sintesi apodittica: spesso e volentieri, è dimostrabile tutto (nonché il contrario di tutto).
olè. fatte le dovute premesse, veniamo al dunque.
il non-ditirambo in oggetto è un manufatto artistico senz’altro post-moderno allestito mediante un riuscito collage tra seghe circolari di Javier Milei e arti mozzate di Eschilo.
: ))
*circolari* mi fa pensare a G.B. Vico e all’avvitarsi spiraliforme del corso della storia, che in ultima sostanza si ripete (com’anche qui si legge, a traguardare di traverso i versi). potrebbe essere altrimenti? in ultimo, la storia è fatta da esseri umani diversi, ma uguali nella sostanza.
e ancora, *circolare* mi fa pensare all’imperante “circolare, non c’è nulla da vedere”, corrente precetto del Potereconomicon, post-moderna riscrittura del famoso Necronomiconm dell’arabo pazzo – nonché poeta yemenita – Abdul Alzhared (almeno secondo i racconti di Lovecraft).
mmmm, in effetti… c’è del *Dioniso* tanto in Milei (per irruenza distruttiva, apologia dell’individualismo e dimensione estatica), quanto nei versi di Francesco Paolo Intini, che ci ubriaca di parole e di volteggi (vertigine), danzando alla ricerca di un punto di flesso tra il senso e la liberazione dai sensi.
mission accomplished? boh, Eschilo sa…
: )))
la sega circolare fa a fette millenni di storia: topi che mutano in droni, che sbranano crude immagini più o meno sacre (tipo affresco del Caravaggio)… e addirittura topi antropomorfi: Mickey Mouse, Bianca e Bernie, Jerry (di Tom e Jerry), il mus di Ratatouille-che-non-ricordo-il-nome, e pure topo Gigio (che immancabilmente chioserebbe “ma cosha mi dici muai??!”)
una domanda (ne troviamo anche tra i versi) che si riflette speculare nell’immagine (più telegenica) dell’homo sapiens sapiens traslitterando in “sequesta qui è la norma, perché lamentarsi?”… questione retorica e amara, che capovolge (tipo nella casa degli specchi al Luna Park) il senso del lamento.
ne traggo, come greve conclusione, che sia superfluo (privo di senso) l’osannare o il piangere (sperticarsi in ditirambi o frignare elegie): qui tutto è déjà-vu (già visto).
ergo, semplicemente in questi versi ci si limita – come il necroscopo – a *constatare* il reiterarsi senza fine del mare (dall’orizzonte di un orrore all’altro).
o forse no? beh, io direi di no, altrimenti Francesco Paolo Intini non avrebbe fatto a pezzi questi versi, porgendoci le viscere incollate a cielo aperto.
eh, eh, eh… nemmanco il post-moderno sfugge al concetto classico di hybris e dike (colpa e punizione), ergo a una visione religiosa del mondo e delle cose. intendo dire, è possibile che l’autore (rendendosene conto o meno) abbia inteso coi versi *punire* il lettore per le sue colpe (in primis come artefice del male, poi come persona che non legge, poi come ignorante-illetterato – dunque come persona incapace di comprendere – e poi, dulcis in fundo, come interlocutore inutile/inesistente).
: )
vediamo… la violenza e l’orrore sono così normali e quotidiani che anche le più alte autorità spirituali ne sono estesa/mente consapevoli *e infatti* pure la luce divina benedice il contesto della strage…
il verbo, la parola, la pittura, la profezia… il lutto (e l’orrore) a incarnarsi linguistico ancor prima che fisico, la parola del sant’uomo profanata in beffa e il *topo* pronto a virare in *ratto* per allattare i cuccioli… brrr…
e soprattutto, lo *straniamento* imposto al lettore è sperticante: spazia dal biblico (Gerusalemme, Matteo, Geremia, il verbo, l’acino d’uva e dunque il buon frutto della vite) al pittorico (Caravaggio, luce, spennellare, dipingere) all’attualità (droni, bombe, città morte, precisione chirurgica) al bestiale (topi, ratto, sciacallo, pancia sazia) e via andare…
ma se il lettore è già disorientato, spaesato dalla narrazione quotidiana orchestrata dai media, che obiettivo ci poniamo spaesandolo di più? (similia similibus curantur di cui sopra).
: ))
eh, rido a sproposito, sono ubriaco… sto delirando come al solito… o forse è solo che la testardaggine mi vieta d’accettare quel “Rinuncia! Rinuncia!” (di cui all’indice si veda Franz). se la guerra, la fame, i bambini uccisi, i corpi insepolti, i topi che banchettano sono la consuetudine del male, se il male è la norma, questo messaggio allora dice: “le mie parole sono la luce di Caravaggio”, una luce drammatica, cruda, tagliente, che scolpisce i corpi nella loro miseria…
ergo, “lasciate ogni speranza o voi che entrate”, non c’è scampo, TINA, come scrisse l’altro arabo pazzo Alì Ghieri.
boh…
questo affresco a volo d’uccello nel tempo, manca un po’ d’introspezione: guarda/osserva/studia il mondo e l’essere umano dall’esterno… siamo nel pittorico più che nella poesia. la carne/carme non vive per davvero: è solo un ammasso riverso e compatto di proteine, di acqua e di grassi sul bancone del macellaio.
*evviva! l’io non c’è più!* e non ci sono più nemmeno l’empatia e l’intelligenza (emotiva), l’arte non cammina, non si muove in mezzo ai comuni mortali, non vive e muore con noi, *si è elevata*, ci guarda… dalla finestra.
: (
chissà cosa ne penserebbe il povero paPàsolini, che mescolava sì sacro e profano, ma che si amalgamava – carme nella carne – alla realtà verace (sottoproletariato, cultura popolare…). o cosa direbbe un Fortini (che rifiutava sì il lirismo consolante, ma brandiva la poesia come arma di diagnosi storica).
se, nel 2026, la poesia non ha risposte (può non averle per qualsivoglia motivo, non è questione dirimente), ok, vabbè, può anche essere, però non è ammissibile per me la scelta di desistere, si*deve* comunque persistere.
è la Poesia (maiuscola) a incarnare il bisogno di nascondersi ed elevarsi (elevarmi) mediante la complessità. per contro la poesia (minuscola) arranca raso terra, rischia, si mette in gioco con chiarezza: Pasolini scriveva versi crudi e limpidi, Saba *parlava* coi versi, Caproni affilava la semplicità come lame taglienti (chissà se perdevano qualcosa o guadagnavano in necessità nel loro bisogno di comunicare ciò che avevano da dire).
personalmente, sono convinto che la poesia contribuisca a costruire l’umanità degli esseri umani di domani (e questo ultimamente mi preoccupa…)
sia beninteso (per evitare inutili fraintendimenti): ho letto, ho capito abbastanza e ho trovato questa poesia godibile, seppure in parte zavorrata da un “vezzo di cerchia autoriale”. e ho scritto ciò che penso come spunto di ulteriore (e inutile? non mi scoraggia…) spunto di riflessione.
vieppiù, personalmente – ok, ciò non fa testo dire in ambito poetico, visto che sono più che altro un prosatore – personalmente, dicevo, mi pongo sempre le domande qui di seguito, quando mi scappano dei versi: a chi parla, questa poesia? come la sto comunicando, ma soprattutto, a chi la sto comunicando? ad altri poeti? ad altri semplici esseri umani?
mmmm… intendo, la versificazione della resa (nel “Macché ditirambo…”) poteva forse essere più umana, senza che l’arte e il senso veicolato dall’autore nelle sue parole ne uscissero sviliti o ahimè mortificati?
ai postumi (della sbronza) l’ardua sentenza.
: ))
e un grazie di cuore a Francesco Paolo Intini che ci ha regalato questi bei versi evocattivi (almeno per me) nonché potenti, mettendo in moto il mio Vajont di parole.
innanzitutto grazie del commento. Quella dei commentatori ovvero dei lettori speciali è una categoria in via di estinzione o di sopravvissuti all’era mesozoica e dunque è da tenerseli stretti al cuore.
Che questa specialità di appassionati stia scomparendo è però un vero peccato perché competeva egregiamente con la generazione dei like.
Adesso c’è un tipo di lettore da supermercato che non ha mai tempo da dedicare allo studio di una poesia e alla meditazione delle parole per il troppo che si spende sui social o per procurarsi da mangiare o perchè c’è sempre qualcosa di meglio da fare e il poeta sembra avere un codice a barre sulla schiena per cui tocca vedersela con lattine di birra e merci assortite dal valore d’uso casalingo.
Il lettore vero che meditava tra gli alberi e s’interrogava sul senso delle cose e della sua vita, era fatto per Montale (o parenti) che dava l’indirizzo della via dei limoni per accedere a qualche squarcio metafisico (anche il buco nella bandiera andava bene) e da lì all’universale il passo era breve.
Che sarà mai?
Ecco dunque prospettarsi la questione dei miei versi. Tralascio di parlarti di quelli che non fanno poesia come tu la intendi:
“la Poesia (maiuscola) a incarnare il bisogno di nascondersi ed elevarsi (elevarmi) mediante la complessità. per contro la poesia (minuscola) arranca raso terra, rischia, si mette in gioco con chiarezza: Pasolini scriveva versi crudi e limpidi, Saba *parlava* coi versi, Caproni affilava la semplicità come lame taglienti”
Sai? La mia idea sull’argomento è stata già espressa in un commento precedente e non è il caso di stare a riprenderla.
E comunque lasciamo i tafferugli al cantore d’Ulisse che tornando a casa trova i Proci ad insidiare Penelope. Dico che le questioni sanguigne a me piacciono (e a te?) solo quando stanno dentro a spicchi di arance che nessun gruppo hanno.
Sia ben chiaro però che la poesia o ciò che vorrebbe passare per tale non è un avversare quello che tu dici::
“personalmente, sono convinto che la poesia contribuisca a costruire l’umanità degli esseri umani di domani (e questo ultimamente mi preoccupa…)”
Tornando alla mia presente scrittura, una volta citato il sant’uomo che vive a Gaza e vede ogni giorno il topo mangiare i bambini, il pensiero corre a un altro che di nome fa Geremia e il profeta di mestiere che si lamenta per Gerusalemme diventata, a suo dire, pietra su pietra.
Si tratta di una città distrutta parecchi secoli addietro e di una profezia seriale che prende forma ogni volta che la stupidità umana fa i suoi acuti.
E dunque di che riempire il deja-vu?
Hiroshima, Berlino, Dresda, Beirut, Kiev…dovunque al topo che banchetta sotto il tavolo dei padroni si associa lo sciacallo:
“Pure gli sciacalli porgono le mammelle
e allattano i loro piccoli” (Geremia: Lamentazioni 4,3)
Immagini di un cellulare biblico postate centinaia di anni fa e ormai virali- si direbbe-
Il sant’uomo dunque non fa che il suo lavoro di esegesi con strumenti moderni: denunciare, fotografare, documentare con realismo caravaggesco ciò che il profeta vide (si ha il sospetto che l’uva sia dello stesso autore e altro non vuol significare che polpa vera come l’argomento della presente, anziché fuffa).
Ieri toccò alla città santa, oggi a Gaza, domani a quale città?
Vedi? Si direbbe che lo scrivente vesta gli stessi panni del sant’uomo. Basta togliere la maschera al personaggio e riconoscerne i lineamenti anche per frammenti e accostamenti.
è una cosa bellapropriobella quando l’autore risponde a un lettore: per un attimo, ti coglie l’impressione che le distanze e le diversità si annullino e che ci si ritrovi tutti insieme sulla stessa b’arca (che sempr’arranca alla deriva e spesso naufraga). puoi credermi, giurin giurello: è ‘na circostanza che davvero m’arriscalda il quore (eh… il nano ha un cuore “difettoso”, da errore blu, ma tra unano e umano balla solo una zampetta della emme)
: )
resto perplesso, purtuttavia, di fronte all’enunciarsi dello tuo pensiero in un: “La mia idea sull’argomento è stata già espressa”, che lascia intendere che essa (l’idea) non galoppi ancora viva (esplorando sempre nuove albe di pensiero negli sconfinati territori della mente), ma ahimè sia morta…
circa il fatto che “lo scrivente vesta gli stessi panni del sant’uomo”, “si direbbe” è una forma impersonale. mmmm… soltanto un caso?
: )
eh… scherzi a parte, in *ogni* caso, ciò che *questo* piccolo *lettore* (n=1 e pure nano!! ergo direi tutt’altro che significativo) cercava di comunicare, è che nel leggere non è riuscito a stare al passo (nell’e-seguire qualche salto) e che l’ampiezza dello sguardo (sulla scala dei tempi) non m’ha evocato una visione dall’interno. di più non saprei dire.
circa i “tafferugli”, don-uorri, non c’è nessun pericolo in tal senso: giammai ne alimentai nemmanco uno in quarant’anni di condivisione di pensieri letterari!! sono un convinto assertore della filosofia transmentalista-pacifista secondo cui, se tu mi dai un cazzotto e io ti do un cazzotto, restiamo con un cazzotto a testa (cui prodest?).
se invece ti comunico un pensiero (foss’anche una c.a.z.z.a.t.a) e tu mi comunichi un pensiero, restiamo con due pensieri a testa (olè!).
: ))
e se qualcuno mi fraintende (questo sì è accaduto, sebbene assai di rado), chiedo scusa (ci mancherebbe!) e poi mi taccio.
evito di dilungarmi in complimenti e smancerie, per dipanare (pane al vino) la matassa di pensieri che qui di seguito m’accingo a condividere con me.
: )
metamessaggio (tesi): anche in poesia, come nella realtà, siamo alla strenua ricerca di un senso che spesso si rivela poco decifrabile.
antitesi nanefica: volentieri ricadiamo nel similia similibus curantur (ne scrissi qui)
sintesi apodittica: spesso e volentieri, è dimostrabile tutto (nonché il contrario di tutto).
olè. fatte le dovute premesse, veniamo al dunque.
il non-ditirambo in oggetto è un manufatto artistico senz’altro post-moderno allestito mediante un riuscito collage tra seghe circolari di Javier Milei e arti mozzate di Eschilo.
: ))
*circolari* mi fa pensare a G.B. Vico e all’avvitarsi spiraliforme del corso della storia, che in ultima sostanza si ripete (com’anche qui si legge, a traguardare di traverso i versi). potrebbe essere altrimenti? in ultimo, la storia è fatta da esseri umani diversi, ma uguali nella sostanza.
e ancora, *circolare* mi fa pensare all’imperante “circolare, non c’è nulla da vedere”, corrente precetto del Potereconomicon, post-moderna riscrittura del famoso Necronomiconm dell’arabo pazzo – nonché poeta yemenita – Abdul Alzhared (almeno secondo i racconti di Lovecraft).
mmmm, in effetti… c’è del *Dioniso* tanto in Milei (per irruenza distruttiva, apologia dell’individualismo e dimensione estatica), quanto nei versi di Francesco Paolo Intini, che ci ubriaca di parole e di volteggi (vertigine), danzando alla ricerca di un punto di flesso tra il senso e la liberazione dai sensi.
mission accomplished? boh, Eschilo sa…
: )))
la sega circolare fa a fette millenni di storia: topi che mutano in droni, che sbranano crude immagini più o meno sacre (tipo affresco del Caravaggio)… e addirittura topi antropomorfi: Mickey Mouse, Bianca e Bernie, Jerry (di Tom e Jerry), il mus di Ratatouille-che-non-ricordo-il-nome, e pure topo Gigio (che immancabilmente chioserebbe “ma cosha mi dici muai??!”)
una domanda (ne troviamo anche tra i versi) che si riflette speculare nell’immagine (più telegenica) dell’homo sapiens sapiens traslitterando in “se questa qui è la norma, perché lamentarsi?”… questione retorica e amara, che capovolge (tipo nella casa degli specchi al Luna Park) il senso del lamento.
ne traggo, come greve conclusione, che sia superfluo (privo di senso) l’osannare o il piangere (sperticarsi in ditirambi o frignare elegie): qui tutto è déjà-vu (già visto).
ergo, semplicemente in questi versi ci si limita – come il necroscopo – a *constatare* il reiterarsi senza fine del mare (dall’orizzonte di un orrore all’altro).
o forse no? beh, io direi di no, altrimenti Francesco Paolo Intini non avrebbe fatto a pezzi questi versi, porgendoci le viscere incollate a cielo aperto.
eh, eh, eh… nemmanco il post-moderno sfugge al concetto classico di hybris e dike (colpa e punizione), ergo a una visione religiosa del mondo e delle cose. intendo dire, è possibile che l’autore (rendendosene conto o meno) abbia inteso coi versi *punire* il lettore per le sue colpe (in primis come artefice del male, poi come persona che non legge, poi come ignorante-illetterato – dunque come persona incapace di comprendere – e poi, dulcis in fundo, come interlocutore inutile/inesistente).
: )
vediamo… la violenza e l’orrore sono così normali e quotidiani che anche le più alte autorità spirituali ne sono estesa/mente consapevoli *e infatti* pure la luce divina benedice il contesto della strage…
il verbo, la parola, la pittura, la profezia… il lutto (e l’orrore) a incarnarsi linguistico ancor prima che fisico, la parola del sant’uomo profanata in beffa e il *topo* pronto a virare in *ratto* per allattare i cuccioli… brrr…
e soprattutto, lo *straniamento* imposto al lettore è sperticante: spazia dal biblico (Gerusalemme, Matteo, Geremia, il verbo, l’acino d’uva e dunque il buon frutto della vite) al pittorico (Caravaggio, luce, spennellare, dipingere) all’attualità (droni, bombe, città morte, precisione chirurgica) al bestiale (topi, ratto, sciacallo, pancia sazia) e via andare…
ma se il lettore è già disorientato, spaesato dalla narrazione quotidiana orchestrata dai media, che obiettivo ci poniamo spaesandolo di più? (similia similibus curantur di cui sopra).
: ))
eh, rido a sproposito, sono ubriaco… sto delirando come al solito… o forse è solo che la testardaggine mi vieta d’accettare quel “Rinuncia! Rinuncia!” (di cui all’indice si veda Franz). se la guerra, la fame, i bambini uccisi, i corpi insepolti, i topi che banchettano sono la consuetudine del male, se il male è la norma, questo messaggio allora dice: “le mie parole sono la luce di Caravaggio”, una luce drammatica, cruda, tagliente, che scolpisce i corpi nella loro miseria…
ergo, “lasciate ogni speranza o voi che entrate”, non c’è scampo, TINA, come scrisse l’altro arabo pazzo Alì Ghieri.
boh…
questo affresco a volo d’uccello nel tempo, manca un po’ d’introspezione: guarda/osserva/studia il mondo e l’essere umano dall’esterno… siamo nel pittorico più che nella poesia. la carne/carme non vive per davvero: è solo un ammasso riverso e compatto di proteine, di acqua e di grassi sul bancone del macellaio.
*evviva! l’io non c’è più!* e non ci sono più nemmeno l’empatia e l’intelligenza (emotiva), l’arte non cammina, non si muove in mezzo ai comuni mortali, non vive e muore con noi, *si è elevata*, ci guarda… dalla finestra.
: (
chissà cosa ne penserebbe il povero paPàsolini, che mescolava sì sacro e profano, ma che si amalgamava – carme nella carne – alla realtà verace (sottoproletariato, cultura popolare…). o cosa direbbe un Fortini (che rifiutava sì il lirismo consolante, ma brandiva la poesia come arma di diagnosi storica).
se, nel 2026, la poesia non ha risposte (può non averle per qualsivoglia motivo, non è questione dirimente), ok, vabbè, può anche essere, però non è ammissibile per me la scelta di desistere, si*deve* comunque persistere.
è la Poesia (maiuscola) a incarnare il bisogno di nascondersi ed elevarsi (elevarmi) mediante la complessità. per contro la poesia (minuscola) arranca raso terra, rischia, si mette in gioco con chiarezza: Pasolini scriveva versi crudi e limpidi, Saba *parlava* coi versi, Caproni affilava la semplicità come lame taglienti (chissà se perdevano qualcosa o guadagnavano in necessità nel loro bisogno di comunicare ciò che avevano da dire).
personalmente, sono convinto che la poesia contribuisca a costruire l’umanità degli esseri umani di domani (e questo ultimamente mi preoccupa…)
sia beninteso (per evitare inutili fraintendimenti): ho letto, ho capito abbastanza e ho trovato questa poesia godibile, seppure in parte zavorrata da un “vezzo di cerchia autoriale”. e ho scritto ciò che penso come spunto di ulteriore (e inutile? non mi scoraggia…) spunto di riflessione.
vieppiù, personalmente – ok, ciò non fa testo dire in ambito poetico, visto che sono più che altro un prosatore – personalmente, dicevo, mi pongo sempre le domande qui di seguito, quando mi scappano dei versi: a chi parla, questa poesia? come la sto comunicando, ma soprattutto, a chi la sto comunicando? ad altri poeti? ad altri semplici esseri umani?
mmmm… intendo, la versificazione della resa (nel “Macché ditirambo…”) poteva forse essere più umana, senza che l’arte e il senso veicolato dall’autore nelle sue parole ne uscissero sviliti o ahimè mortificati?
ai postumi (della sbronza) l’ardua sentenza.
: ))
e un grazie di cuore a Francesco Paolo Intini che ci ha regalato questi bei versi evocattivi (almeno per me) nonché potenti, mettendo in moto il mio Vajont di parole.
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Caro Malos,
innanzitutto grazie del commento. Quella dei commentatori ovvero dei lettori speciali è una categoria in via di estinzione o di sopravvissuti all’era mesozoica e dunque è da tenerseli stretti al cuore.
Che questa specialità di appassionati stia scomparendo è però un vero peccato perché competeva egregiamente con la generazione dei like.
Adesso c’è un tipo di lettore da supermercato che non ha mai tempo da dedicare allo studio di una poesia e alla meditazione delle parole per il troppo che si spende sui social o per procurarsi da mangiare o perchè c’è sempre qualcosa di meglio da fare e il poeta sembra avere un codice a barre sulla schiena per cui tocca vedersela con lattine di birra e merci assortite dal valore d’uso casalingo.
Il lettore vero che meditava tra gli alberi e s’interrogava sul senso delle cose e della sua vita, era fatto per Montale (o parenti) che dava l’indirizzo della via dei limoni per accedere a qualche squarcio metafisico (anche il buco nella bandiera andava bene) e da lì all’universale il passo era breve.
Che sarà mai?
Ecco dunque prospettarsi la questione dei miei versi. Tralascio di parlarti di quelli che non fanno poesia come tu la intendi:
“la Poesia (maiuscola) a incarnare il bisogno di nascondersi ed elevarsi (elevarmi) mediante la complessità. per contro la poesia (minuscola) arranca raso terra, rischia, si mette in gioco con chiarezza: Pasolini scriveva versi crudi e limpidi, Saba *parlava* coi versi, Caproni affilava la semplicità come lame taglienti”
Sai? La mia idea sull’argomento è stata già espressa in un commento precedente e non è il caso di stare a riprenderla.
E comunque lasciamo i tafferugli al cantore d’Ulisse che tornando a casa trova i Proci ad insidiare Penelope. Dico che le questioni sanguigne a me piacciono (e a te?) solo quando stanno dentro a spicchi di arance che nessun gruppo hanno.
Sia ben chiaro però che la poesia o ciò che vorrebbe passare per tale non è un avversare quello che tu dici::
“personalmente, sono convinto che la poesia contribuisca a costruire l’umanità degli esseri umani di domani (e questo ultimamente mi preoccupa…)”
Tornando alla mia presente scrittura, una volta citato il sant’uomo che vive a Gaza e vede ogni giorno il topo mangiare i bambini, il pensiero corre a un altro che di nome fa Geremia e il profeta di mestiere che si lamenta per Gerusalemme diventata, a suo dire, pietra su pietra.
Si tratta di una città distrutta parecchi secoli addietro e di una profezia seriale che prende forma ogni volta che la stupidità umana fa i suoi acuti.
E dunque di che riempire il deja-vu?
Hiroshima, Berlino, Dresda, Beirut, Kiev…dovunque al topo che banchetta sotto il tavolo dei padroni si associa lo sciacallo:
“Pure gli sciacalli porgono le mammelle
e allattano i loro piccoli” (Geremia: Lamentazioni 4,3)
Immagini di un cellulare biblico postate centinaia di anni fa e ormai virali- si direbbe-
Il sant’uomo dunque non fa che il suo lavoro di esegesi con strumenti moderni: denunciare, fotografare, documentare con realismo caravaggesco ciò che il profeta vide (si ha il sospetto che l’uva sia dello stesso autore e altro non vuol significare che polpa vera come l’argomento della presente, anziché fuffa).
Ieri toccò alla città santa, oggi a Gaza, domani a quale città?
Vedi? Si direbbe che lo scrivente vesta gli stessi panni del sant’uomo. Basta togliere la maschera al personaggio e riconoscerne i lineamenti anche per frammenti e accostamenti.
Grazie ancora e lunga vita ai commentatori.
un caro saluto
Ciao
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caro Francesco-Paolo,
è una cosa bellapropriobella quando l’autore risponde a un lettore: per un attimo, ti coglie l’impressione che le distanze e le diversità si annullino e che ci si ritrovi tutti insieme sulla stessa b’arca (che sempr’arranca alla deriva e spesso naufraga). puoi credermi, giurin giurello: è ‘na circostanza che davvero m’arriscalda il quore (eh… il nano ha un cuore “difettoso”, da errore blu, ma tra unano e umano balla solo una zampetta della emme)
: )
resto perplesso, purtuttavia, di fronte all’enunciarsi dello tuo pensiero in un: “La mia idea sull’argomento è stata già espressa”, che lascia intendere che essa (l’idea) non galoppi ancora viva (esplorando sempre nuove albe di pensiero negli sconfinati territori della mente), ma ahimè sia morta…
circa il fatto che “lo scrivente vesta gli stessi panni del sant’uomo”, “si direbbe” è una forma impersonale. mmmm… soltanto un caso?
: )
eh… scherzi a parte, in *ogni* caso, ciò che *questo* piccolo *lettore* (n=1 e pure nano!! ergo direi tutt’altro che significativo) cercava di comunicare, è che nel leggere non è riuscito a stare al passo (nell’e-seguire qualche salto) e che l’ampiezza dello sguardo (sulla scala dei tempi) non m’ha evocato una visione dall’interno. di più non saprei dire.
circa i “tafferugli”, don-uorri, non c’è nessun pericolo in tal senso: giammai ne alimentai nemmanco uno in quarant’anni di condivisione di pensieri letterari!! sono un convinto assertore della filosofia transmentalista-pacifista secondo cui, se tu mi dai un cazzotto e io ti do un cazzotto, restiamo con un cazzotto a testa (cui prodest?).
se invece ti comunico un pensiero (foss’anche una c.a.z.z.a.t.a) e tu mi comunichi un pensiero, restiamo con due pensieri a testa (olè!).
: ))
e se qualcuno mi fraintende (questo sì è accaduto, sebbene assai di rado), chiedo scusa (ci mancherebbe!) e poi mi taccio.
buone scritture!
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