Francesco Paolo Intini_ Penelope

Penelope (1945), by Paul Delvaux

PENELOPE

Metti

che si aspetti il ritorno di Penelope

e una folla di belle donne

attenda nell’atrio, gozzovigliando

e spadroneggiando.

_

Tutte vogliono giacere col re.

_

Ulisse invece

se ne sta appartato, gustando

la battuta di caccia come Nasone

il valore dell’infedeltà.

_

La moglie s’è persa da qualche parte,

nessuna notizia che allevi

la pena e intanto nel profondo Oceano

è lei a cavarsela con la fortuna

e non lasciare che l’occhio dell’orco

s’invaghisca del suo aspetto

senza nulla chiedersi della storia

la leggenda dell’amore eterno

che supera guerre e combattimenti

disposta all’inganno e a scendere all’inferno

per ritrovare l’uomo

il figlio, la terra.

_

Per ultimo le toccherà convincere

proprio lui, che il tempo è scivolato

senza lasciare tracce anche se il trucco

non ce la fa a combattere le rughe

e la fatica di aver attraversato

il mondo

sarà la stessa che piegherà l’arco

alla vendetta.

_

Persa la compagnia anche il cane è morto

ma ora è qui a reclamare il suo diritto.

_

E invece No!


Una risposta a "Francesco Paolo Intini_ Penelope"

  1. leggendo questa tua, mi son tornati in mente i versi d’un poeta, purtroppo ammalatosi e morto di Kitchen, tal Gino Rago: et voilà, così ho già adempiuto al mio bi-sognossessivo di far capire alle persone che ci leggono chennepenzo della Poetry Kitchen…

    emmò pozzo passà / ad insanire in semilibertà (disciplinata dall’art. 48 che vagheggia la remota possibilità d’un mio reinserimento sociale).

    : ))

    ok, bando alle ciance. “chi sei davvero?” dimandò il Rago-poeta all’Ulisse in vestaglia.

    e il prode fingitore rispose “(…) l’Odissea? è una grande bugia”.

    da qui a fantasticare che la sua vestaglia fosse rosa (dei venti), per la mia mente affaticata in tempi di surmenagender fluid, fu un passo.

    pertanto paventavo parimenti (PPP) d’abbaiare allucinato le parole (col senno sulla luna) nello specifico di questo tuo basculement de perspective.

    e invece No!”…

    : )

    *c’è proprio* un capovolto svelamento ad animare i versi, qui (girandoli sul verso opposto!): il mito classico dell’Odissea a ruoli invertiti, Ulisse al posto di Penelope…

    un’intuizione fertile: si libera la mente per giocare al cosa apparirà, oltre a implodere il mito troppo spesso declinato in senso patriarcale. e d’altro canto, Paolo Rossi ne fece uno dei suoi cavalli di battaglia (nei leggendari “sogni all’incontrario”) tra un gol e l’altro nei mondiali ’82, finalizzando i perfetti cross di Bruno Conti che invocavano “su la testa!” o “spingimi spingimi” (mmmh, non ricordo bene).

    ; ))

    e dunque, cosa accade? che i Proci effeminizzano in una “folla di belle donne” spadroneggianti, che Publio Ovidio Nasone scende in campo in veste di cantore dell’amore infedele/disilluso nonché di precursore dell’intertestualità di genere delle “Eroidi” (en passant, però tra Ovidio e Catullo m’era più simpatico il secondo), che Penelope si fa d’eroina e mossa da un amore tossico per suo marito, per la sua terra e per suo figlio, affronta con coraggio il trip del viaggio, che il cane Argo seppure in diverso contesto stecchisce lo stesso (mondo cane!), e ancora, che Penelope *non* viene riconosciuta subito da Ulisse e deve *faticare* ancora per convincerlo (sebbene non sia neppure *travestita*, ma solo segnata dalle “rughe”).

    cheddire poi? beh, impossibile non citare una qualche affinità elettiva con la Duffy di “Le mogli del mondo” impegnata a dar voce agli archetipi femminili storici e mitologici (tra cui proprio Penelope), ribaltando credenze tarlate (ma ancora solide) con ironia incantevole-disincantata, a tratti dissacrante (su tutte, la signora Lazzaro che s’era appena rifatta una vita)…

    : )))))

    ma torniamo a bomba. potremmo discutere a lungo su quanto sia *mentalmente* diverso il modo in cui Ulisse (l’uomo) e Penelope (la donna) vivono/subiscono la solitudine e il potere. mi limiterò a dire che la Penelope del mito incarna l’attesa facendosi prigione di castità, resilienza e dolore (in qualità di custode morale e vittima sacrificale), mentre il prode Ulisse di questa Paolossea vira l’attesa in privilegio (i.e., nel diritto a godersela) e/o in indolenza compiaciuta (la moglie è assente e il topo balla con annessa licenza di caccia e d’oblio/piacere/intrattenimento).

    ohi, proprio vero che non c’è un’attesa uguale all’altra… basti pensare a com’è diversa l’imminenza prolungata del bus 64 per piazza Navona o d’un orgasmo!

    : )

    particolare infine, il verso della chiusa, che chiude aperto, lasciando la poesia *sospesa* a triangolare in un limbo perfetto (la rabbia ostinata di Penelope, il tempo che “cambia molte cose nelle vita” per dirla con Battiato e il rimpianto per la storia mancante).

    mi spiego… l’invece no rigetta l’idea che il tempo non abbia mutato “il senso, le amicizie e le opinioni”, sempre per dirla con Battiato (pertanto Penelope boccia l’idea di mentire sul vissuto e sulle rughe, quasi chiosasse “non fingiamo di non essere invecchiati (male), non nasconderò nulla per compiacere te o per inseguire gli stereotipi dell’eterna giovinezza e dell’amore perenne”).

    di più, l’invece no è *anche* il guizzo d’orgoglio dell’eroina Paolissea (che tocca con mano lo scollamento tra il suo Ulisse e la realtà) e scansa il “lieto” fine sciogliendo quel legame coniugale che è anche un eterno ritorno alla schiavitù del mito.

    ma nel contempo, l’invece no è *pure* il nudo rammarico per una storia che non è stata raccontata (la meta-poesia Paolissea) e la voce di Penelope s’unisce a quella del poeta stesso (o d’una collettività) che alla fine del sogno all’incontrario si risveglia scontrandosi con la realtà del mito (c’è tutto il cruccio per quest’epica alternativa mai scritta).

    o meglio, non *era* mai stata scritta, ma ora su Neobar possiamo dire “e invece si!”

    ergo, ringrazio Paolo Intini per questa bella poesia nonché per questa bella e preziosa storia Paolissea.

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