Emanuela Mannino_ Movimenti | Nota di lettura di Abele Longo

Movimenti, silloge del 2025 di Emanuela Mannino pubblicata da Les Flâneurs Edizioni, gravita attorno alla frattura emotiva come condizione fondativa dell’esistenza. Morte, amore e solitudine non sono semplici temi, ma esperienze che ridefiniscono continuamente l’identità. La frammentazione dell’esperienza impedisce di preservare un sé unitario. La poesia, allora, non prova a ricompore ciò che è stato infranto; ne custodisce piuttosto le schegge, facendosi testimonianza dell’assenza e della dispersione. Lo fa attraverso un linguaggio limpido, armonioso e musicale, scolpito con precisione. La parola raggiunge un’alta concentrazione espressiva e assume talvolta il tono della preghiera o dell’invocazione, rivelando una profonda fedeltà alla propria necessità poetica.

La forza di questi versi non risiede tanto nella loro brevità quanto nella capacità di condensare, in poche immagini, una forte densità emotiva: «Grigio bambina / donna sulla soglia / ha smesso il presente. // Un bocciolo di neve / troppo lieve / per il tuo abisso di rinunce.» È una poesia che cattura istanti assoluti, frammenti di realtà sottratti al fluire del tempo. Il presente si immobilizza: «Il portone è chiuso. / Anche la pioggia, chiusa. / La soglia serba le orme del fato, / le ombre su per le scale.»

Ne emerge l’immagine di un mondo che ha perduto la propria coerenza, nel quale è tuttavia possibile salvare qualcosa di sé raccogliendo ciò che resta: «Cerco ancora la prima lacrima / che mi parlava al confine / nenia di mare a picco.» La scrittura di Mannino accetta la discontinuità dell’esperienza e affida il senso a un dettaglio, a un’immagine minima, a una rivelazione improvvisa. Ogni componimento costituisce un nucleo autonomo, una breve epifania che non pretende di spiegare il tutto, ma lascia emergere una verità essenziale: «Spigoli di cuore amaro / grondano certezze cupe / sui solchi dell’attesa. / Rughe d’anima lesa.»

Questa lacerazione viene attraversata con una dignità ferma, quasi eroica. Sogni, ricordi, paesaggi e visioni si richiamano reciprocamente nel movimento di un verso che rifugge la chiusura della strofa e suggerisce come la nostra esistenza proceda per improvvise illuminazioni più che secondo una narrazione lineare.

La raccolta esplora così la dissoluzione dell’identità e il lento cancellarsi del sé, lasciando la percezione che vivere significhi anche perdersi continuamente. La poesia si interroga allora sulle forme di consolazione ancora possibili e sembra suggerire che la sofferenza non rappresenti un incidente del vivere, ma una componente essenziale del divenire umano. Movimenti mostra come ogni perdita ci trasformi senza mai guarirci del tutto. La speranza risiede piuttosto nella possibilità che il dolore allarghi lo sguardo e approfondisca la coscienza, pur lasciandoci irrimediabilmente vulnerabili.

In definitiva, questa poesia non intende guarire dalla perdita né a ricomporre ciò che si è spezzato. Insegna piuttosto ad abitare la frattura. I suoi testi sostano nello spazio sospeso tra bellezza e mancanza, suggerendo che un’attenzione paziente alla luce, a «un pettine di cielo», alla pioggia, a un germoglio, a un fiore, al vento, agli uccelli, alle foglie, a un istante fugace possa custodire tessere del mosaico della vita, senza pretendere di ricomporne un’immagine integra.

Abele Longo


Oltre

Mi sei nato dentro
ma io ti tremo accanto.
Orfani di nome
ti cerco, mi cerchi
m’afferri, t’afferro.
Vorrei esserti intera
nel tuo intero.
Oltre questi spazi
di muto mistero.


La domenica

Credersi possibili.
Forare il dolore
inghiottirne il taglio.

Nulla sarà più come prima.

La domenica non è il giorno di festa
ma ciò che resta
dall’ultimo screzio di solitudine.


Oggi

Oggi sono morta
sono morta tante volte
con la mia paura morta.
E la vita, la mia fame è la mia vita,
il mio io
solo me
tanti me,
i se,
tanti te.
E voi, tanti voi
pellegrini di ombre
nel fondo degli specchi.
Siamo vivi, siamo morti
tradimenti vivi
morti. Fantasmi erranti
con le medaglie sulle ossa
per le vie delle ceneri di grano
miserabili soffi di venti
sopra ai borghi
sotto ai pianti.
E poi
uno sguardo naufragato alla via
un albero nudo
molta pioggia vestita di cielo.
Oggi sono viva
sono viva tante volte
con la mia paura viva.
Luce testarda
che muore il buio.


Mai nata


Ti muovi in me,
ma non sei mai nata.
Ci vorrebbe una vita ancora
per averti tra le mie braccia.
Sono stata madre infinite volte.
Infinite volte ombra. Eppure,
l’amore è il mio campo di grano.
Mi siedo all’orizzonte con il seno in una mano.
Tutto è un silenzio distratto.
Arde in me una melodia di stelle.
La terra mi trasforma in ciò che potrei -
oltre quello che la bocca tace.
Ho espiato ogni illusione.
Ora canto e grido al vento,
solo il mio nome, nell’abisso
dei nomi. Tremo e sorrido d’azzurro cielo.
Voglio amarti, vita mia, che sei nata
senza me.

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