Francesco Paolo Intini_ Per una rapsodia in più o forse in meno

Sebastiao-Salgado-Workers-tea-plantation-Rwanda-1991
Per una rapsodia in più o forse in meno

Arriva in pista
scortata da uno sguardo magnetico
una di quelle bellezze che stanno
per sfiorire,
ancora attraenti, però.

La lingua che gira come una foglia
sul frutto del fico:

-Non si faccia propaganda!

No, signora faremo di tutto
per alleggerire la notizia
di quattro uomini uccisi
e di quattro secoli di sfruttamento
diremo solamente che è sporco
sulla spugna
ma non che oggi sia il motore che scuote
gli orecchini da un capo
all’altro dello studio televisivo.

-E che iattura andarsene
al posto del governo!
Ripete tra sé e sé
il poeta nell’ ortica.

Un’ape che le gira attorno
ricorda quando
tra le sue antenne transitava
lo stesso grido di terrore:

-Andreotti!

La croce in cima all’obitorio
scrollandosi di dosso
l’odore di fumo,
ripete agli operai
che il succo di pomodoro
è tutto plusvalore
ma c’è sempre un po' di seme che tocca
ai morti.

Uno scorpione
nei panni di un critico letterario
arpiona il piede del lettore:

- E l’io?
Sa di accisa ogni parola.


Francesco Paolo Intini

4 risposte a "Francesco Paolo Intini_ Per una rapsodia in più o forse in meno"

  1. la poesia è vita più che letteratura e la vita andrebbe vissuta più che scritta o commentata”, disse paPàsolini… mmmm, o forse non lo disse, epperò io speculo che lo pensò nitida/mente (e anche paradossal/mente).

    : )

    ohi, un gran speparaculo il nano, eh?

    : )))

    vabbè, resta comunque inoppugnabile che ognuno viva la sua vita in base ai suoi personalissimi bisogni (indotti o meno): c’è chi doomscrolla, chi scrive, chi visita paesi esotici, chi balla, chi fa sport, e così via. addirittura, in casi eccezionali, c’è pure chi si gode a leggere cose scritte.

    però non c’è praticamente più nessuno che consumi la sua vita a leggere commenti su Neobar (trattandosi di consumismo improduttivo). pertanto sto parlando al *nullah*.

    epperò, essendo per definizione un su-perdente, da buon maloser Marvel, continuo a zappettare ‘na parola dopo l’altra e socializzo col nostro futuro compagno di vita per l’eternità.

    : ))

    ergo, non solo ho letto i versi di Francesco Paolo Intini, ma passo a scrivere un commento in calce, realtà che la giorno d’oggi è più obsoleta d’una cabina telefonica… ma il fascino ergonomico della cornetta (che unisce la parola con l’ascolto), eh, vuoi mettere?

    per cui bando alle ciance e andiamo al sodo: i versi soprastanti abbondano di vivide metafore ripiene di sorpresa non consunta: la lingua che gira, le foglie di fico, un cunnilingus, critici del segno zodiacale dello scorpione, la croce che va in fumo, l’arrosto di lavoratore, donne e motori, una faccia da propaganda, un’altra da contrappeso, il potere che logora chi non ce l’ha, la luce accisa fino a tarda notte nel bu/io dell’ipermercato (globale)… sì insomma un florido campionario di cortocircuiti semantici vivissimi, che spingono il lettore all’interpretazione attiva.

    però non basta, infatti nel contempo si versifica di giornalismo docile (notizie alleggerite), di pakistani arsi vivi (il tristo rogo di Amendolara), di schiavi e sfruttamento (urticante “il succo di pomodoro è tutto plusvalore”) nonché di ipocrisia ingobbita (l’esclamazione “Andreotti!”, i.e. il*potere*, anche alla luce dei disvelamenti della VerItàlia non può che assumere la trista valenza d’un urlo di Munch). nessun didascalismo e un piglio lirico-sarcastico (se non grottesco) che strizza l’occhio (in ogni senso) alla poesia-denuncia (Pasolini e Sanguineti in testa).

    passo al montaggio: beh, siamo dalle parti del mix-up di voci (frammenti di interviste o compulsività da tasti di telecomando) gestito in modo intelligente, da cui l’effetto “rapsodia”: flusso discontinuo-ma-coeso, simil-cinematografico, nel quale le tematiche di c’astrazione popolare sono reinterpretate sequenzialmente in forma libera. mi viene da pensare ai palcoscenici coi ponti mobili in teatro, che creano subitanei e repentini cambi di scenografia o di prospettiva (donna, poeta urticato, croce, scorpione-critico), tenendo alta la tensione. in parallelo il lessico vivovivace mescola registri dal parlato/colloquiale al tecnico (“plusvalore” vs “iattura“; “accisa” vs “sporco sulla spugna“) svolgendo in modo egregio/e-gregge il suo mandato di filmare… lo spontaneo *babelare* del mondomercato globale: come annotato in chiusa, ogni parola è (tar)tassata, eviscerata cruda e poi ibridata e *rimasterizzata* nonché ridotta a merce (eh, anche il poeta… è alla sua mercé!!).

    : (

    è pure vero, nondimeno, che il “pio lettore” (leopardo dell’Amur praticamente estinto) possa (dis)perdersi nel viaggio (infra le righe del messaggio) durante il cabotaggio: finte di corpo e frammentarietà donano ai versi dinamismo, ma il rischio è di disarcionare i cavalieri non professionisti. di fatto non si può negare che il virtuosismo strumentale sia territorio affine al rapsodiare: ne valga come esempio il Liszt di “Rapsodie ungheresi”, coi *rush* di folklore gitano replicati al piano infino a spingere strumento e suonatore ben oltre i limiti sanciti dalle leggi della fisica.

    però però però… la sensazione qui… è che l’autore abbia in realtà cercato un equilibrio, trovandolo nell’afferrare per il collage la (sur)realtà dei fatti della cronaca recente, sia nera che barocca (neo). e se da un lato la condanna del capitalismo rimane confinata al “plusvalore” d’ambito marxista, dall’altro i “quattro secoli di sfruttamento” additano senza riserve i mali del colonialismo made in Europe. nota particolare per la chiusa, indubbiamente elegante, seppure intimamente metaletteraria (la sensazione è quella che il poeta finisca per rivolgersi alla sua cerchia di iniziati più che al volgo, e il suo messaggio miri dritto verso l’etere degli astri-un-poco-astrusi più che planare verso i campi coltivati dagli schiavi pakistani). chissà, magari sto solo… cercandomi il pelo nell’uovo…

    : )))

    resta nel complesso l’impressione d’una poesia visivamente potente e impegnata nel dare una scossa tipo cardioversione elettrica all’ECG fibrillante della Poesia post-moderna: anche solo come provocazione intellettuale, mi sembra efficace… un esercizio di stile che sconfina ben oltre l’esercizio commerciale.

    : )

    il che, fa da premessa a ciò che mi ha convinto un po’ di meno: c’è un deficit d’immediatezza in questi versi, che tende a renderli più “innocui” (l’urgenza, lo strazio-indignazione, l’urlo di Munch sociale ne escono depotenziati). nonostante la denuncia, manca la forza dirompente del *sangunamento* vissuto/narrato in prima persona (singolare e/o plurale): le parole del poeta non dicono al lettore “guarda, *io* sanguino… *tu* sanguini… aaargh, *noi* sanguiniamoooo!”.

    bon, detti questo, passo a delirare di tre passi oltre, in senso generale.

    s’orge (scatenate e spontanee) a questo punto la domanda (che trascende l’ambito di questi versi): ha senso un’anti-propaganda *poetica* che tenda a schermare il cervello del lettore o l’opinione pubblica dalla comunicazione del messaggio? (penso a un messaggio artistico che nasconde/edulcora o gioca a nascondino con la verità invece di svelarla). e in tal caso, nella mente del poeta si forma prima il messaggio e poi esso viene artatamente distorto in *resa* poetica oppure la testa del poeta è un ricco zibaldone dove agisce la stessa confusione che regna nel comune cittadino (e nel dibattito televisivo), seppure ingentilita da una trasposizione letteraria e combattente più elegante?

    mmm… domande inquietanti. il rischio, per il poeta, potrebbe essere di *allinearsi* (seppure con sarcasmo) al mondo della fiction, dando spazio nei versi allo “sporco sulla spugna” più che al mio corpo arso vivo (iosentolegridaaaargh!!!). e se da un lato la schiettezza gli fa onore (in massima onestà qui, tra le righe, prende corpo un’auto-accusa che battendo il petto dice: questa poesia non è la verità, bensì una sua versione adulterata), dall’altro allora la poesia incarna di per sé soltanto un’altra forma di contraffazione (ma più elegante e più sottile).

    ok, sto delirando troppo (come sempre), e non so se riesco a spiegarmi.

    ma dov’è il problema, in fondo? eh, eh, io sto scrivendo con me stesso, ovvero nell’intimità (o nell’intinità) del mio delirio.

    : ))

    chissà… resta comunque la preziosa sensazione che la *propaganda* sia da declinare lungo un doppio piano di lettura: da un lato è rifiutata superficialmente/strumentalmente (la donna della lirica), dall’altro viene *digerita* dal poeta che si spinge a dare corpo all’anti-propaganda, ovvero, a puntare le stesse armi della propaganda (selezione, omissione, metafora) verso un *fine altro* che vuol essere *critico*.

    un gioco interessante e stimolante (ma anche un poco periglioso, da lama a doppio taglio).

    prendiamo Pasolini (oppure Huxley): l’anti-propaganda “classica” in genere *crudizza* l’evidenza. qui invece l’anti-propaganda recita una casa degli specchi dove è possibile aggirarsi su se stessi e poi *smarrirsi* e infine… ritrovarsi? (questa è la speranza, ma…)

    è che come al solito è difficile tarare in modo esatto l’astraziometro e parimenti non è facile ferire la coscienza del lettore (fino a farla sanguinare) senza un impatto emotivo diretto e senza un poeta che sanguini in prima persona. infatti, come correttamente ammette in caveat la poesia, non si alimenta né la lotta né la speranza stando gettati tra le ortiche a rammaricarsi di trapassare “al posto del governo” (ironia godibile). e il pathos? mmmm…

    che dire ancora, in calce a questi versi così impagabilmente stimolanti.

    che quando ogni parola è già tassata, mercificata, falsificata in partenza, il poeta stesso rischia di non possedere più un linguaggio *vergine*: il suo cervello è già colonizzato ab initio dalla stessa propaganda che vorrebbe combattere. la confusione potrebbe essere pertanto *autentica*, e non “artisticamente simulata”, ovvero non *tattica*.

    e torno a delirare in senso generale (per massimi sistemi), giocando con due ipotesi.

    ipotesi a: il messaggio (pre-esiste, si forma prima) e viene distorto artisticamente.

    potremmo battezzare quest’ipotesi come “classica”: il poeta ha una chiara visione politica/sociale (qui, ad esempio, anti-capitalista, anti-mediatica), ma preferisce non esprimerla in modo diretto/esplicito perché ritiene che l’arte debba essere obliqua e che la verità svelata troppo brutalmente diventi essa stessa propaganda (oltre a sconfinare nella cronaca). distorcendo il segnale, il poeta protegge il lettore dalla semplificazione del dualismo binario (vero/falso, bianco/nero, buono/cattivo) obbligando il lettore a sforzarsi e a *interpretare*. quindi la confusione è pura fiction: sotto c’è struttura razionale, ma anche *colonizzazione* (fiction docet).

    ipotesi b: : nel cervello del poeta *abita* la stessa confusione del cittadino modello, solo che si sforza di indossare *abiti* ben più eleganti.

    per quanto la bipotesi sia indubbiamente scomoda e avvilente, non la scarterei a priori.

    Francesco Paolo Intini mi odierà per questo (scrivo in calce a una sua opera smaniando un transdiscorso generale!), ma tant’è: io sono qui e questo è il mio pensiero. se abbiamo un titolo che ci racconta di “una rapsodia in più o forse in meno” l’indecisione assurge a massa critica (realtà epistemologica, non solo retorica).

    il poeta sa di non sapere (saggezza? resa/disillusione?), id est, non sa se la poesia che ha scritto aggiunga o tolga sostanza al reale e ce lo dice con il massimo della schiettezza: un’auto-ironia che forse è salvifica (per il poeta), ma può suonare anche desistente (rinuncia a qualsiasi certezza).

    un’anti-propaganda che arriva a farsi beffe di sé stessa è ancora una bandiera rossa? è ancora un partigiano che difende il socialismo costituzionale oppure è una parola *uccisa*?

    cos’è il poeta, dunque? (non mi intessano i Poeti). è un sapiente che versifica in disparte, tipo un voyeur? è un veicolo di contagio? intendo, cura/immunizza il lettore vaccinandolo contro la malattia che denuncia oppure lo infetta (dopodiché, che la “colonizzazione” faccia il suo corso)?

    : )))

    quante domande… eh, prima di domandarmi a cagare da solo, aggiungo che (deformazione professionale) vedo il poeta più come un medico pae/sano che come un portatore sano che stranutisce germi eleganti. ma forse mi sbaglio: “language in a virus” scrisse il sempre geniale zio Burroughs (e infatti mi sento più figlio di Vonnegut).

    quindi coi poeti ho poco a che fare, anche se Pasolini… chissà quale commento lascerebbe!

    : ))

    chiudo con un’ultima (pro)vocazione, mentale e dialettale, napoletana come la pizza, direi, colpita al cuore.

    accisa la parola / cosa resta?

    e un grazie sincero a Francesco Paolo Intini per avermi fatto delirare così tanto (e con così tanto godimento).

    *

    "Mi piace"

  2. Vedi caro Malos, difficile starti dietro in quelli che chiami deliri. Si riconosce però un lettore fine con cui è difficile non complimentarsi. Veniamo a noi.

    • “La poésie n’a pas d’autre but qu’elle même…” scriveva Charles Baudelaire:

    Che tradotto e ampliato diventa: “La poesia non ha altro scopo che sé stessa. Nessuna poesia può essere grande, nobile, degna realmente di questo nome se non quella che fu scritta esclusivamente per il piacere di scrivere una poesia.” (dallo scritto “Arte romantica”, 1869).

    Nel mio piccolo ho sempre avuto modo di ritenere che scrivere dei versi equivalesse a dar vita a qualcosa di simile a un cristallo, non altro. Una tendenza della natura stessa a manifestarsi in una forma geometrica e ampiamente misteriosa, che non coinvolge o interroga il sangue di chi ne vorrebbe disporre. Che tale tendenza sia presente non solo in una soluzione per deporre sali e sostanze neutre in forma perfetta e ordinata ma anche nel linguaggio di noi tutti resta una mia supposizione.

    Magari è possibile che mi sbagli, ma sai? quelli che si trovano a lavorare con delle ipotesi e devono verificarle in maniera oggettiva mettono in conto il rischio di fallire. Anzi, spesso fallimenti e ripartenze sono all’ordine del giorno. E dunque qual è il problema?

    Oltretutto, forse non ti sarà noto, ma negli ultimi tempi mi è capitato di lavorare presso la bottega di Giorgio Linguaglossa, mancato due mesi fa e già infinitamente rimpianto, dove notoriamente l’io è bandito per legge chiudendo altresì le porte ad ogni sanguinamento personale sostituendo il substrato di carne con altrettanti scarti di cucina e attrezzi che ivi o nei paraggi si è solito ritrovare.

    Chiaramente non nego l’importanza dei bellissimi cristalli che puoi ritrovare in molti Poeti sanguinanti come Plath, Sexton, Esenin, Lorca, Majakovskij ma per i dettagli sulla poetica condivisa col grande critico e Poeta, ti rinvio al sito “L’ombra delle parole” dove troverai anche molte mie opere con annessi i commenti altrui. Se la cosa non ti è particolarmente gradita, è tuo problema.

    • Con tutto ciò non pensare che il tuo commento mi sia sgradito, anzi è ben accetto perché comunque si mantiene nel rispetto che dovrebbe sempre esserci a prescindere da quello che pensiamo intorno all’argomento poesia.
    • A proposito poi dei commenti.  Ci fu un tempo che il web pullulava di commentatori. Tutti poeti e critici.

    Dove sono finiti?

    Una volta falliti i siti di poesia, i loro amministratori hanno cancellato tutto o hanno riposto poesie e commenti nelle segrete del web, chissà dove. Personalmente dopo le esperienze dei siti di poesia ho continuato a farne un po’ qui su Neobar e un po’ là, dove capitava. Era un piacere farle.

    Ciò che è rimasto assomiglia alle terre emerse dopo il diluvio universale guardate a vista da manutentori attenti a spegnere subito gli eccessi o a selezionare chi dentro e chi fuori.

    E non è un grande affare cercare l’Arca, perché potrebbe nascondere il segreto della loro scomparsa.

    • Per quanto riguarda la confusione o meno delle idee nella testa del poeta (non del Poeta) è sempre un problema per il lettore.. Qualcosa che assomiglia ad una primitiva in un calcolo complicatissimo di integrazione. Nei casi semplici ci si riesce facilmente mentre in altri bisogna avere molta immaginazione per azzeccare la risoluzione. Nessun veto o preclusione verso chiunque abbia voglia di leggere e addentrarsi nella poesia e dunque nessuna nicchia di iniziati.
    • Un caro saluto e grazie.
    • Ciao Franco

    "Mi piace"

  3. a volte penso che la principale differenza tra un Poeta e me sia che sono un me-dico.

    altre volte penso che non c’entri nulla.

    però quelle volte ne sono abbastanza convinto: l’arte è cura (di un bisogno) e in quanto tale, seguono a ruota alcune ipotesi.

    può curare soprattutto me stesso (e non è mica un male! avere cura di sé è buona regola, però quando mi curo *solo* di me stesso, tosto ricado in quadri psicopatologici tipo il disturbo narcisistico di personalità).

    può curare soprattutto gli altri (e sono i casi in cui, come amo dire, la Poesia *ci* diventa poesia, la quale indubbiamente preferisco, da umanista laico)

    può curare, in un mirabolante equilibrismo, me stesso e gli altri in pari quantità (punto di flesso, ovvero, per definizione, il caso eccezionale che valida lo studio-di-funzione-generale)

    non cura nessuno (dunque è fine a se stessa).

    cura tutto e tutti come la panacea (moooolto improbabile: le malattie, i cervelli umani nonché la chimica e le realtà percepite sono troppo complessi per ammettere *una unica e uguale* soluzione per tutto e per tutti)

    – varie ed eventuali

    a noi (e ai posteri) l’ardua (ohi, mica tato) sentenza…

    : ))

    ma a parte tutto ciò, è sempre un’emozione… quando un commento prende vita (e lo fa quando innesca uno scambio di idee). quindi il mio piccolo abbraccio (da nano affettuoso) va doverosamente sia a Francesco Paolo Intini, che alle sue parole.

    scrivi: “Vedi caro Malos, difficile starti dietro”.

    ma per fortuna, meglio così!!! nei miei commenti deliranti, mi spremo così tanto le meningi che talvolta il torchio addominale partorisce una *scoraggia*… (eh, “l’incomunicabilità muove il mondo” recita il nanoforisma namberuan, dato di fatto fortemente scoraggiante)

    scrivi:Una volta falliti i siti di poesia”.

    tangibile constatazione, che butti lì e lasci scivolare via come acqua bagnata… ma sul perché? trovasti una buona risposta (al segreto)? la mia è: perché incarnavano il suddetto “consumismo improduttivo” cosa che nel nostro splendido mondomercato, in cui ci si vende (non solo a parole) e in cui è normale vendere parole, è largamente inammissibile.

    scrivi/citi:la poesia non ha altro scopo che sé stessa

    mmmm…. ma chi scopa da solo fa *autoerotismo*!!! ordunque?

    : ))

    dici: “scrivere dei versi equivale a dar vita a qualcosa di simile a un cristallo, non altro

    tipo i cristalli sognanti di Sturgeon? bellissima immagine, ma forse frainténdoti.

    nel romanzo si parla di empatia, della diversità come ricchezza e dell’ipocrisia di ciò che si auto-certifica (e auto-celebra) come *gold standard*, id est la Normalità (infatti i veri *mostri* non sono gli esseri deformi del circo ma i normaligni seriali davanti allo specchio). per contro, i *cristalli sognanti*, fungono da specchio per l’intera umanità, uno specchiarsi negli altri che è sinonimo della suddetta empatia (comprensione e conmoltiplicazione più che condivisione) e di metamorfosi (il passaggio dall’infantilizzazione di eterni Peter Pan alla piena maturità emotiva). devo averlo letto verso i 16 anni (è uno dei romanzi che sono stati per me più *formativi*).

    i cristalli di Sturgeon *sognano* e i loro *pensieri* precipitano nella realtà sotto forma di creazioni vulnerabili (simboleggiando, a mio sentire, un po’ gli esseri umani e un po’ il processo creativo artistico, ovvero due facce afferenti alla stessa medaglia). il parallelismo col processo procreativo e creativo, tende quindi a *concretare* una comunicazione con il mondo dell’altrodasé.

    trova un possibile spazio, tale nucleo polposo dell’essere umani, nella tua ipotesi/visione di cristallo che ha il suo scopo in se stesso?

    mmm… “è una domanda che sento / viva e vitale / ma forse / è solamente un mio deliro personale” (in ogni caso, non fosse nucleo polposo dell’essere umano, lo è del mio essere essere u-nano)

    : ))

    scrivi: “(nello sbagliare) qual è il problema?

    nessunissimo! sbagliare è ricchezza mentale (lo diceva pure Cimabue: “ma che cagnara / sbagliando s’impara!”). io amo sbagliare, anzi, ti dirò, meno sbaglio e più sba(di)glio!

    scrivi: “l’io è bandito per legge chiudendo altresì le porte ad ogni sanguinamento personale

    non vorrei esser stato fra Inteso (era un monaco un po’ mona)… quando dico che l’io nella poesia è prezioso, intendo il poetare sventrando la prima persona singolare per seminare al suo interno *altro da sé*. è l’empatia che muove e smuove le coscienze. non sono *io* che muoio nel rogo di Amendolara, ma se la poesia non riesce a diventare quell’io fino a morire insieme, restiamo… cronaca nera in versi.

    la poesia è *incarnazione* (per questo, spesso e volentieri sanguina). la Poesia, per contro, può essere intrisa di lirismo o arida di iobandito, e forse, proprio per questo, è un’altra cosa.

    : )

    in ogni caso i dogmi istituiti “per legge”, boh… nella poesia non ce li vedo. ma io, come ripeto spesso, sono più che altro un prosatore che di poesia e Poesia ama parlare come la sora Lella di meccanica quantistica.

    : ))))

    rinnovo abbraccio e ringrazio per l’ascolto e il tempo dedicato.

    *

    ps: non credo di essere un “lettore” (e tantomeno un “fine”: il finalismo non è nelle mie corde): preferisco dedicarmi a cose pesanti, più che leggere (sono un contadino: amo il lavoro di fatica manuale, più che da manuale)

    : ))

    Piace a 1 persona

Lascia un commento