Nina Maroccolo: AUTORITRATTO – 31 ottobre ore 18 – Sala Cinema del Museo MACRO di viale Nizza – Roma

Giovedì  31 ottobre, alle ore 18, presso la Sala Cinema del Museo MACRO di viale Nizza a Roma, Nina Maroccolo cercherà di parlare di sé (la cosa più difficile) e del proprio estro e percorso artistico.

In questa pagina di neobar, alcuni miei saggi di percorso, con cui ho accompagnato i nuovi suoi periodi (cioè le ricerche via via susseguitesi) a partire da quello sul MUSEO PORTATILE (che risale al 2015); poi all’epoca delle sue prime MACERAZIONI, esposte a Firenze alla Galleria IMMAGINARIA di via Guelfa (2016). A seguire, la mostra presso l’Officina Coviello di Milano (2017), le GEOMANZIE del ’18, le Radici buie d’arcano – ancora del ’18. E ad maiora, con le ultime opere. Attenzione che è in fondo un processo, un sentimento (anche del tempo…) che riguarda l’arte visiva, certo, ma forse anche la musica, l’estetica, lo stesso cinema, e soprattutto la scrittura: in primis la poesia, per il battesimo di tutti i nostri frammenti (cito con gioia il nostro amato Luzi).

Ecco, Nina ha fatto di questa sua tecnica espressiva (penso alle sue ormai acclarate, riconosciute MACERAZIONI), un vero, paziente, disciolto e riaggrumato processo stilistico e creativo… Plinio Perilli
*

NINA MAROCCOLO

ovvero

L’ansia idealizzata del Futuro

asservita e acquietata,

illimpidita

da una rituale, radiosa

liturgia del colore

Per Nina Maroccolo colore è forma, sostanza, contenuto, stato d’animo, simbolo, gnosi, materia – e tanto altro ancora. Liturgia, aggiunge lei stessa: e l’accezione non è usualmente mistica, ma arcana e devozionale per credo laico, abbraccio irenista.. Eppure, in diverso modo e misura, egualmente sacrale… L’altrove è sempre e già in noi, per questo camminando e vivendo noi lo tras-portiamo (dal lat. transportāre, portare al di là), lo conduciamo insieme a mostra e a dialogo, ritualità smitizzata, sorriso od ansia esemplare.

Alchimìe cromatiche, frattali cosmogonici, geometrie

empatiche, spiritualismi d’archetipo, simbolismi a oltranza… affollano e irraggiano così tutte le sue opere, ma specialmente queste ultime, orgogliosamente piccole, minime, ma nondimeno caparbie e “illuminate” di un privato, dichiarato – ma volitivamente usuale, residenziale, anzi domestico – Museo Portatile

È il meridiano sapienziale e portatile della TRASPARENZA che ci conduce e ci suffraga fino ad una densa, rituale armonia, o meglio liturgia del colore – miniatura dell’anima – dentro un’inquietudine tanto radiosa che è condannata a perdersi luce, a sovraesporsi, abbacinandosi come un inconscio in fuga, ingigantito fulcro d’orizzonte che è liberato, stampato negativo di Cielo… Ed ancora, cadenza, pulsione, quasi, di un frammento d’Immenso reso maiuscolo battito oculare, gesto e pausa, frammento o fotogramma – bel verso evocato, detto e contraddetto – dell’Infinito che ancestrale ci resta, anzi risoffriamo, giochiamo a enigma…

L’immagine gradatamente nitida percuote / scuote e scuoia il cuore… scrisse Nina in una sua lirica-manifesto di pochi anni fa.

E dunque, dicevamo: alchimista cromatica, spiritualista dell’arte, simbolista a oltranza… Nina Maroccolo sembra ora arrischiare, redimere, con questi piccoli quadri del suo radioso e coraggioso MUSEO PORTATILE, la ricerca delle radici (e forse anche dell’inconscio stesso) della Trasparenza… Forse per questo non c’è cornice – spazio – o cesura possibile che non sia il bagliore/lucore d’un vetro o il taglio estatico e neutrale d’un cristallo molato!

Coraggioso perché mai come oggi, dopo tanto sconquasso e vortice materico-concettuale, astratto-simbolico (Gillo Dorfles parla di “lacerazione del tessuto pittorico-plastico”, ed ovviamente del continuum di una “radice demistificante e demitizzante”, “attraverso il labirinto delle diverse proliferazioni artistiche”), non è affatto facile se non tornare, recuperare almeno una densa e armoniosa cifra cromatica, una scansione gnomica e un fosforeggiare di aneliti, così nudi e insieme intrecciati, arroccati di Grazia.

Il pittore è cambiato, la pittura è cambiata, lo sappiamo e da tempo… Già nel 1959, per la mostra Visività nell’arte a Venezia, Henri Michaux scrisse, dei nuovi pittori:

«… C’è un’aria in quello che fanno (quando c’è), “quel non so che” che prima non si era mai respirato di fronte a dei quadri. Dare da vedere. Non, non più così: piuttosto “dare da respirare”. …»

E allora, respiriamo guardando – e vedendo dialoghiamo, ricordiamo, progettiamo, paventiamo o inneggiamo: cromìe metamorfosate e premiate, baciate echeggianti e in apparenza immobili come stati d’animo (Boccioni docet: smitizziamoli e portiamoceli appresso, condividendo questo retaggio e questo leggero bagaglio forse ancora profumato, incarnato di Psiche), l’imago piccola e nascosta, rapinosa e sottaciuta, d’un segreto o d’un lapsus, d’un turbamento o d’una gioia rigemmante, restituita alla vista – pardon!, al respiro…

Plinio Perilli

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MACERAZIONI

di e con Nina Maroccolo

che forse immola, raccoglie “la strada del cielo”

che “è franata”, e “di primavera irrita i colori”…

“Macerazioni” è termine aspro, che lo stesso dizionario sembra relegare, voler confinare nei cupi parametri della medicina legale – o peggio nelle cronache nefaste dell’ostetricia… Glissons!

Ma il gesto e la parola e il segno – insomma l’Arte e la Poesia – dove e quando si macerano? “Il secolo fa sangue, / la strada del cielo è franata.”… poetava Pasolini – lui che tutta la vita si macerò per rifiorire (e anche viceversa: fioriva macerandosi).

C’è insomma una lunga storia o genìa di macerazioni che attraversa il ’900, poetico o visivo allo stesso modo, giacché se ne ulcera l’anima… Pensiamo alle asprezze corporali della scrittura di Benn… (“Si è disfatta la corteccia che mi portava”)… Salutiamo con ansia selvatica i quadri negletti e primitivi di un Dubuffet… L’Art Brut contro l’“Asfissiante cultura”… I cicli dei “Paesaggi grotteschi”, “Suoli e terreni”, gli “Assemblaggi di impronte”, le “Materiologie”… insomma quest’espressionismo che rinasce camminando e calpestandosi…

Nina Maroccolo si macera d’Animamadre, si ustiona e spurga romanzando “Il nonsenso dell’Io”; ma si macera e si mette in gioco anche in poesia, nella lunga corruttela, nella frollata auscultazione, macerazione d’empito che assimila i versi, i poemetti d’Illacrimata alle foto che ora qui si presentano, ed attanagliano e commuovono nello stesso modo…

Sovvengono i canti, gli acuti più belli dell’ungarettiano Sentimento del Tempo: “Sei la donna che passa / Come una foglia // E lasci agli alberi un fuoco d’autunno.”

Macerarne il senso, macerarsi materia, macerarla a rito.

Macerazione come pentimento e coraggio, autoritratto d’esistenza, ricordanza sbriciolata (riseminata!) d’ogni desiderio che fu, che fummo. E torneremo ad essere. Pensiamo ancora al miglior Luzi, quello delle Primizie del deserto: “Il freddo / di primavera irrita i colori, / stranisce l’erba, il glicine, fa aspra / la selce”…

Pensiamo, soprattutto al pianto morale che ci assilla, come una cicatrice che si riapre, macerata da dentro: “Ombre, ma non dovrebbero, m’inducono a pensare: / là fosti colma, qui alcunché si perse”… Nina prende il suo stesso viso e lo nasconde di foglie, sotterra ogni bella cera quasi di tuberi e radici, rizomi di Bellezza.

I nomi non contano, perché La Sua Casa (la casa di Nina, della nipote Violetta, d’ogni Lei che fu e rimane colma) è dimora acquatica o roccaforte di terra, opera incerta tra Dio e l’Uomo, come una filosofia che il medioevo ha preparato per i tempi moderni…

Nina discioglie l’ombra in chiarità, e poi dissimila quella chiarità in pulviscolo onirico, herpes cromatico, selvatichezza d’ogni primavera che a Botticelli non chiede più germogli, radiosità cilestri, gemme sognanti, ma nodi vegetali, gangli porosi, tagli e intagli di materia, nodosità infrante, affrante come un rimorso o archetipo profondo, immagine interiore…

Ocra ingrigiti, marroni inargentati, venature di foglie che incorniciano radiosità di pelle come in un tenue inno impallidito… Gli occhi una traccia, un rimorso, un palpito rammemorato allo sguardo che si fa cuore… Le labbra il peso d’ogni bacio promesso o rispettato, adempiuto in boccio. E ne sbocciano i fiori, petali bianchi di parole e silenzi, che galleggiano radiosi come sospiri irredenti: ipotesi di stelle, tramature di linfa, rispecchiamenti ancestrali.

Lo splendido enjambement di prima, conscio o inconscio, condensa e racconta mezza arte moderna, e le pene inesauste del nostro pianeta: “Il freddo / di primavera irrita i colori”… Dove sembra quasi che i colori siano irritati dalla primavera… più che dal freddo…

Ma quando arriva l’Arte, il vocabolario s’interrompe, resta per fortuna indietro… Macerazione della canapa, macerazione della carta… E facciamo pure salve le accezioni figurate, insomma le metafore: mortificazione, castigo come macerazione dell’orgoglio; la macerazione della carne con relative penitenze corporali…

No, qui è la Bellezza che macera e si macera. Ci macera dentro, stride e frana. Per chi in armonia affina e sciorina colori – lucentezze – è tecnica prodigiosa e alchemica, misteriosissima dinamica tra corpo e anima, cuore e pensiero…

I colori s’intridono, s’impolverano – fumigano essenza, leniscono l’assenza… Dunque si frantumano, svolano d’aere, o fanghiglia imputridiscono…

Vien da pensare a come Natura stessa – per chiamarsi al nuovo – finisca per macerarsi, per spurgarsi in linfa, sangue diremmo cosmogonico… Macerèti si chiamano, nell’uso alpinistico, i cumuli delle macerie franate, disgregate giù a valle dalle pareti rocciose… Pensate ora ai pendìi d’esistenza, alla maroccoliana pratica, terapia espressiva del “Nonsenso dell’Io”…

Un racconto, un passaggio di Malestremo su tutti: “Quel battito di foglia su pelle d’organza rendeva erbacea Annette. Ossigenava ogni lembo epidermico di clorofilla, salmo laico, crescente fertile mitralico.”…

Maceriale, in botanica, è l’aggettivo che racconta la vegetazione della flora sulle macerie… Ma flora maceriale, queste foto – queste immagini – non sono né saranno mai, così salvate e intonate da cento alchimie di colori, ma soprattutto di significati.

Perché un occhio vi fiorisce come uno stelo sinuoso di gigli? O due labbra s’imporporano come petali di rose mai baciate se non dal vento?… Perché un viso s’infebbra (e si cura) della propria ombra, poi si redime di somiglianza nell’inidentità che per Montale guida e regge il mondo, e in queste foto ci imbrivida a specchio del creato, a interludio elegante fra una spina e la carezza che se ne punge…

Macerazione come eliminazione delle impurità – programmava l’industria del cuoio. Macerazione biologica, quella eseguita con colture di bacilli delegati allo scopo.

Ma lo scopo del macerarsi è un risultato o un sentimento?…

Foto dopo foto, Nina Maroccolo giustamente non lo svela – e ne fa una poetica. “Sunt lacrymae rerum… Accordandosi col pianto ontologico della Natura,” – chiosa Guido Ceronetti mistico nichilista – “le nostre insignificanti vicende di mortali si fanno goccia d’ambra di pensiero.”

Così le vedo e realmente ci appaiono, queste foto o istantanee d’anima macerata: come lacrime di tutte le cose, perle di dolori, gioie inquietanti, gemme d’infinita speranza… Gocce di pioggia, ambra che forse Dio pensa e il suo cielo piange per tornare ad abbracciare la terra – il corpo di una ragazza, il consenso di donna che fa felice Eros, cioè l’Amore divino, prima e più d’ogni semplice uomo riscattato di pena – salvato dalla colpa, mondato da ogni macula

“L’anima di Annette era quel battito sempre più vicino all’aggrumarsi fogliante in piena fibrillazione.”…

(Aprile 2016) Plinio Perilli

 

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L’ESSENZIALE È VISIBILE AGLI OCCHI…

Foto/quadri da leggersi, poesie da guardare

e Imago che ci guarda come a leggersi dentro

“L’essenziale è invisibile agli occhi…” distilla e poclama Il piccolo principe in fabula di Saint-Exupéry, come a dire – ed è sacrosanto – che tutto ciò che conta e vale e sentiamo più nostro e più vero ci resta profondamente incarnato dentro, e non affiora che come ricordo o guizzo d’emozione…

Ma con la parola echeggiante o affranta della poesia, e l’immagine riemersa di un quadro (che è anche archetipo, cifra, simbolo, colore o tracciato della fantasia: precipitato, dicono i chimici), sembra torni invece a farsi visibile, rendersi possibile….

Il passo-doppio che abbiamo scelto, io e Nina Maroccolo, è questa volta di accompagnare, sovrapporre una distillazione sentimentale (un Canzoniere amoroso fra ombre e luci: il mio ultimo libro, Gli amanti in volo) con la mostra per frammenti e ingrandimenti di Macerazioni fra materia vegetale e pigmento o fibra di Natura, tessuto stesso insomma del Pianeta (ecco la scommessa artistica, insieme materica e simbolica, di Nina Maroccolo e delle sue foto pittoriche, ottenute senza alcun ospediente tecnico o forzatura artificiosa dell’immagine)…

Il risultato è uno strano, pulviscolare o radioso percorso dove ogni cuore si fa astro e sguardo, volo smarrito o tanto più posatosi… Nina affabula la scorza o le bacche d’eucalyptus, vapori ocra o scorie del cilestre, i verdi accesi che navigano poi a disfarsi, o le mute essiccate, arrossate di cortecce forse animistiche; io seguo e intono le parole e i silenzi di ogni rapporto come elettrocardiogramma, ricordanza permanente che pulsa emozione…

Nulla resta estraneo o invisibile – tutto torna a farsi gemma, colore, sguardo e ipotesi di fioritura, ma soprattutto terra e buio, dunque radice nuova (e antichissima) di chiarità.

Ringrazio l’Officina poetica e polisemica di Michelangelo Coviello di ospitarci – accoglierci – coi nostri inopinati, sereniani Strumenti umani, per riparare, registrare sempre l’umanità che ci veicola, ci trasporta da noi agli altri, e viceversa… Ringrazio gli amici di visitare insieme questi colori e queste ombre, queste scaglie di bene che si sgretola, cambia e rinasce ad ogni batter d’occhio, ad ogni parola che nomina e si nomina, per chiamarci dall’asteroide dell’amicizia, dai voli dell’amore, in cieli talmente veloci, forse, che paiono immobili, essenziali e finalmente, a volte, visibili, evocabili agli occhi.

Plinio Perilli & Nina Maroccolo

Nina MAROCCOLO

Geomanzie

geomanti, geomantica

nelle nuove foto di Nina Maroccolo

(Divinare la Terra

e leggere i geroglifici

casuali o sapienti

della pietra, dell’humus

che ci radica, e ci salva… )

Divinare la Terra, divinare il Futuro mediante l’osservazione di segni sul terreno, naturali o prodotti inseguendo il caso… Geomantica è in fondo ogni arte che si rispetti, quando invoca dalla Madre Terra segnali forti, messaggi diciamo ancestrali: e geomante è ogni artista che va profetando i suoi stessi esiti creativi – non conta se li raccolga con l’estro della scoperta, o proceda caparbio a esprimerli, a investigarli nel mentre va plasmandoli, davvero come un piccolo dio scultore, artifex creaturale… Nella forma più antica si prendeva fra le mani una manciata di terriccio, la si gettava al suolo con garbo, quindi l’indovino interpretava le forme createsi…

Ma fermiamoci qui, rinunciando a ripercorrere i fasti e i misteri della c.d. geomanzia sulla carta – e tutte le operazioni e le figure che nei secoli ne originarono. Ci basta invece l’etimologia originaria, la latina geomantica ars (comp. di geo- e -manzia, sul modello del gr. gheōmantéia).

Sono almeno due anni, che vedendo Nina Maroccolo, fotografare, indagare, cioè in qualche modo divinare la Terra, capto e onoro gli esiti immaginifici di questa ricerca, che insegue a caso i segni e ne celebra, ne radica l’inopinata ed esemplare necessità…

Eh, sì, per secoli e millenni, l’arte ha divinato la terra – ha inseguito i segni concreti, terragni, della Fede più ariosa, luminosa… Non conta ora ritrovare i punti, i luoghi, i passi… Dante stesso ne era talmente conscio da dedicare tutto il X canto del Purgatorio allo scolpire sulla parete del Monte esempi d’umiltà…

E la modernità, come potrebbe rinunciare a inseguire, periziare a sua volta la geomanzia della Storia? Borges, geomante lo è stato anche in poesia, e perfino quando narrava l’Io, divinava la terra, la roccia o la sabbia tutta d’un immenso deserto o labirinto del Noi… Elegia, insieme, impolverata e petrosa:

“Io sono il teschio ed il cuore segreto, / I percorsi del sangue che non vedo, / Le gallerie del Sogno, questo Proteo, / Le viscere, l’occipite, lo scheletro.”…

Gli artisti migliori, anche nella Rinascenza, mischiavano le terre, coloravano con esse i loro quadri gloriosi, pensosi, o gnostici orditi d’affreschi… Leonardo stesso, dedica alle terre pagine e pagine del suo trattato della pittura. (“Come i monti ombrati dai nuvoli partecipano del colore azzurro”… “Della scorza degli alberi”…).

L’arte poi è sempre andata avanti, e l’informale (con Fautrier e pochi altri davvero degni: Burri, Tàpies… ciascuno a suo modo, fino a un Dubuffet che reinventa l’effetto a graffito, quasi a mimare le macchie, la psicosi stessa, stratificata e primitiva, insieme dell’anima e della materia… ) ha inseguito, guatato, implorato, divinato una terra sfregiata di forme, o suffragata di segni, come imponderabili, inenarrabili geomanzie del moderno. Arthur Dove fece ancora di più: concettualmente, inseguì, copiò i segni della Natura ma in senso metafisico (oh, non certo variante epigonale, come molti ambirebbero a fare, aggregare): “Mi piacerebbe prendere il vento,” – scrisse – “l’acqua e la sabbia e lavorare con loro”…

Dunque, io seguivo la Nina Maroccolo, nelle sue sedute fotografiche, geomantiche come un enigma nuovo e antichissimo, forse ancora cantilenato quasi dai salmi sapienziali del medioevo… Nella Roma pomeridiana del Giardino degli Aranci, fotografava magari i muri, gli intonaci dissestati, e sopra i pàmpini bruciati, anneriti, avvinghiati – e non gli aranci piccoli soli, o pianetini di fulgore; non le stesse foglie e i rami sempreverdi di alberi riveriti già nel loro fruttificare. Lei no, lei inseguiva la polvere, gli scarti, le ombre corrusche, i salnitri della terra, i licheni, magari, già cari a un poeta oggi obliato come Camillo Sbarbaro…

La stessa gente, guardandola, non si capacitava… Forse in cuor loro la deridevano… Perché fermare, fotografare le ombre, le porosità, i geroglifici della pietra, le maculae, come i porri della carne, le smagliature insieme dello sguardo e del lessico, del linguaggio dei sensi e del paesaggio mentale?…

Cos’è e dov’è, il Bello? – se davvero è impossibile, forse ridicolo inseguirlo ancora oggi come un occhio pubblicitario in vena d’un mega-spot…

Guardo ora i primi annosi risultati di quelle ritualità scabre, dimesse, umili e umiliate anche in senso etimologico (= tornate o discese all’humus: magari proprio come San Francesco che chiese, esigeva di coricarsi, essere steso, da vivo o da morto, ma sempre sulla nuda pietra)…

La poesia, sì, l’ha fatto, e continua a farlo… Sulle pendici del Vesuvio, Leopardi divinava pietre, lava, pomice e gialle ginestre…

corre il baglior della funerea lava,

che di lontan per l’ombre

rosseggia e i lochi intorno intorno tinge…

Paul Celan raccoglie La Rosa di Nessuno… Bonnefoy insegue e decifra la Pietra scritta

Ma l’arte visiva, la scienza dei segni cadenzata a missione fotografica? Erano i primi astronauti sulla Luna, che raccoglievano sassi esemplari, campioni di polvere, magari le proprie stesse scorie azotate… Poi, i robottini su Marte, il pianeta rosso, a celebrare un minuscolo masso ancestrale, forse un impeto o una rabbia di Giove, di Saturno, una lacrima ormai fossile di Gea, e lo sperma rappreso, calcificato, di Urano… Tutti quei figli inghiottiti, un cimitero intero, polverizzato di Giganti…

Sui muri perimetrali di certe ville oggi magari trascurate (Doria Pamphili, ma tante altre: e anche luoghi di culto, chiese, eremi, templi archiviati), il tempo stesso ci fa invece da aedo, opera da cantore: e prende quei marmi, quelle pietre in disuso, riseminandone i colori, ammalandole di buffi riti omeopatici… Le forme si circonfondono e confondono – ma insieme rinascono, s’inturgidano; ed i colori pure, viaggiano nel tempo, dentro il tempo ed oltre, fino a noi…

Fino alla Nina che se l’inghiotte, il Tempo, lo irride o gli è devota, con la sua piccola Nikon fedele, quasi briose prove di tettonica, anima orografica: carmi o labirinti petrosi, porosi, cicatrici di segni – dunque nuovi gesti con cui romanzare l’impossibile forma dell’Informale, riazzerarlo non più a pensiero, a stilema, ma a frammento da riabitare, riabilitare di sguardi…

Miracoli inspiegabili ma certo ancora possibili, camminando le ore, e chiedendo al vento e all’aria, come faceva Arthur Dove, di abitarli: assieme alla sabbia e all’acqua, alla pioggia lacrimata anche e perfino nella nostra epoca… La Pietra del S. Michele da cui ripartì Ungaretti (così prosciugata, / così refrattaria…), ora ci sembra luminosa, fausta invece come uno specchio.

E il labirinto diventato mappa, mappatura del tempo e suo spartito, insegna a Nina a cantarsi, salmodiare anche i silenzi, dolcemente porosi, pregni d’ombre buffe e carezzevoli.

Quasi riflessi, precipitati affreschi delle nuvole, atterrate.

Inconsce e pure aritmìe del cuore, marezzati alfabeti d’ombre…

Plinio Perilli

 

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Il tramonto delle felci

e radici buone d’Arcano

Vissuta in Sardegna nei suoi primi anni d’età, Nina Maroccolo indora un lucore giallissimo, o ancora un ocra che presto s’arrugginisce in arancio melanconico, poi s’annette un verde animista, lo irraggia in tramonto incupito…

Quegli stessi sogni, abecedari e dettati, con cui a scuola giocava la linfa tutta del linguaggio, e il suo catechismo emotivo che elegge e fa chiesa, nella Natura intera: in un paesaggio, insieme, terrestre e ancestrale…

Quegli ulivi e le vigne, i sughereti come corpi insanguinati, scuoiati fino al rosso derma o vinaccia dell’anima; i mirti adorni di cento, mille bacche scure come piccoli occhi e sguardi di un fitto intrico o rigemmata selva di anime; attorno a quei nuraghi o muri a secco, templi della fatica; quelle tanche, che segnano la scenografia anche mentale d’un popolo, il suo bello, in un destino fiero d’isolamento e chiusura, ma anche d’orizzonti ventosi, rotte aperte verso e oltre l’incognito: che è sempre conoscenza e coraggio, innamoramento e rito sacrale.

“… Salgono notti, e la selva invano promette un palpito. ” – romanza Nina in Animamadre – “Nella cervice del monte, anche Dio s’è sperduto. Un Lazzaro d’ulivo e di tralci. Arranca per i botri, le voragini. Le rupi covate dai sassi.”…

Riassume questo, il Totem d’Arcano con cui Nina Maroccolo sfida il cielo e onora, cantilena o mastica le radici buone, medicamentose d’amaro, diffida forse della luce e chiede al buio humus di quella terra feconda e petrosa, fervida di pastori e poeti d’una lingua aspra e buona come sorsi di un vino forte: prima rubino, gusto lancinante, poi vellutato quasi di porpora, e un retrogusto o fortore che sa d’eterno. Poesia più vera e schietta è anche questo sapore che sbuccia tronchi e sugge bacche o fiori, caglia il latte in formaggi più nutrienti delle carni e degli arrosti di selva, dove la mitologia è di casa, c’invita tutti…

Qui il sottobosco gravido di felici, reclama e distilla, quasi sorgente sacra, o gemma immensa, una radiosità di luce bianca che poi tramuta, nell’emozione verde, verde bruno e orchestrato delle felci: geometriche di linfa come strane impronte primordiali, ariosi frantumi, riverberi spiovuti di cielo…

Ecco, un Angelo entra in quello spazio, muove per benedirlo: risana, aiuta la Natura – sino al tramonto delle felici… Effuso e arcaico, il vento scrive, con le ali di quell’angelo, dolci e soffiati graffiti, sigle dell’anima… Giunge un uccello, Nella schiena dell’Angelo, cinguetta un trillo o salmo lievissimo, un sussurro per quella testa nobile vista da dietro, baciata d’acquerello. Chiede alla Natura di essere aiutato: questo è il suo dramma, le ali non gli bastano.

Nel bosco, ferve a rilievo un eucalyptus, radicato e caparbio con le sue orme mute, sangue annoso di linfa. Il brindisi, dal mare sino alle cime innevate del Gennargentu, è un’essenza liquorosa che annebbia e infiamma ebbro ogni dolore, diverte ambrate le doglianze… Mentre queste foto si fanno quadro, pose arcaiche: dunque sculture per il futuro, cibo e pasto totale con cui il filosofo si nutre d’uno sguardo.

Plinio Perilli

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LA DANZATRICE | dal concept “La rivoluzione degli eucalipti”

Scultura realizzata con mute di eucalipto
colori ad olio
oro zecchino in polvere
copyright by Nina Maroccolo 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

© 2016
Nina Maroccolo & Globoscuro – Partiture Vegetali

 

Nina Maroccolo è nata a Massa nel 1966. Cresciuta in Sardegna da bambina, approdata a Firenze nel ’75 – dove ha studiato Arte e Musica – vive e lavora a Roma dal 2004. Scrittrice, performer, artista visiva – è curatrice di libri e antologie. Ha fatto parte della casa discografica CPI (Consorzio Produttori Indipendenti, Firenze), responsabile dell’Associazione Culturale “Il Maciste”. Ha partecipato a trasmissioni su RAI1, RAI2 ed altre emittenti televisive.
Pubblicazioni: Il Carro di Sonagli (City Lights Italia 1999); Annelies Marie Frank (Empirìa 2004 – 2a ed. 2009), con prefazione di Alda Merini; Firenze-Roma (Pulcinoelefante 2004); Documento 976 – Il processo ad Adolf Eichmann (Nuova Cultura 2008), a cura di Fabio Pierangeli; Malestremo (Le Reti di Dedalus 2008), a cura di Marco Palladini; Illacrimata (Ed. Tracce 2011), con prefazione di Paolo Lagazzi.  Ero nato errore – storia di Anthony con Anthony Wallace (edito nel 2014 da Pagine-Roma). È presente in numerose antologie.

 


8 risposte a "Nina Maroccolo: AUTORITRATTO – 31 ottobre ore 18 – Sala Cinema del Museo MACRO di viale Nizza – Roma"

  1. Non credo di conoscere un’artista più versatile e completa di Ninette, sempre in continuo andare oltre abbattere muri definizioni reinventarsi rinascendo con la grande forza di chi sa rimanere se stessa e farsi infinitesimale allo stesso tempo. Mitica, l’aggettivo che meglio la descrive. Bellissimo omaggio di chi meglio di tutti la conosce.

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  2. Roma è troppo lontana per i piccoli passi del nano. epperò, mi dico, al giorno d’oggi esistono diavolerie postmoderne come videocamere delle dimensioni d’una capocchia di spillo capaci di trattenere l’immensità del suono e delle immagini di qualsiasi storia-poesia umana. certo, la tecnologia attuale non è ancora in grado di imbalsamare mediante idonei supporti digitali e trasmettere a distanza l’aroma di un caffè, l’odore del basilico o il calore di un abbraccio, ma ciò potrebbe anche non rappresentare un vulnus essenziale: nonostante tutto, pare che il nostro cervello possieda ancora residuali capacità di immaginazione.
    : ))
    sì, insomma, tutto ciò per dire che se esiste una registrazione dell’e-vento, mi piacerebbe che – blowing in the wind – portasse consonzane e vocali di Nina fino a questi lidi (tipo “summer on a solitary beach” di Battiato, laddove “di tanto in tanto un grido copriva le distanze”).
    resto dunque in vigile e speranzosa attesa, eh, o in altre parole, “sono tutto neobar’occhi”…
    : )))

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  3. Gli scritti di Plinio perilli mi suggeriscono che l’arte corale di Nina Maroccolo ha tra le sue articolate origini anche il fatto di considerarsi una cellula di un organismo più grande che è la « terra » come « madre », l’arte come la vita si rigenera e per questo devi prima « macerare », mi richiama la prima lettera di Paolo ai corinzi : « Quello che semini non prende vita se prima non muore… ». Un’arte amica e fatta di cose naturali, che a differenza di quella di Dubuffet (ad esempio) non svela l’aspetto più « selvaggio », ma quello più armonico e germinativo, per dirla in altro modo, un’arte non di Shiva ma di Vishnu. Anch’io attendo speranzoso come Malos.

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  4. Sentire la radicalità di un’esperienza nella delicata creazione di una danzatrice creata da ,mute d’eucalipto spolverate d’oro zecchino… Un’emozione fantastica che ti rivela Nina per un’estrosa artista dello spirito in cammino . Mute piene di ventosi alfabeti le mani e gli occhi che in danza creano le tappe della tua storia artistica.
    Serata densa che ha smosso dentro sogni e concrete emozioni di fare arte perché la si sente vera, fuori dal gioco sporco delle lusinghe dell’ io.

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  5. Caro Abele, da quanto mancavo.
    Qui, a scrivere, a pormi in ascolto, essere/stare/fare con Voi.
    Sai, non si fa dimenticare quella speranza/atto di fede che tenta di travalicare l’Ego.
    E so: qui è famiglia. Dal 2009 ho trovato un luogo di appartenenza umano, amicale e culturale.
    L’esperienza di Don Tonino è stata meravigliosa. Toccante. Un’idea a fuoco, la tua, nel porgere lo scrittore di fronte a una figura così decisiva come quella di Don Tonino Bello.
    Malgrado l’assenza, io ritorno sempre. E voi ci siete, con le braccia aperte in un abbraccio di fiori.

    Ti ringrazio per avermi sostenuta in ogni circostanza. Per sapermi nel gesto in ogni direzione.
    Quest’Arte che si fa vita – sempre.
    Eppoi sì, sono allergica ai canoni convenzionali, ai trend che investono ogni disciplina artistica.
    Resto fedele alla ricerca, alle esplorazioni. Visionaria, ma fino a un certo punto.
    e tue parole mi rendono felice. Descrivi Ninette!
    Grazie. Un super-abbraccio amico caro,
    tua Ninette***

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  6. >>> GIANCARLO

    Plinio è il mio testimone. Colui che entra e comprende ogni mio singolo passo.
    Prima di intervenire, Plinio si documenta, cerca, paragona, non paragona; ammette, qualche volta, di non riuscire a comprendermi (a proposito di umiltà…). Perché il Tutto è un grande Ideale e l’arte permette di scoprirne la fascinazione, il sublime, la Visione. La via della Vita come continua scoperta.
    Quel Tutto che amiamo proprio per la sua irraggiungibilità.
    Il Tempo nostro non coincide. Il Tempo ha concluso di essere nel suo Ruit Hora.
    Seguo ciò che la ragione non sopporta. Amo gli scarti. Sono preziosi.
    Credo nella quantistica, negli universi multipli, nel nero di tutti i tempi – amo il nostro unico progenitore. Amo Dio, di cui Paolo è il primo vero sistematore intellettuale – hai ragione.

    Non sarò selvaggia, ma di sicuro inselvatichita.
    Amo l’espressionismo della Natura, lo sento mio e nostro. Non è una coincidenza, solo un incontro straordinario e vivissimo nel mondo che appartiene alla selva, agli animali, alle amate guglie himalayane.
    Dovessi descrivere il mio rapporto con la Natura, scriverei pagine e pagine.
    Preferisco dirti, allora, della Rivoluzione degli Eucalipti, le Macerazioni, la semina calcarea e geomantica.
    La scrittura. I segni…
    Sono rapporti di puro amore, processi lentissimi di trasformazione della materia, lavoro e sentimenti che talvolta non riesco a sostenere emotivamente. E così, quando incontro difficoltà puntute, slabbrate, residui di una profondità indagata – accade una dirompente esplosione.

    Quel che resta sono fossili.
    Quel che resta sono interi archivi fotografici, appunti, saggi, disegni, schizzi, trascrizioni, sulla base della scorrevolezza del tempo e l’orrore della sua caduta… Ruit Hora.
    Ogni particolare serve a sostenere e a comprendere la singola ricerca artistica. I risultati s’incontrano e si fondono insieme. Ed io ringrazio la filosofia della Luce, il sostegno della mistica, la curiosità inesausta dell’esploratore.
    L’animale che è in me.

    Choral Autobiographies. Altra forma di appartenenza.
    Nata nel 2013 dall’idea di coinvolgere artisti internazionali.
    La corale era partita bene. C’eravamo odorati e sembrò un idillio.
    Molte le collaborazioni, gli esiti raggiunti insieme.
    Poi, uno alla volta, gli artisti scomparvero. Non per cattiva volontà, sono certa.
    Ci amavamo. Ma ciascuno portò avanti il proprio percorso artistico.
    Nel momento in cui rimasi sola, realizzai che Choral restava un bell’Ideale irraggiunto.
    Riprovai nel 2015 con JE SUIS TOI…

    Al Macro ho dedicato una porzione di tempo alla corale. Ci tenevo tantissimo.
    Avevo chiesto dei video ad alcuni artisti. Sono riuscita a proiettarne due su quattro.
    Alcuni forse sono rimasti offesi. Altri sono rimasti contenti.
    I rimanenti non si sono espressi.

    Voglio continuare a credere nel valore del Noi.

    Un grande abbraccio,
    Ninette*

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  7. Carissimo Malos,
    dell’evento ci sono alcuni video. Fotografie.
    Ho cantato la prima stanza del poemetto “Giunse lo raggio” (dalla “Deposizione” di Benedetto Antèlami).
    Sono molto incerta se pubblicare, non lo cantavo da tempo, Giunse lo raggio. Non l’avevo preparato.
    E, infatti, ci sono punti di evidenti stonature e imprecisioni.

    Ci sono altri piccoli documenti: il tralcio di un video dove parlo della materia, ma non si capisce niente per l’audio.
    L’altro piccolo video è parte dell’intervento di Plinio.
    Magari chiedo, alla nostra Doris, il favore di portare materiale della serata.

    Ti voglio, vi voglio Bene,
    Ninette

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  8. Caro Paolo,
    grazie per le tue parole. C’era aria di famiglia in quella sala…
    Spero davvero di essere riuscita negli intenti: portarVi a visitare un po’ del mio mondo.
    Lasciare qualche traccia che si decanti nel profondo. Luogo dei luoghi.
    Laddove non c’è solo Ombra.

    Un abbraccio,
    Ninette*

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