Francesco Paolo Intini_ Germanico


GERMANICO

Forse i poeti sono loro: Pizarnik, Plath
e chi sa di Esenin ci dirà
se quella corda appesa al soffitto
significò l’addio a Isadora o l’ombra
di Stalin diventata più nera.

Ma tu, eri di un altro pianeta.
Quelli come te sorvolano le vette

l’armadio delle cianfrusaglie
è il più alto dell’Himalaya

e, incrociando le tempeste, vanno giù diritti
a rischiare l’Enterprise.

È da questo che s’impara il lato oscuro
della guerra frigo-lavatrice:

bombe a me droni a te
droni a me bombe a te

Per una scopa si sacrifica la carriera.
Per un bicchiere di PVC si rinuncia al premio Strega.
Per una forchetta si cancella il poema della commozione.

Altri deridevano lo sforzo della tigre nel seme d’uva.
Era per piantare un grappolo di artigli
nei vigneti del Bordeaux.

Consigliarono un uovo
ma nascere con antenato un pollo
non valeva il ruggito possente.

Germanico
suggeriva la fine
ma molto più impoetica che in un forno a gas
e il culo esposto all’aria.



Nota: Germanico era il nome d’arte del poeta e critico Giorgio Linguaglossa (1949-2026) a cui questa poesia è dedicata.




5 risposte a "Francesco Paolo Intini_ Germanico"

  1. Ricevo da Antonio Sagredo , che sicuramente ne sa più del sottoscritto, alcune gradite informazioni e precisazioni sulla morte di Esenin che riporto volentieri:

    Caro Intini, in questa prima strofa vi sono ben due errori che riguardano la morte di Esenin: 1) non era una corda, ma una CINGHIA 2) non era appesa a un soffitto, ma a una sorta di TERMOSIFONE ————————————————————– i particolari sono testimoniati da diversi amici del poeta, p.e. vedi il volume dedicato al poeta dai suoi migliori biografi da pag,/. 489 a pag. 519 (ultima pag. del libro). Vita di Sergej Esenin dei Elwira Wataka e Wiktor Woroszylski (scritto nel 1973) e pubblicato da ed. Vallecchi, 1980 – —————————————————– GERMANICO Forse i poeti sono loro: Pizarnik, Plath e chi sa di Esenin ci dirà se quella corda appesa al soffitto significò l’addio a Isadora o l’ombra di Stalin diventata più nera. ——————————————————- Per quanto mi riguarda su Esenin penso che la Isadora non centri per nulla; e che Stalin forse centri qualcosa. Di certo è che il dittatore avesse già in testa il pensiero (poi realizzato nella realtà) di uccidere quanti poeti fosse possibile. Quanto riguarda il “suicidio” di Majakovskij credo che fu fatto fuori su ordine di Stalin: era un poeta incontrollabile! Mandel’stam fu fatto morire di stenti. Soltanto Pasternàk si salvò; Ripellino afferma che Stalin trovava nella voce (declamazione) di Pasternak qualcosa che gli ricordava uno sciamano. Così scrive Ripellino nel corso monografico 1972-73 su PasternaK. “Fu concesso a Pasternàk direndere pubblica la telefonata*, perché si capisse quanto fosse buono il tiranno e quanto amasse gli artisti, mentre in realtà lui stesso li mandava a morte. Pasternàk stesso si infervorò ad un certo punto per Stalin, personaggio strano, appartato. Sembra che anche Stalin avesse un debole per Pasternàk, perché avendo per caso udite alcune sue poesie, il suono di esse gli aveva evocato qualcosa di magico, per cui pensava a Pasternàk come ad uno sciamano, uno stregone: il che affascinava la sua figura di meridionale un po’ superstizioso. Pasternàk si è quindi salvato da Stalin per un prodigio, mentre la più gran parte degli scrittori, poeti e letterati del tempo, finirono nei lager.”

    *la famosa telefonata intercorsa tra il poeta e il dittatore

    —A. Sagredo——-

    grazie e un caro saluto

    Franco

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  2. Ahh!  Caro Malos, mi sono sempre chiesto cosa sarebbe successo se Marcel Duchamp invece di presentarsi come autore di “ready made” avesse continuato a dipingere nella scia del Cubismo. Probabilmente sarebbe diventato uno dei maggiori esponenti di quella corrente ma mai diventato Duchamp.

    Restando nell’analogia ti confesso che proseguendo nel seminato, si possono fare buoni raccolti, come un premio di poesia,- a me è successo proprio di recente- un plauso da qualche letterato importante o essere pubblicati sulle riviste più prestigiose in ambito nazionale, senza nulla togliere a NEOBAR a cui entrambi vogliamo bene-perché la parola per chi sa limarla a puntino è sempre l’arma potente della seduzione tanto in politica quanto tra i letterati.

    Resta la possibilità che nella Fontana di R. Mutt uno di passaggio lasci qualcosa di suo, di certo prevedibile e non esecrabile.

    Quando questo succede non resta che appellarsi al mistero dell’arte e del suo rapporto con le provocazioni e stimolazioni di vario genere.

    Detto questo ti dico anche che i versi sono versi e se qualcuno li pubblica accetta anche tutti i rischi e quindi ciascuno è libero di leggerli e commentarli come meglio crede in base ai propri criteri, alla propria cultura, almeno finchè si rimane nel loro ambito.

    Non certo cambia la vita sulla terra e tanto meno nella mia, se qualcuno dice che fanno schifo o sono degli accapo ributtanti.  Non pensare perciò che ironia e autoironia facciano parte solo del tuo Dna. Anche il sottoscritto ha una vasta collezione di storcimenti di nasi, risposte negative, porte sbattute in faccia e silenzi assoluti.

    Dico solo che se si tratta di fare ridondanza delle stesse cose contro la Poetry Kitchen allora basta seguire il riferimento di Abele per risalire alle tue idee al riguardo, che peraltro a me sono ben note e dunque a che pro ripeterle anche qui?

    Resta il nome, l’immagine e l’opera di chi non c’è più e che per me merita rispetto da tutti i punti di vista.

    Ti confesso comunque di aver molto apprezzato questa tua.

    Un caro saluto

    Franco

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  3. incomputabile quanta catena himalayana di parole s’erga qui sopra, per enunciare un o un no.

    : )))))

    ahimè, non ho compreso appieno la risposta e attendo (ancora) lumi.

    comunque, per l’intantoparto concentrandomi sulla montagna (e non sul topolino).

    ergo, punctatim:

    citi “Duchamp”… che cosa è diventato? il padre spirituale dell’anabasi empirea dell’assenza di contenuto, ergo del *vuoto*: l’orinatoio *è* privo sia di bisogni (corporali) che di creazione artistica (è un prodotto industriale/seriale). in tal senso, la “Fontana” incarna l’equivalente ceramico più riuscito dell’arte borghese/conformista alla massima purezza (ciò contro cui lottava paPàsolini)… e ‘nfatti Duchamp suo malgrado diventa re del capitalismo artistico di mercato con le quotazioni del suo orinatoio che s’impennano up to million dollars. chi_oso che la poesia kitchen abbia buonissime speranze.

    : )))

    missione compiuta? chissà… affermazioni come *tutto è arte* (o *nulla è arte*, suo assoluto speculare) sono naturali anticamere del cameratismo elitario artisticosnob, che inganna il tempo (e non solo quello) confezionando supercazzole filosofiche autoreferenziali. arte che parla all’arte (id est, arte fine a se stessa). brrrr….

    circa il “premio” (qualunque esso sia), in esso alberga *sempre* un retropensiero commerciale, quindi aborro-re!!!

    : )

    citi “la parola” come arma di *seduzione*. non so… pensando all’etimo se-ducere è composto dal prefisso separativo se” e da “ducere” (guidare, condurre). ergo l’idea originaria è quella di separare/isolare qualcuno per renderlo più vulnerabile/pilotabile (idea che non mi piace). e anche *modernizzando* il tutto in ad se ducere (l’interpretazione psicologica attuale del portare verso di sé) ci leggo una mancanza di rispetto per l’interlocutore (idea che non mi piace). la parola, al netto del mercato, mi piace piuttosto pensarla come strumento (non arma) di comunicazione (non di seduzione) e di comunione (non di isolamento).

    circa “a che pro ripeterle anche qui”, boh, chettidico… la saggezza popolare è tutta nella locuzione latina repetita iuvant. e io sono e mi sento parte del popolo. ergo, a nanomodo di sentire – il mio modo dal basso – esprimere pensieri non è quasi mai “ridondante” (e questo perché le “stesse cose” molto raramente sono sempre le *cose stesse*… e non è soltanto un gioco di parole, ok?). e questo è anche il principale motivo per cui non amo categorie e correntismi letterari.

    scrivi “rispetto da tutti i punti di vista”… mmmm… non so se è ciò che Germanico riservava, ad esempio, alla poesia lirica (rileggiti il link del “qui”), o a chi non credeva nel MES. se l’ironia è una mancanza di rispetto (cosa che non credo, ma che è spesso convinzione di chi si trova ad essere oggetto di ironia), allora tale metro di giudizio non dovrebbe forse valere per tutti? (il sarcasmo, invece, è un’altra cosa, n.d.n.)

    ecco, mi sembra di aver provato a dire quello che pensavo…

    : ))

    anzi no!! c’è ancora un piesse.

    ps: tanto per chiarezza, non commento mai per stroncare o “attaccare” qualcuno eccezion fatta per me stesso: stroncarmi mi piace un sacco (aaargh… sarà una forma di ma(lo)sochismo????). *quando* commento qualcosa è perché la mia personalissima, fallibile e incolta valutazione sull’opra è nel complesso positiva. per pari chiarezza, non commento mai con intenti *scambisti*. da ultimo, sempre per chiarezza, non scrivo mai commenti per un mio piacere personale, bensì perché penso che possa far piacere a chi ha scritto e pubblicato qualcosa, sapere – condimoltiplicare – cosa ne pensa un altro cervello* (è per questo, perdonami, che ho ribadito la domanda: se a te non interessa o non fa piacere, ciò esaurisce ogni mia motivazione a delirare un commento).

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