LUCENS
È giunto, presto andare via
dell’immenso tempo traccia, ritroso
al celeste inchino dei giorni.
Immerso nel feroce guado
ha -magnanimo- volto l’oltre
a suo incanto, prologo di parole
suadenti il vocio silenzioso.
In sguardo tacito, breve il sorriso
come ponesse freno al sorgere
dell’idea, sostanza eterea
di mondi infiniti, cosmi
eretici al fuoco del primo fiore.
Costante traccia il visibilio
indagato, come l’umano non permeasse
forma durevole, se non in riflesso
diafano al moto dei pianeti.
Struggente monito l’assenza
che il vedovile strascico
inonda di azzurrità perenne
calviniane città i cui fili d’ombra tessono
vie amebiche alla vita che resta e sottrae
incede e svapora -transito lieve-
lumente, la sua avversità.
L’ineffabile torna a delimitare
insidie di menzognera realtà
a dis-misura di anima
in luce avvolta, tra brume sapienziali
liturgiche al ragionevole dubbio.
Sul limen dell’eterno ritorno
sottrae respiri planetari, fotosintesi
umana, raggio di viriditate espansa
ad onda generante l’altra Creatura
della cui lucens indossa meridiana
lo sguardo volto ad oriente.
