Terra Nullius di Doris Emilia Bragagnini | nota di lettura Cipriano Gentilino

Terra Nullius di Doris Emilia Bragagnini

Quarta di copertina Laura Caccia, Anterem Edizioni, Nuova Limina XXV, Verona 2025

C’è, nelle scritture che si propongono di abitare le terre del limine, un rischio costitutivo: che la soglia diventi maniera, che il vuoto si compiaccia di sé. Terra Nullius di Doris Emilia Bragagnini, venticinquesimo volume della collezione Nuova Limina di Anterem, diretta da Ranieri Teti, schiva con precisione questo rischio. Il libro non si limita a tematizzare l’assenza: la incarna in una grafia che pare sgorgare dal medesimo gocciolìo carsico cui allude Laura Caccia nella nota di chiusura. Eppure il carsismo, qui, non è soltanto metafora geografica e friulana dell’autrice; è procedimento ritmico, sintattico, prosodico: un dire che riemerge a stilla, si interrompe, prende fiato dal silenzio prima di lasciar cadere la propria pietra sull’acqua. Il titolo è, com’è ovvio, debito al lessico giuridico coloniale, la terra nullius, la terra di nessuno passibile di occupazione ma Bragagnini ne rovescia il segno: non occupazione bensì resa, non possesso bensì esposizione. La poesia eponima, posta in apertura, fissa subito l’orizzonte etico del libro: «smessa la circospezione / il guado tentato d’arraffo leggero / la tela miniata dal ragno sorpreso» (terra nullius, p. 11), fino al congedo che ratifica una vera e propria etica della rinuncia: «il nulla di ritorno senza più pretese da guarnire». Ciò che il libro nomina, fin dal primo testo, è una postura: stare nel guado senza pretendere di possederlo, attraversare senza tracciare confini. La silloge si articola in due tempi corrispondenti alle sezioni «le sembianze» e «dall’oscuro senza eco», che si comportano come due strofe lunghe di un’unica monodia. Nella prima prevalgono i corpi e le loro fenomenologie: il derma come confine, l’occhio come superficie cedevole, le mani che scrivono al buio. Nella seconda si fa più nitida la dimensione invocativa, e la parola si dispone in piccoli rituali nominali: aludel, falx, monodia, determinismo verticale. Non è casuale che proprio in questa seconda parte affiorino i lemmi alchemici. L’aludel, vaso di sublimazione, restituisce alla pratica poetica il suo gesto più autentico, che è distillazione del dolore in forma: «filtra l’alta marea della disfatta microlesioni ammonticchiate / distilla e sfuoca di converso il perlustrare delle colpe» (aludel, p. 41). E l’ammonimento finale del testo «la volontà germoglia un non tornare dall’oscuro senza eco» dà titolo all’intera seconda sezione, indicandone così la scommessa: che dal fondo si possa risalire, ma soltanto a patto di portare con sé la propria risonanza. Il corpo è in Terra Nullius il vero territorio conteso. La domanda epidermica posta da dove finisce il derma (p. 21), «il confine appoggia il corpo sorregge il peso / una forma che non parla riflette / cerca qualcosa da dire o da strappare», culmina in uno dei versi più memorabili del libro, dove il soggetto stesso si dissolve nel proprio gesto di scrittura: «definita nel così trovarsi passeggera, impermeata scivolata / scivolata via». Quella ripetizione spezzata dalla cesura, quel raddoppio ad eco che mima il deflusso, è la cifra ritmica di Bragagnini: un fraseggiare retto dal respiro più che dal metro, e proprio per questo mai concesso alla cadenza canonica. Si pensi anche al precipitare di ho ucciso ogni agente perturbante (p. 22), dove le «penombre esistenziali flussate / sul diapason di un vetro che trema di rimbalzo» sboccano nella terna scarna e definitiva: «non so non sono». Il verso, lavorato per sottrazione, conduce all’attestazione minima dell’esistenza nel suo grado zero, quasi un controcanto laico al cogito. Sul piano del lessico la poetessa lavora per stratificazioni colte e idiolettiche insieme. Accanto ai latinismi tecnici , come apotema, aludel, falx, monodia , convivono parole-totem private (il misterioso tototje, p. 13, che funziona da formula di buonanotte e da rito apotropaico, custode della «esile paura della ribalta») e arcaismi di fascinazione («adunchità di brama», l’inchiostro finisce, p. 14). La lingua si fa leggermente attorta, mai però manieristica: ogni asperità è funzionale a un effetto di sfocatura della superficie referenziale, perché ciò che conta accada altrove, in quella zona ipnopompica dove «la dilatata pupilla la pupilla dilatata / che dal sé recede, leggermente» (tototje, p. 13). Non si può non riconoscere, in quel recedere, il lessico della depersonalizzazione restituito a piena dignità lirica: la pupilla dilatata è insieme reazione neurovegetativa e segno metafisico della soglia. Bragagnini ha l’avvertenza, rara, di non descrivere mai gli stati limite e li mette in scena per via prosodica, lasciando che la sintassi stessa, frammentata, tornante, elusiva ne faccia esperienza. L’altro grande motivo è la sparizione, appartengo al popolo scomparso (p. 27) condensa in pochi versi una vera ars dispositiva: «invisibile, una minatrice nel giorno dei pensieri / un disavanzo tra gli occhi del momento dopo, chiusi». L’autrice ascrive sé stessa, a un popolo, una  parentela con tutti coloro che hanno smesso di occupare la superficie del visibile. La stessa logica si ritrova in fuori gli spari dei cacciatori scandiscono i colpi nel petto (p. 28), dove l’identificazione con la preda è insieme empatia e prefigurazione: «così come ora il corpo diventa di marmo / le piume o i capelli tossiti dal vento». La vicinanza con l’animale, e in particolare con il lupo di non s’impara nel mondo del lupo (p. 29), costituisce uno degli snodi più alti della raccolta: la fiaba sale dal fondo arcaico per dire ciò che nessun discorso saprebbe, come in  «dio della falce del giusto che sfondi il muro del suono / in un balzo presenti il suo canto»,  fino al vagito conclusivo che è insieme nascita e perdita: «il primo vagito, sul fondo di melma». In questo verso terminale, dove la dignità di un cominciamento si misura sul fondo limaccioso che lo accoglie, Bragagnini raggiunge una densità che rinvia, per via di affinità più che di derivazione, a certi nuclei di Antonella Anedda,  non a caso convocata in epigrafe con quel legno che «crepita di lato / per metà fuoco / per metà abbandono». Si avverte, in queste pagine, una memoria letteraria precisa e mai esibita. La parente più segreta, in Terra Nullius, mi pare però Emily Dickinson, esplicitamente convocata in si allentano le maglie (p. 31): «scintillerò di luce come Emily diceva / lo farò a corrente saltata». Quel «a corrente saltata» è una piccola perla di metafisica domestica: la luce ostinata della Dickinson è qui rovesciata in luce per blackout, illuminazione paradossale, fosforescenza dei circuiti interrotti. Un gesto al contempo di umiltà filiale e di scarto interpretativo, che colloca Bragagnini all’interno di una linea femminile della modernità lirica — quella che dal fondo del proprio ritrarsi sa ancora produrre fulgore. Vorrei sostare, in chiusura, su due testi nei quali la prosodia di Bragagnini tocca il suo timbro più persuasivo. shhhh (p. 25) è un’arte poetica camuffata da appunto: «poi una mattina ti accorgi / delle orecchie che sbucano dai capelli / come quelle parole che non arrivano mai / si fioccano quando ti lavi i denti e non sai perché». Quel pendolare tra il quotidiano minimale e l’epifania involontaria, quel «come camminare sull’orlo di una battigia / che dissemina i passi delle sparizioni e le restituisce / purificate di una schiuma bianca imprecisa / gonfiata di niente», è la cifra di un realismo lirico che non rinuncia all’incanto né lo concede troppo facilmente. monodia (p. 44), invece, è il testo in cui la poetica del libro si fa esplicita figura: l’avanzare e arretrare «di ombra in ombra», l’assaporamento «di composta vuotitudine», la marcia lenta delle campane «come tacchi da parata». Qui la liturgia laica del lutto trova il suo esatto andamento prosodico, e la cantabilità monodica, sola voce, senza accompagnamento, si rivela come la sola adeguata a una terra senza appartenenze. Terra Nullius si chiude, non a caso, con determinismo verticale (p. 45): l’immagine del falco fermo «sulle punte  con la grazia di una ballerina di Doisneau» e la promessa custodita nel «baleno di un cielo inciampato». Un finale che non risolve, perché in Terra Nullius nessun discorso si compie: ogni testo si interrompe come si interrompe il gocciolìo, e riprende altrove. È, per l’appunto, una monodia: non un’aria con accompagnamento, non una polifonia, ma una sola voce che cerca, lungo l’oscuro, di non tornare senza eco. In un panorama poetico spesso oscillante tra la confessione esplicita e l’ermetismo programmatico, Bragagnini occupa una posizione propria: scrive una poesia di soglia che non si compiace della soglia, e proprio per questo riesce ad attraversarla. Il libro Terra Nullius non è la terra di nessuno: è il luogo dove la voce si fa carico del nessuno e gli rende, per primo, un nome.
*

 

Terra Nullius di Doris Emilia Bragagnini,
Anterem Edizioni, Nuova Limina XXV, Verona 2025

 

*

 

da Terra Nullius Anterem Edizioni 

 

dalla sezione le sembianze

 

terra nullius

smessa la circospezione
il guado tentato d’arraffo leggero
la tela miniata dal ragno sorpreso
l’attraversamento infantile senza dare la mano

pare un richiamo l’insonnia notturna di pareri e dèi
sconfinati, tra anse e oggetti inanimati
nella luce che si accascia di soppiatto
come olio che risalga in superficie delle cose che non sono

estese le sembianze capaci di chinarsi
sono ciò che non si tocca e non è stabile
il nulla di ritorno senza più pretese da guarnire

 

*

 

dove finisce il derma
il confine appoggia il corpo sorregge il peso
una forma che non parla riflette
cerca qualcosa da dire o da strappare
cerca una frase per tornare
prova la penna di fabbricazione argentina
liscia fluttuante accondiscendente
osserva la sua scrittura irregolare
a tratti infantile a tratti maschile
si arrende all’assenza di sé
è volata chissà dove volata chissà
dove incagliata cosa addormentata
seguo l’ombra della mano
da qui riparto un luogo saturo di finitezze
la mente stagna surriscalda gocce ali lancette di farfalla
iridescenze sincopate. li ho visti gli occhi sulla lastra
il vetro l’attraversamento la scia dell’abito abitato
definita nel così trovarsi passeggera, impermeata scivolata
scivolata via

 

*

 

non s’impara nel mondo del lupo
il grigio del pelo scolpito dal vento
nel gelo distante l’occhio sorretto dal ramo ne priva la corsa
l’onda sul dorso voluta per sé è mano che scardina l’uscio
palmo ammansito per scambio di fiato

oscura la parte mediata ogni rivolo di selva
la scossa che scaglia le membra le trattiene
prima del segno più esposto, disarticolato

dio della falce del giusto che sfondi il muro del suono
in un balzo presenti il suo canto
tutto scintilla alla lama del vero il silenzio si esalta
l’atomo soffia la nota che crepa la bolla
il primo vagito, sul fondo di melma

 

*

dalla sezione dall’oscuro senza eco

*

aludel

fai che le forme echeggino tonanti
ripeti del suono la luce diffrazione della tenebra
filtra l’alta marea della disfatta microlesioni ammonticchiate
distilla e sfuoca di converso il perlustrare delle colpe
raggi sottili i crimini affettivi storpiano il passo sull’intreccio
la volontà germoglia un non tornare dall’oscuro senza eco
il riverbero grida più forte della voce che lo emana

 

*

 

monodia

ho riposto ogni limite
il (non) cercare adattazione a renderti sacrario
coltivabile nell’estasi di te sbocconcellato
fattami d’aria cannibale

___________________ti centellino

di campane a morto come tacchi da parata, una marcia
lungo le stanze della misericordia di una me che avanza
e arretra di ombra in ombra ti assapora
di composta vuotitudine

*

*

 

determinismo verticale
del falco che t’incide il passo, lo svettare sulle circostanze
fermo sulle – punte – con la grazia di una ballerina di Doisneau
non ho più sentito il grido lo strappo di becco il varco
che mi sapeva togliere dal labbro
come un fiore reclinato sull’eterno, versato
goccia a goccia disanimata glossia all’orecchio del mondo
il dentro insaputo, il baleno di un cielo inciampato

 

***

 

Doris Emilia Bragagnini nata in provincia di Udine dove tuttora risiede è presente in riviste letterarie cartacee e online, antologie e poemetti collettivi, in numerosi accreditati lit-blog. Co-curatrice di “Neobar”, redattrice nel “Giardino dei poeti”, sostiene la divulgazione poetica con note di lettura e prefazioni. Suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo e rumeno. Il suo libro d’esordio è “Oltreverso” (Zona ed. 2012) prefazione di Augusto Benemeglio, seguito da “Claustrofonia” (Ladolfi ed. 2018) prefazione di Plinio Perilli, postfazione di Laura Caccia, segnalato al Premio Lorenzo Montano (2019), segnalato al Premio Bologna in Lettere (2019), selezionato tra i finalisti al Premio Pagliarani 2019, segnalato al Premio Umbertide xxv Aprile (2020), nella rosa dei venti finalisti al Premio Rilke 2023. Finalista con “Terra Nullius” sezione – Una poesia inedita – al Premio Lorenzo Montano 2020. Finalista con “Shhhh” sezione – Una poesia inedita – al Bologna In Lettere 2021. Finalista con la poesia “Apotema di” al Premio Lorenzo Montano 2022. Segnalazione speciale per la silloge inedita “Terra Nullius” al Premio LorenzoMontano 2023, seconda classificata al Premio Renato Giorgi 2023. Per Editura Cosmopoli, traduzione in lingua rumena di Alexandru Macadan, esce nel 2023 la plaquette bilingue “Umbra Răsturnată/L’ombra rovesciata”. Finalista con la silloge inedita “Terra Nullius” al Premio Lorenzo Montano 2024, pubblicata da Anterem Edizioni collana Nuova Limina. Numerosi gli articoli rintracciabili in rete di autori e critici che si sono occupati della sua poesia. Il blog personale: inapparentecremisi.com

 

 


6 risposte a "Terra Nullius di Doris Emilia Bragagnini | nota di lettura Cipriano Gentilino"

  1. Ci sono artisti che fondano un mondo, un territorio che, pur attraversato da echi, influenze e rimandi, si impone come irriducibilmente unico. È il caso di Doris che, con questa raccolta, insieme autoriflessione sulla propria poesia, ha dato un nome a quel territorio: Terra Nullius. Un luogo, come scrive Cipriano, “dove la voce si fa carico del nessuno e gli rende, per primo, un nome”. Ma Terra Nullius è anche la regione più aspra e segreta dell’inconscio, quella che ci appartiene intimamente e che tuttavia continuiamo a disconoscere.

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  2. Senza più cautela, senza guardarsi intorno sospettando un pericolo,

    si arriva al guado, al passaggio verso una nuova sfera

    di figurazioni e arabeschi che solo i ragni sanno tessere.

    Il guado si attraversa lasciando la sicurezza della mano,

    ormai si è diventati grandi, ma l’infanzia urge sempre nel profondo più profondo di noi.

    Basta esempi dei libri di testo, e dei latenti, a pratiche a cui si è ormai assuefatti.

    Attraversando il guado non si arriva nel deserto, ma in un paesaggio rigoglioso, le parole

    possono così rivelare i loro doni attraverso una disciplina calcolata e regolare l’equilibrio tra significato e senso estetico.  Lo scavo dentro ciò che non è stabile rivela concretamente quell’alone di ineffabile ambiguità che circonda in modo persistente ogni forma di poesia.

    Come il “falco alto levato” di Montale ormai libero, alto sopra le circostanze, con una certa grazia, osserva il mondo sotto con i suoi fiori reclinati, questi fiori mi hanno richiamato la madre di Cecilia del Manzoni, simbolo dei dolori e degli strappi di becco, il grande orecchio del mondo è in grado di ascoltarli così come ascolta tutte le lingue del mondo, ciascuna nasce dal profondo dell’essere umano e finisce per inciampare nel suo pezzo di cielo.

    Bellissima la lettura di Cipriano.

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  3. per i miei neuroni, è sempre motivo di diletto l’andare alla deriva tra i versi di Doris.

    e anche stavolta la musica non cambia: ho letto e riletto con diletto.

    : ))

    visto che nulla di letterario stricto sensu potrei aggiungere al commento millimetrico di Cipriano Gentilino (davvero centrata, elegante e pregna la sua recensione), andando alla deriva provo ad approcciare il tutto… da un angolo diverso di *scarroccio* (leeway, dicono gli ‘nglesi).

    in pratica, dopo aver letto e riletto con diletto, qui di seguito rifletto a Caporetto sul (prezioso) scostamento tra la direzione in cui punta la prua delle parole – la traiettoria “affettiva” – e la linea della loro scia (sensibile a eventi e correnti).  

    ordunque, come sappiamo (o non sappiamo: è ininfluente) esiste un meccanismo psicologico per cui, fissando in-in-terrotta/mente (arco di tempo infinito lungo a sufficienza) un oggetto *complesso*, tipo una volta (oppure un costrutto semantico-poetico versatile), possiamo  evocarne la *scomposizione*: il cervello rinuncia al pensiero di un-tutto-assoluto-e-unitario e inizia a lavorare, smontando pezzo per pezzo (parola per parola) il tutto (ovvero l’assoluto) nei suoi componenti infiniti.

    tipo un assalto all’arma bianca, al grido di battaglia *gestaltzerfall!!*

    ho reso l’idea?

    guardando una volta molte volte (provate a sconfinare nell’illogico geometrico costitutivo), la volta si scompone: appaiono magicamente i conci che formano l’arco (pensate a un edificio storico o ai colpi di scena di una storia) e tutto in una volta la volta si scompone in spinte statiche che scaricano il peso del pensiero su elementi di sostegno e su cadenze intrinseche.

    e allora (i versi lapidari o in laterizio che compongono le strofe) si *disvelano*: ecco la svolta! andando a capo *vedi* (il concio centrale e sommitale, diventare imale… la freccia all’incocco dell’arco)

    ecco la chiave di svolta (il nucleo polposo dell’an/coraggio).

    a nanomodo di sentire, questo coraggio ci racconta d’un fenomeno diverso in modo sostanziale da “pareidolia” et ambiti consimili: non si cerca rifugio in un porto sicuro (volti o figure familiari), nessun meccanismo di difesa, anzi! come scrivevo poco sopra, non si va all’attracco, bensì all’attacco…

    potremmo chiamarla saturazione semantica: la mente smarrisce la dispercezione precotta del significato e vira le pene detentive in c’astrazioni… le frasi in parole… e i versi in fonemi elementari. eh, come sovente dice il saggio: ogni scoperta nasce da un pregresso smarrimento (o dal fatto che… la tua anima gemella s’è girata nel letto portando con sé le lenzuola).

    è la temporanea *disconnessione* cognitiva che offre al pensiero nuove americhe, nuove terre (nullius?).

    vediamone alcuni esempi la “luce che si accascia di soppiatto”, “il nulla di ritorno senza più pretese”, “si arrende all’assenza di sé”, “la mente stagna surriscalda / gocce ali lancette di farfalla / iridescenze sincopate”, “l’atomo soffia la nota che crepa la bolla”,il riverbero grida più forte della voce”, nonché “fattami d’aria cannibale // ti centellino”.

    che è già una nuova poesia:

    *

    luce che s’accascia di soppiatto

    il nulla di ritorno senza più pretese

    s’arrende all’assenza di sé

    la mente stagna surriscalda

    gocce, ali, lancette di farfalla

    (iridescenze sincopate)

    l’atomo soffia la nota che crepa la bolla

    e il riverbero

    grida più forte della voce

    .

    fattami d’aria cannibale

    ti centellino

    *

    sono riuscito a spiegare le vele? è ancora possibile capirle, carpirle e poi.. *capirci*?

    ok, r’aggiungo altro (ovvero, vado ancora alla deriva)…

    chissà se è davvero sensato sperare in profili di costa, cercare miraggi di terra… la terra è il terreno dell’assenza e del vuoto, il nullius

    brrrr, no! no! no! è preferibile restare in alto mare (ma sono troppo basso), o almeno orzare. quindi circumnavigo l’inconscio delle onde, la nebbia esistenziale d’una baia e ascolto la salsedine sulle ferite: qui l’eco *brucia*.

    di inconscio e di abbandono. di lucide penombre in libertà. di ossimori (la tenerezza vuota della “vuotitudine” come un silenzio di vertigine). mi torna in mente la… *claustrofonia*.

    indubbiamente c’è (nei versi di Doris) un gioco di passi riflessi, un’oscillazione alla ricerca del punto di flesso tra l’avanzare e l’arretrare (o, meglio, tra circospezione e introspezione) col pensiero ad assumere in ultima analisi un moto per spire concentriche (tipo l’avvitarsi dell’aquila in un volo a planare, circolare uniforme, sopra la preda… l’illusione ottica di immobilità, mentre in realtà parola per parola qui si “cerca una frase per tornare”. e i passi riflessi *sono* già (un’eco)…

    sfocatura (poetica) e messa a fuoco (della necessità).

    l’obiettivo dei versi: piegare la luce per portarla a fuoco sul sensore (veloci come un’intuizione, lenti come un sistema ottico centrato formato da diottri frangiflutti adiacenti)

    dunque, obiettivo centrato: resa dello sfocato e vittoria ai punti (di sutura)

    : )

    i miei complimenti.

    (ps: chiedo venia se mi permetto (ma proprio mi ha inceppato): il quarto verso della prima strofa lo riformulerei. in vece di “l’attraversamento infantile senza dare la mano” non si potrebbe pensare a varianti del tipo “un attraversare bambino / sgusciato di mano”, o samzing laic zèt?)

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    1. caro malos, leggerti è un diletto anche per me, anzi per i tuoi lettori tutti, gli stimoli offerti generosamente sono solo apparenti rompicapi da risolvere, in realtà da te s’impara sempre qualcosa, si va via dal tuo scrivere un po’ più ricchi. Come per me che già solo nel leggere “assalto all’arma bianca, al grido di battaglia gestaltzerfall…” mi sono esaltata senza sapere esattamente perchè (ma poi sono andata a cercare 🙂 ), e ho trovato anche l’agnosia visiva che insieme alla saturazione semantica mi salutavano dicendo: ehilà, eravamo noi quando te ne sei accorta solo che non sapevi ci chiamassimo così… grazie malos perchè è bello leggerti, applichi un risveglio dal sopore e se poi esattamente scrivi qualcosa sui miei testi puoi immaginare la mia curiosità sul “come l’hai presa” 🙂 e la gioia sia stata la tua una reazione positiva…

      un attraversare bambino / sgusciato di mano” questo giuro che proverò a pensarci!

      Doris

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