Un libro e un film
Vincent Bevins “Il metodo Giacarta”
Joshua Hoppenheimer “L’atto di uccidere”
di Giancarlo Locarno

Vincent Bevins è un giornalista americano, le fonti del suo libro sono documenti governativi declassificati, ricerche in vari archivi e testimonianze oculari riguardo la nascita della dittatura in Indonesia nel 1965 con un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti. Il libro non si limita a raccontare i soli fatti dell’Indonesia, ma spiega come il “metodo Giacarta” sia diventato poi un paradigma impiegato in tante altre situazioni, come in Brasile nel 1964 con il golpe militare sostenuto sempre dagli Stati Uniti e, precedentemente, nel golpe in Guatemala nel 1954, fatto per salvaguardare gli interessi americani della Fruit Company.
Torniamo all’ Indonesia colonia olandese, durante la seconda guerra mondiale nel 1942 fu occupata dal Giappone, gli olandesi sconfitti la consegnarono totalmente ai giapponesi. Nel 1945 dopo la sconfitta dell’asse Sukarno e Hatta proclamarono l’indipendenza e la nascita della repubblica indonesiana, ma furono necessari ancora quattro anni di guerra, dato che gli olandesi erano tornati per tentare di riprendersi la colonia.
Sukarno fondò il Partito nazionalista indonesiano (PNI), che con linguaggio attuale potremmo definirlo un partito di centro, a sinistra c’era il partito comunista (PKI) e a destra i gruppi musulmani. Il partito comunista fu fondato in Indonesia nel 1914 col tempo era diventato il terzo partito comunista al mondo dopo L’URSS e la Cina, con tre milioni di militanti.
La nuova repubblica enunciò i cinque principi sui quali veniva fondato lo stato, ovvero la Pancasila: fede in Dio; giustizia e civiltà; unità dell’Indonesia; democrazia; e giustizia sociale. Già nel 1926 Sukarno firmò un importante articolo intitolato Nazionalismo, Islam e Marxismo, in cui si chiedeva: «Possono questi tre spiriti operare insieme nella situazione coloniale per diventare un unico grande spirito, uno spirito di unità?»
Per lui la risposta naturale era sí: il capitalismo, sosteneva, era nemico sia dell’Islam che del marxismo. Fatte queste premesse, il libro di Bevins racconta come gli Stati Uniti si inserirono nella politica indonesiana e, con la scusa di combattere il comunismo stabilirono una feroce dittatura per portare l’Indonesia nella loro orbita. Il partito comunista indonesiano aveva ormai abbandonato la lotta rivoluzionaria, accettato la Pancasila ed era un partito che sosteneva Sukarno, pur con molte differenze di vedute.
L’Indonesia con la Birmania, Ceylon, il Pakistan e l’India cercavano di unire i popoli del Terzo mondo che non volevano allinearsi con gli stati uniti o con l’Unione Sovietica.
Si stabilirono i seguenti principi che furono la base per la successiva creazione dell’organizzazione dei Paesi non allineati:
- Rispetto dei diritti umani e della Carta delle Nazioni Unite.
- Rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale di tutte le nazioni.
- Riconoscimento dell’eguaglianza di tutte le razze e di tutte le nazioni, grandi o piccole.
- Non intervento: astensione dall’interferenza negli affari interni di un altro paese.
- Rispetto del diritto di ogni nazione a difendersi.
- Astensione dall’uso della difesa collettiva a servizio degli interessi particolari di una delle grandi potenze e astensione dall’ esercitare pressione su altri paesi.
- Non fare atti o minacce di aggressione nei confronti di altri paesi.
- Risoluzione pacifica di tutte le controversie internazionali.
- Promozione della cooperazione e degli interessi reciproci.
- Rispetto della giustizia e degli obblighi internazionali.
Scrive Bevins: Il «New York Times» pubblicò un editoriale che metteva in guardia sul fatto che Sukarno fosse «inesorabilmente in preda a eccessi nazionalistici» e aggiungeva: «Il modo in cui tratterà con le compagnie petrolifere sarà il test principale per capire le sue intenzioni».
Nel 1965 a Giacarta circolavano voci che i generali di destra stavano complottando qualcosa con la Cia, un finto colpo di stato comunista destinato subito a fallire. Infatti, sei generali vennero uccisi, e la colpa data ai comunisti. Il generale Suharto sostenuto dagli americani prese il potere militare. Sukarno fu costretto a fuggire e Suharto diventò il dittatore dell’Indonesia. Cominciò la caccia ai comunisti, il PKI venne dichiarato illegale, la lista delle persone da uccidere venne fornita dal governo degli Stati Uniti e anche dai proprietari americani di piantagioni che diedero i nomi di sindacalisti e altre persone per loro scomode.
Il numero delle vittime non è noto con esattezza, si pensa dai 500.000 a un milione di presunti comunisti uccisi, ma ci sono altre stime che arrivano a due e anche tre milioni di morti. Durante la dittatura che durò fino al 1998 vennero perseguitati tanti intellettuali dissidenti, come Pramoedya Ananta Toer, rinchiuso per 14 anni in una prigione dell’isola di Buru, a lui si deve una grande opera narrativa, “La tetralogia di Buru” che ripercorre la storia indonesiana dalla colonia all’Indipendenza. Rendra, poeta e drammaturgo venne incarcerato per un anno quindi bandito dal sistema culturale, Sitor Situmorang forse il maggiore poeta indonesiano del 900, scontò dieci anni di carcere. Venne perseguitata anche la grande minoranza cinese, venne proibita la lingua cinese e l’ingresso dei caratteri cinesi in Indonesia.

L’atto di uccidere (The Act of Killing) è un’opera molto particolare, un po’ filme un po’ documentario, è diretto da Joshua Hoppenheimer con l’aiuto di Christine Cynn. Il film descrive l’uccisione dei comunisti in Indonesia tra il 1965 e il 1966, dopo il colpo di stato che portò Suharto al potere.
Il regista ha chiesto a due killer, ormai invecchiati, di raccontata e di rappresentare in un film quello che fecero trent’anni prima per catturare e poi uccidere i presunti comunisti. I killer sono due preman ovvero due gangster e sono Anwar Congo e Adi Zulkadry.
Si vede subito come siano ben integrati nella società indonesiana e grandi amici rispettati dei rappresentanti regionali dello stato, con i quali ricordano i bei tempi di quando tutti insieme cacciavano i comunisti (ancor oggi è fuorilegge il partito comunista). In realtà era spesso una scusa per taglieggiare la minoranza cinese, chi non pagava era un comunista. La traduzione di gangster per Anwar Congo è quella di “uomini liberi” ovvero che non si fanno scrupoli.
I due interpretano per il film la messa in scena degli interrogatori e le uccisioni che comunemente venivano fatte tirando un filo di ferro avvolto attorno al collo della vittima, uccisioni che rivendicano con un certo orgoglio, così come rivendicano l’appartenenza alla Pemuda Pancasila, un’organizzazione para militare di destra ancora attiva, oggi ha circa quattro milioni di aderenti, ed allora ebbe un ruolo preminente nell’uccisione dei sospetti comunisti.
Per me è stato un film angosciante duro da vedere mostra l’orrore come normalità. Alla fine del film sembra che in Anwar Congo sorgano piccoli segni di pentimento, ma io penso che non siano veri ma una recita come ci si aspetta da un film. Questo film per certi versi è un capolavoro, è molto originale questo costruire un documentario sulla costruzione di un film terrificante, dove gli attori non interpretano altro che se stessi rivivendo l’orrore di trent’anni prima.