempre più giù
fino al barrage del cifrante.


2 risposte a "Giancarlo Locarno:  Schwester  "

  1. Sontuosa, mi viene da dire alla prima lettura, in sospensione nelle pieghe dei suoni. La rileggerò più volte per cercare di entrare nei suoi meandri. Grazie.

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  2. Raffinatissima ricerca linguistica di Giancarlo Locarno che mette a dura prova il lettore, ma che lo compensa con la ininterrotta musicalità dei versi e con la continua provocatorietà delle immagini. Si notano le contraddizioni del nostro tempo asociale e schiavista:
    “Alla barca infinita degli esuli
    sollevano i remi fatti
    di lunghi vapori dei navigli
    e di povere barbe rosse.
    Deambulo tra l’orticello di guerra e uno schermo bianco
    una pagina di quaderno senza nemmeno la quadrettatura
    una matita abbandonata alla deriva genetica
    barbuglia nella sua estasi occhialuta.
    Una processione di esseri sfibrati
    linee di fuga con passi ricorrenti
    nel molestare i miei sogni
    dagli origlieri di cellophane
    ringhiano alla città
    sinistri millepiedi
    dai fragili meccanismi di scutigera”.

    Superba e bellissima la “Figura-Matite colorate”!

    Un cordiale saluto a Giancarlo e Abele,
    Rosaria

    "Mi piace"

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