
Patty Schneider, Egregio signor Cantone…
di Giancarlo Locarno
Il bel racconto di Patty Schneider Egregio signor Cantone… delle edizioni Ulivo di Balerna (Svizzera), si dispiega nel contesto dell’”iniziativa Schwarzenbach”, una campagna contro “l’inforestierimento” che si è concretizzata con un referendum che chiedeva di limitare in tutti i cantoni svizzeri, tranne quello di Ginevra, il numero di stranieri, il massimo consentito sarebbe stato il 10% della popolazione. Ginevra venne esclusa perché sede di importanti organizzazioni mondiali, come ONU e OMS con una forte presenza straniera, e questo limite avrebbe potuto comportare l’allontanamento di funzionari e diplomatici con conseguente indignazione mondiale.
Si deve notare inoltre che in quel tempo a livello Federale votavano solo gli uomini, le donne erano escluse dal voto e non erano nemmeno eleggibili. I lavoratori stranieri in Svizzera costituivano all’epoca il 17 % degli abitanti, ed erano essenzialmente italiani e tanti di loro stagionali. Questo frangente politico si staglia sullo sfondo del racconto, all’inizio quasi in sordina, mano a mano che si avvicina la data del referendum cioè il 7 giugno 1970, impatta con un crescendo sui pensieri di tutti i protagonisti e condiziona la loro vita.
Le figure di spicco del racconto sono due ragazzini, Alessio e Paola di qualche anno più grande, hanno il padre italiano di origini toscane e la mamma svizzera. Sono ben integrati nella loro società, parlano correntemente il tedesco, mentre il padre lo parla poco. Ma a causa del referendum le cose cominciano lentamente a cambiare, gli amici e i compagni di scuola cominciano ad allontanarsi e a volte diventano aggressivi, i ragazzini vengono chiamati “cingali” il nomignolo dispregiativo riservato agli italiani. I ragazzini si sentono del tutto svizzeri e non italiani, quindi fanno fatica a capire la situazione.
Secondo la legge svizzera dell’epoca, una donna che sposava uno straniero perdeva la cittadinanza, tutta la famiglia al completo aveva così lo status di straniera e rischiava di essere cacciata. Il padre forse è quello che avverte con più consapevolezza l’atmosfera xenofoba, lavora come meccanico di biciclette e perde sempre di più il lavoro, i clienti lo abbandonano, tanti amici e conoscenti non lo salutano più, tutti cominciano ad accusare gli italiani di essere tutti comunisti. Il nonno materno introduce una nota di inquietudine in più, pur amando e aiutando la famiglia è d’accordo con Schwarzenbach. Il racconto si snoda in un crescendo di insicurezza e nel presentimento del temporale, che la scrittura di Patty così classica, limpida e chiara, rende bene. Il padre la sera spesso frequenta la “Colonia libera italiana”, un’associazione indipendente e democratica, il cui fine è costruire la parità di diritti nel mondo del lavoro. A rendere ancora più sfiduciata la situazione è la presenza di una spia che riporta alla polizia ciò che si dice nelle riunioni.
Il libro è corredato da parecchie note molto interessanti che chiariscono e specificano il clima dell’epoca e da fotografie dei migranti italiani che costituiscono una testimonianza del loro lavoro e della loro dignità. C’è un episodio che mi ha colpito, verso la fine del libro quando la famiglia si trova nel Canton Ticino un ragazzino dice ai due fratelli che a loro non piacciono i “zucchini” della Svizzera tedesca, preferiscono di molto gli italiani.
È solo un piccolo accenno del fatto che la xenofobia si può annidare ovunque, gli uomini sono un’unica specie con il medesimo comportamento e all’occasione possono scambiarsi il ruolo di vittime o di carnefici.
E’ un libro che merita di essere letto, racconta le situazioni che affrontavamo quando i migranti li facevamo noi.

Patty Schneider è nata nel 1963 nel cantone Nidvaldo,vive a Lugano. Ha lavorato nell’import-export e per una società di servizi. Per molti anni ha scritto racconti e poesie su vari lit-blog italiani. Ha curato e partecipato con sue poesie alla silloge Tramontare dentro lo screensaver Orange e yellow di Rothko per Lampi di Stampa, 2015.
Chi desidera acquistare il libro può richiederlo direttamente a patty.schneider@sunrise.ch
Grazie Giancarlo, molto interessante la tua recensione, viene voglia di leggere il libro di Patty, che saluto e della quale abbiamo già pubblicato alcuni racconti su Neobar. Leggendo le tue osservazioni, mi viene da pensare a quanto alcuni atteggiamenti e dibattiti sull’immigrazione abbiano avuto una certa continuità nella politica svizzera verso gli immigrati, anche se in un quadro giuridico nel frattempo profondamente cambiato. A proposito di quegli anni, ricordo i racconti dei bambini italiani “nascosti in casa”. Erano i figli degli stagionali italiani, ai quali era vietato il ricongiungimento familiare. Il permesso stagionale consentiva infatti di lavorare in Svizzera per un massimo di nove mesi all’anno, ma non di portare con sé la famiglia. Alcune famiglie, nonostante il divieto, decidevano di portare ugualmente i figli in Svizzera. E quei bambini, di conseguenza, dovevano vivere nascosti.
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ma che bello, un libro di Patty! comprerollo certamente.
(peccato non sia stato incluso almeno un piccolo estratto del testo)…
e grazie anche a Giancarlo per la segnalazione e per le sue parole come sempre ricche di umanità e attenzione.
premesso-che-spero-sia-superfluo-tornare-a-ricordarvi-che-da-sempre-sono-strenuo-sostenitore-del-“lussureggiamento-degli-ibridi”-e-dell’accoglienza, beh, se posso permettermi, però, spero che nel libro non venga sposata tout court una visione “immigrazionista” che altro non è che la polpetta avvelenata dei grandi capitali servita su un piatto d’argento alle sinistre socialiste e all’empatia di noi esseri ancora umani che continuiamo a sentirci sempre e comunque “fraternamente bipedi”.
l’auspicio, insomma, è che (quasi) tutti s’abbia capito (almeno su Neobar) che la globalizzazione e la liberalizzazione/deregolamentazione dei flussi migratori hanno come principale effetto quello di consentire alle grandi imprese e alle multinazionali di disporre di un bacino quasi inesauribile di manodopera schiavista a basso costo, nonché di alimentare la guerra tra poveri.
e non lo dice “il nano”, lo dicono fior di economisti e di scienziati sociali.
: ))
la macroeconomia ci insegna che moneta unica e apertura delle frontiere sono i due pilastri su cui si fonda la deflazione salariale (ovvero la riduzione della quota del PIL destinata ai salari e il parallelo aumento di quella destinata ai profitti del grande capitale, indebolendo la capacità di contrattazione collettiva dei sindacati e dei lavoratori). spero che anche senza grafici e formule matematiche, si riesca lo stesso a capire che in un sistema globale/globalizzato dove il capitale può spostarsi all’istante “con un click” alla ricerca del massimo profitto, la totale liberalizzazione del fattore lavoro non può che tradursi in una competizione al ribasso (“race to the bottom”, Stiglitz docet) tra i lavoratori delle diverse aree del mondo, a vantaggio dei grandi gruppi industriali e finanziari.
quindi? quindi com’è logico, la “xenofobia” non è l’incarnazione del male così come la “xenofilia” non è l’incarnazione del bene. e anche se non ci piace, l’equilibrio dinamico tra xenofobia e xenofilia all’interno di una società è un buon volano al benessere comunitario, come suggeriscono vari modelli in studi di sociologia evolutiva e di sociobiologia (da Bowles a Gintis in qua).
sempre detto che *i nonni* portano con loro un bagaglio di saggezza prezioso
: ))))
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Complimenti al grande Gianka per la nota icastica al testo della Schneider che pare indiziariamente interessante e che vedró di procurarmi.
Della Svizzera serbo un’aneddotica straziante riportatami da mia madre in quanto fu funzionaria dell’Inps addetta alle pensioni estere, particolarmente quelle degli italiani emigrati in Belgio, in Germania e in Svizzera. Proprio per questo ho sempre nutrito il dubbio se la mia percezione di questa nazione come realtà plutocratica e xenofoba fosse il frutto di un mero bias cognitivo, di un pregiudizio ereditato, o se rispondesse a fatti aberranti realmente accaduti e dolorosamente somatizzati dalla memoria collettiva. Tuttavia, analizzando la storia dei rapporti di frontiera, emerge chiaramente come questo timore non nasca dal nulla, ma trovi una precisa sponda nella realtà.
Quella tendenza elvetica a considerare il resto del mondo come un bacino da cui estrarre valore senza concedere nulla in cambio non è una dinamica geopolitica recente, ma una precisa tara identitaria. Si tratta della medesima logica che si manifesta da sempre nella sua politica estera: una neutralità di comodo che confina con il menefreghismo, uno scudo morale dietro cui nascondere una profonda indifferenza per le sorti degli altri popoli. La Svizzera si rivela così una nazione ricca, blindata nei propri confini e strutturalmente priva di empatia, che ha elevato il profitto a unica vera bussola etica, ignorando sistematicamente i doveri di solidarietà che legherebbero qualsiasi comunità democratica al resto del consorzio umano.
Questa totale assenza di sensibilità, che a prima vista potrebbe sembrare il riflesso di un pregiudizio esterno, emerge invece con drammatica chiarezza analizzando la sua storia interna, la quale evoca inevitabilmente quell’”inclusione subordinata” del migrante che veniva integrato come ingranaggio economico, ma radicalmente escluso como cittadino. La memoria storica documenta ampiamente il volto di una Svizzera xenofoba segnata da forme di segregazione quotidiana, la cui sintesi più brutale è rimasta impressa nella memoria collettiva nell’archetipo di quegli ontosi cartelli affissi fuori dai locali pubblici che vietavano l’ingresso “ai cani e agli italiani”.
Scrive Gianka: “Il padre forse è quello che avverte con più consapevolezza l’atmosfera xenofoba, lavora come meccanico di biciclette e perde sempre di più il lavoro, i clienti lo abbandonano, tanti amici e conoscenti non lo salutano più, tutti cominciano ad accusare gli italiani di essere tutti comunisti”.
Ma è negli ipogei della burocrazia doganale che il cinismo elvetico si fa carne da macello. Al loro arrivo alla stazione di frontiera di Briga, i lavoratori italiani venivano ammassati, costretti a spogliarsi nudi e sottoposti a visite mediche di massa, per poi essere spruzzati con il disinfettante DDT. Questa totale spersonalizzazione medica del corpo del migrante, trattato alla stregua di un potenziale portatore di malattie, evoca forti parallelismi visivi e psicologici con la logica deumanizzante dei campi di concentramento. Il corpo dell’italiano doveva essere bonificato, quasi sterilizzato dalla sua stessa umanità, prima di poter essere ammesso al sacrificio.
Un’iconografia dell’esilio che il cinema avrebbe magistralmente cristallizzato anni dopo in Pane e cioccolato. Nel capolavoro di Brusati, la parabola di Manfredi si fa metafora di un’intera generazione: l’illusione di mimetizzarsi tra i biondi padroni del benessere svizzero si scontrava con la realtà di una segregazione brutale, dove gli italiani venivano confinati nei pollai della clandestinità, ridotti a guardare da una grata la radiosa e inaccessibile opulenza elvetica.
La Svizzera si avvalse di questo feroce utilitarismo migratorio per edificare il proprio benessere e le proprie infrastrutture sulla sottomissione di una manovalanza spesso declassata e priva di adeguate tutele, ridotta a pura forza lavoro consumabile nei grandi cantieri del Paese come anonima carne da “traforo”. Una dinamica di sfruttamento che trovò la sua più miserabile espressione nell’ipocrisia strutturale della transfrontalierità, intesa como dispositivo di controllo dello spazio e del lavoro, un meccanismo profondamente discriminante e fondato su una rigida compartimentazione temporale: il confine si faceva valicabile all’alba per assorbire ed estrarre plusvalore dalle muscolature degli operai italiani, per poi concludersi all’occaso come barriera di esclusione sociale. Conchiusa la giornata lavorativa, i corpi dovevano ´togliersi dalle balle´ e tornare in Italia, azzerando così per il sistema elvetico qualsiasi costo sociale legato alla riproduzione, all’assistenza e all’integrazione di quella forza lavoro.
Un abbraccio a tutti i neobarians.
Giorgio Brunelli
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Buongiorno a tutti,
Grazie mille per la vostra sempre gentile ospitalità, Abele e community.
Grazie a Giancarlo. È stato uno dei primi lettori del dattiloscritto e mi ha onorata con questa bella recensione.
Devo dire che, purtroppo, c’è sempre molto da dire sul tema.
Persone che conosco da anni, dopo l’uscita del libro hanno voluto raccontarmi la loro esperienza. Mentre a chi chiedevo prima della stesura del libro, sviavano o sminuivano il discorso, come quando hai ancora una ferita aperta e non ne vuoi parlare. Ho faticato a trovare il materiale, fotografie. Da parte degli Svizzeri c’è un po’ una sorta di negazione verso una realtà in contrasto con i valori umanitari sdoganati e sbandierati. Ho trovato per esempio pochissimo materiale su Schwarzenbach, come se la sua immagine fosse stata solo una meteora presto archiviata e quasi cancellata.
Molto giusto ciò che ha commentato Abele, che parla dei figli nascosti o lasciati dai nonni in patria. Solo da pochi anni stanno facendo degli studi sui danni provocati a questi bambini, che hanno vissuto paura, abbandoni, vergogna.
Per il resto, ho molto apprezzato i commenti i Malos e Giorgio dal lato geopolitico, economico. Non entro nel merito per evitare inutili semplificazioni e sconfinare in territori che non appartengono alla narrativa, ma agli esperti e a chi, giustamente come voi, ancora si pone degli interrogativi.
Per chi volesse acquistare il libro credo che la via più facile sia chiederlo direttamente via e-mail a: patty.schneider@sunrise.ch
Vi sarà rivelato il perché del curioso titolo.
Grazie ancora e passerò a commentare gli ottimi pezzi proposti da questo eccellente lit-blog
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ti ringrazio molto, della dritta Patty, perché avevo mandato una mail a libreria@segnalibro.ch e tal Prisca mi ha gentilmente risposto che non spediscono “all’estero perché complicato e costoso”.
procedo dunque richiedendolo direttamente sulla tua mail. un abbraccio.
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Grazie, Patty. Procedo anch’io via mail. Ho aggiunto le info per l’acquisto in fondo al post.
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