Forse i poeti sono loro: Pizarnik, Plath e chi sa di Esenin ci dirà se quella corda appesa al soffitto significò l’addio a Isadora o l’ombra di Stalin diventata più nera.
Ma tu, eri di un altro pianeta. Quelli come te sorvolano le vette
l’armadio delle cianfrusaglie è il più alto dell’Himalaya
e, incrociando le tempeste, vanno giù diritti a rischiare l’Enterprise.
È da questo che s’impara il lato oscuro della guerra frigo-lavatrice:
bombe a me droni a te droni a me bombe a te
Per una scopa si sacrifica la carriera. Per un bicchiere di PVC si rinuncia al premio Strega. Per una forchetta si cancella il poema della commozione.
Altri deridevano lo sforzo della tigre nel seme d’uva. Era per piantare un grappolo di artigli nei vigneti del Bordeaux.
Consigliarono un uovo ma nascere con antenato un pollo non valeva il ruggito possente.
Germanico suggeriva la fine ma molto più impoetica che in un forno a gas e il culo esposto all’aria.
Nota: Germanico era il nome d’arte del poeta e critico Giorgio Linguaglossa (1949-2026) a cui questa poesia è dedicata.
Ricevo da Antonio Sagredo , che sicuramente ne sa più del sottoscritto, alcune gradite informazioni e precisazioni sulla morte di Esenin che riporto volentieri:
Caro Intini, in questa prima strofa vi sono ben due errori che riguardano la morte di Esenin: 1) non era una corda, ma una CINGHIA 2) non era appesa a un soffitto, ma a una sorta di TERMOSIFONE ————————————————————– i particolari sono testimoniati da diversi amici del poeta, p.e. vedi il volume dedicato al poeta dai suoi migliori biografi da pag,/. 489 a pag. 519 (ultima pag. del libro). Vita di Sergej Esenin dei Elwira Wataka e Wiktor Woroszylski (scritto nel 1973) e pubblicato da ed. Vallecchi, 1980 – —————————————————– GERMANICO Forse i poeti sono loro: Pizarnik, Plath e chi sa di Esenin ci dirà se quella corda appesa al soffitto significò l’addio a Isadora o l’ombra di Stalin diventata più nera. ——————————————————- Per quanto mi riguarda su Esenin penso che la Isadora non centri per nulla; e che Stalin forse centri qualcosa. Di certo è che il dittatore avesse già in testa il pensiero (poi realizzato nella realtà) di uccidere quanti poeti fosse possibile. Quanto riguarda il “suicidio” di Majakovskij credo che fu fatto fuori su ordine di Stalin: era un poeta incontrollabile! Mandel’stam fu fatto morire di stenti. Soltanto Pasternàk si salvò; Ripellino afferma che Stalin trovava nella voce (declamazione) di Pasternak qualcosa che gli ricordava uno sciamano. Così scrive Ripellino nel corso monografico 1972-73 su PasternaK. “Fu concesso a Pasternàk direndere pubblica la telefonata*, perché si capisse quanto fosse buono il tiranno e quanto amasse gli artisti, mentre in realtà lui stesso li mandava a morte. Pasternàk stesso si infervorò ad un certo punto per Stalin, personaggio strano, appartato. Sembra che anche Stalin avesse un debole per Pasternàk, perché avendo per caso udite alcune sue poesie, il suono di esse gli aveva evocato qualcosa di magico, per cui pensava a Pasternàk come ad uno sciamano, uno stregone: il che affascinava la sua figura di meridionale un po’ superstizioso. Pasternàk si è quindi salvato da Stalin per un prodigio, mentre la più gran parte degli scrittori, poeti e letterati del tempo, finirono nei lager.”
*la famosa telefonata intercorsa tra il poeta e il dittatore
Ahh! Caro Malos, mi sono sempre chiesto cosa sarebbe successo se Marcel Duchamp invece di presentarsi come autore di “ready made” avesse continuato a dipingere nella scia del Cubismo. Probabilmente sarebbe diventato uno dei maggiori esponenti di quella corrente ma mai diventato Duchamp.
Restando nell’analogia ti confesso che proseguendo nel seminato, si possono fare buoni raccolti, come un premio di poesia,- a me è successo proprio di recente- un plauso da qualche letterato importante o essere pubblicati sulle riviste più prestigiose in ambito nazionale, senza nulla togliere a NEOBAR a cui entrambi vogliamo bene-perché la parola per chi sa limarla a puntino è sempre l’arma potente della seduzione tanto in politica quanto tra i letterati.
Resta la possibilità che nella Fontana di R. Mutt uno di passaggio lasci qualcosa di suo, di certo prevedibile e non esecrabile.
Quando questo succede non resta che appellarsi al mistero dell’arte e del suo rapporto con le provocazioni e stimolazioni di vario genere.
Detto questo ti dico anche che i versi sono versi e se qualcuno li pubblica accetta anche tutti i rischi e quindi ciascuno è libero di leggerli e commentarli come meglio crede in base ai propri criteri, alla propria cultura, almeno finchè si rimane nel loro ambito.
Non certo cambia la vita sulla terra e tanto meno nella mia, se qualcuno dice che fanno schifo o sono degli accapo ributtanti. Non pensare perciò che ironia e autoironia facciano parte solo del tuo Dna. Anche il sottoscritto ha una vasta collezione di storcimenti di nasi, risposte negative, porte sbattute in faccia e silenzi assoluti.
Dico solo che se si tratta di fare ridondanza delle stesse cose contro la Poetry Kitchen allora basta seguire il riferimento di Abele per risalire alle tue idee al riguardo, che peraltro a me sono ben note e dunque a che pro ripeterle anche qui?
Resta il nome, l’immagine e l’opera di chi non c’è più e che per me merita rispetto da tutti i punti di vista.
Ti confesso comunque di aver molto apprezzato questa tua.
incomputabile quanta catena himalayana di parole s’erga qui sopra, per enunciare un sì o un no.
: )))))
ahimè, non ho compreso appieno la risposta e attendo (ancora) lumi.
comunque, per l’intanto… parto concentrandomi sulla montagna (e non sul topolino).
ergo, punctatim:
citi “Duchamp”… che cosa è diventato? il padre spirituale dell’anabasi empirea dell’assenza di contenuto, ergo del *vuoto*: l’orinatoio *è* privo sia di bisogni (corporali) che di creazione artistica (è un prodotto industriale/seriale). in tal senso, la “Fontana” incarna l’equivalente ceramico più riuscito dell’arte borghese/conformista alla massima purezza (ciò contro cui lottava paPàsolini)… e ‘nfatti Duchamp suo malgrado diventa re del capitalismo artistico di mercato con le quotazioni del suo orinatoio che s’impennano up to million dollars. chi_oso che la poesia kitchen abbia buonissime speranze.
: )))
missione compiuta? chissà… affermazioni come *tutto è arte* (o *nulla è arte*, suo assoluto speculare) sono naturali anticamere del cameratismo elitario artisticosnob, che inganna il tempo (e non solo quello) confezionando supercazzole filosofiche autoreferenziali. arte che parla all’arte (id est, arte fine a se stessa). brrrr….
circa il “premio” (qualunque esso sia), in esso alberga *sempre* un retropensiero commerciale, quindi aborro-re!!!
: )
citi “la parola” come arma di *seduzione*. non so… pensando all’etimo se-ducere è composto dal prefisso separativo “se” e da “ducere” (guidare, condurre). ergo l’idea originaria è quella di separare/isolare qualcuno per renderlo più vulnerabile/pilotabile (idea che non mi piace). e anche *modernizzando* il tutto in ad se ducere (l’interpretazione psicologica attuale del portare verso di sé) ci leggo una mancanza di rispetto per l’interlocutore (idea che non mi piace). la parola, al netto del mercato, mi piace piuttosto pensarla come strumento (non arma) di comunicazione (non di seduzione) e di comunione (non di isolamento).
circa “a che pro ripeterle anche qui”, boh, chettidico… la saggezza popolare è tutta nella locuzione latina repetita iuvant. e io sono e mi sento parte del popolo. ergo, a nanomodo di sentire – il mio modo dal basso – esprimere pensieri non è quasi mai “ridondante” (e questo perché le “stesse cose” molto raramente sono sempre le *cose stesse*… e non è soltanto un gioco di parole, ok?). e questo è anche il principale motivo per cui non amo categorie e correntismi letterari.
scrivi “rispetto da tutti i punti di vista”… mmmm… non so se è ciò che Germanico riservava, ad esempio, alla poesia lirica (rileggiti il link del “qui”), o a chi non credeva nel MES. se l’ironia è una mancanza di rispetto (cosa che non credo, ma che è spesso convinzione di chi si trova ad essere oggetto di ironia), allora tale metro di giudizio non dovrebbe forse valere per tutti? (il sarcasmo, invece, è un’altra cosa, n.d.n.)
ecco, mi sembra di aver provato a dire quello che pensavo…
: ))
anzi no!! c’è ancora un piesse.
ps: tanto per chiarezza, non commento mai per stroncare o “attaccare” qualcuno eccezion fatta per me stesso: stroncarmi mi piace un sacco (aaargh… sarà una forma di ma(lo)sochismo????). *quando* commento qualcosa è perché la mia personalissima, fallibile e incolta valutazione sull’opra è nel complesso positiva. per pari chiarezza, non commento mai con intenti *scambisti*. da ultimo, sempre per chiarezza, non scrivo mai commenti per un mio piacere personale, bensì perché penso che possa far piacere a chi ha scritto e pubblicato qualcosa, sapere – condimoltiplicare – cosa ne pensa un altro cervello* (è per questo, perdonami, che ho ribadito la domanda: se a te non interessa o non fa piacere, ciò esaurisce ogni mia motivazione a delirare un commento).
Dal mio punto di vista è sorprendente che un lettore chieda all’autore se gli faccia piacere sapere cosa ne pensa della sua opera? In tanti anni di frequentazione dei blog è la prima volta che la vedo espressa. Ne prendo atto anche se devo dire che già mi arriva anomala la richiesta.
Inoltre se a te sembra una montagna la risposta alla richiesta di un topolino è perché se questa domanda viene formulata significa che c’è una montagna di cose che vanno precisate prima di procedere. Se non viene recepito il concetto non è problema mio.
Il sottoscritto ha risposto con estrema chiarezza ricordando che il commento riguardante il testo è sempre legittimo e gradito anche se negativissimo, purchè si limiti ai versi e non debordi in argomenti che non c’entrano niente- e dunque era un sì alla tua richiesta-. Ti sembra nuova questa regola? A me no. Personalmente e dopo anni di esperienza sui blog ho imparato a rispettarla.
Inoltre che vuol dire “Repetita iuvant”?
Chi dovrebbe capire e cosa? Pensi che le persone che ci leggono non abbiano capito cosa ne pensi della Poetry Kitchen? Io penso che l’abbiano capito e allora qual è il tuo gioco? Chi ancora vorresti convincere alle tue idee?
Vedo infine che sei ben informato su Giorgio Linguaglossa a cui questa poesia è dedicata da parte di un suo amico. Dico solo che se c’erano delle sue idee sulla poesia e altro che non si condividevano si sono avuti molti anni per contestarle laddove venivano espresse. Avrebbe sicuramente risposto.
mmmm, quasi ci siamo? boh… se non ho capito bene, fors’allora ha senso raccontarti in un commento i miei pensieri (che ho e che avevo in testa)
: )))
sed ante hoc, un’ultima breve scalata sull’alpe degli specchi, di nuovo per chiarezza. perché a volte, come canta il poeta “dal pugno chiuso una chiarezza, nascerààà va va va vai va va vo vai vo vai…”
: ))
scrivi che trovi “sorprendente” e “anomalo” (“è la prima volta”) che un lettore ti chieda se ti fa piacere “sapere cosa ne pensa” della tua opera. beh, ti credo: in effetti sono un lettore anomalos. purtuttavia – anche se solo nella mia testa – tale domanda è il frutto d’un logico ragionamento: nella mia mente malata i miei pensieri già ci sono indipendentemente dal fatto che li scriva in un commento. quindi per me non cambia nulla se in seguito vengono trascritti o non trascritti dentro un commento. nella tua testa, invece, i pensieri di altri essere umani non ci sono, quindi *forse* per te cambia qualcosa nel leggere o meno un commento. di conseguenza, ciò che fa la differenza è il tuo piacere o il tuo fastidio (o qualunque possibile combinazione tra di essi) nel leggere un mio eventuale commento. ripeto, mi sembra fattualmente (e fatalmente) logico, ma se “è la prima volta” devo essere davvero un nano fuori di testa. più in generale, ti confesso, ho avuto spesso modo di constatare che chi riceve un commento (mio o di altri) ne è felice (ed è **ciò** che mi rende felice motivandomi). ohi, e tieni bene a mente che, sebbene mi guidi la stella polare di scrivere commenti solo per opere che nel complesso m’han colpito favorevolmente, i miei pensieri *giammai* saranno positivi in toto… si tradurrebbero in commento inutile! se tutto è già perfetto e immune dal dubbio, allora è sufficiente un *like* (“mi piace”) e *avanti uguale*… ma la perfezione oltre ad essere noiosa e disumana, è un assoluto allucinoide delle nostre menti e non alberga in questo mondo (che è l’unico che io conosca, essendo un laido laico).
boh. forse son nato così (malformato), o forse è la mia (mal)formazione di medico a farmi apparire bizzarro (il prendersi cura degli altri)… però se (e quando) mi sobbarco la fatica di scrivere un commento articolato è unicamente per recare piacere all’artista e fare il mio dovere in questa piccola comunità neobara.
per questo, avendo percepito una velata conflittualità tra “il tuo piacere o il tuo fastidio” (vedi sopra) in tue pregresse esternazioni in calce ai miei pensieri, mi sono sentito in dovere di chiarire, *chiedendotelo*: solo tu lo puoi sapere (se esista o meno) *quella motivazione* che può indurmi a commentare questa tua.
di più, con l’occasione ti segnalo che non è un atto di coerenza liberare un (ac)cenno di “sì” e poi imporre le tue regole a un commento che *non è tuo* anche se prende corpo in calce ad un tuo scritto. nello specifico affermi che i miei pensieri *dovranno* “rimanere” confinati entro il dato “ambito”, ovvero dovranno “limitarsi ai versi e non debordare in argomenti che non c’entrano niente” (eh, e chi decide che “non c’entrano niente”? financo quando a tratti gigioneggio sperando di evocare un sorriso, buondio, giammai ho scritto in un commento cose che non c’entrassero *niente*). di più, financo esigi che i miei pensieri trascritti nel commento non si permettano di “fare ridondanza” e che è inammissibile toccare il fondo, o meglio “il fondo dei fondi”… ma andare a fondo è il mio modo di affogare dentro la sostanza delle cose, quindi? come faccio? anche perché, se no f’erro, l’iron(ia) va a fondo…
: ))
da ultimo, prima di lasciarti ancora la parola per restituirmi, oltre il tuo sì, la libertà su come i miei pensieri da nano suonato debbano suonare, tosto rispondo a tue legittime domande (punto per punto uncinato):
– “che vuol dire “Repetita iuvant”? la locuzione latina “repetita iuvant” (le cose ripetute aiutano) trova ampia conferma nelle neuroscienze e nella psicologia dello sviluppo: la ripetizione di stimoli, gesti, suoni e parole potenzia la plasticità sinaptica migliorando memoria, linguaggio, abilità motorie e pensiero associativo. e a me pare istruttivo l’osservare il mondo con gli occhi del neurologo-bambino: butto il cucchiaino, bum, cade, eh, la mamma me lo porge nuovamente, bum, oddio, cade di nuovo, interessante, bum, ancora, e ancora e ancora.. e allora un po’ alla volta estrapolo le temporanee comprensioni. Mambo-Puddu-Pernacchia (il mio primogenito) arrivò a lanciare tutto contento il cucchiaino 127 volte di seguito mentre il babbo estasiato glielo raccoglieva e contava (robbbba di trent’anni fa……. il mondo oradesso è cambiato? chissà, non sono ancora na_nonno)
: )
– “Chi dovrebbe capire e cosa?” oh, beh, col *chi* (pronome relativo indeterminativo) mica so darti una risposta! a *chi* ti riferisci? io continuo a cercare di capire perché il cucchiaio cade sempre in modo uguale ma diverso (sono infantile), tu dovresti capire che non pretendo di insegnare niente a nessuno, ma solo scambiare idee come si scambiavano le figurine Panini dell’album calciatori alle elementari (cielo cielo manca). ogniqualvolta sotto un post s’accende come adesso un fitto scambio di messaggi, è una magia che accade.
: ))
– “Pensi che le persone che ci leggono non abbiano capito cosa ne pensi della Poetry Kitchen?” oh beh, qui m’hai fatto ridere di gusto… non credo proprio che ci siano altre persone che ci leggono! siamo noiosi. siamo un angolo quasideserto del mondo surreale. quindi la domanda forse non ha un senso. e in ogni caso, ribadisco (repetita iuvant) che ogni scambio di idee arricchisce e che le stesse idee non sono mai solo le idee stesse (te l’ho scritto ormai più volte, ma la tua domanda, ahimè, m’induce a sospettare di non essere proprio riuscito a comunicartelo).
: (((((
– “Io penso che l’abbiano capito e allora qual è il tuo gioco?” è bello quando si è convinti di sapere cosa abbiano capito altre teste pensanti oltre la propria. eh, a me risulta assai difficile financo capire cosa abbia capito io (i miei pensieri sono in continuo divenire, mica son morto!). la seconda parte della tua domanda, quella sul mio “gioco”, invece, conferma l’ipotesi che proprio non sono riuscito a spiegarmi quando ho scritto in precedenza in merito alla “seduzione” e alle parole. se vuoi ripeto, fammi sapere (ma non voglio ridondare), in ogni caso intanto puoi rileggerlo tornando a “citi “la parola” come arma di *seduzione* etc etc etc…)
– “Chi ancora vorresti convincere alle tue idee?” oddio oddio!!! : )))) mia madre, partorita dall’umile utero umbro d’una sartina di paese, amava dire “corpo mal usato quel che fa gli vien pensato!”. mi sono sempre domandato cosa significasse tale adagio. e ancora oggi non riesco a decifrarlo. però, parlando d’altro, resto un pacifista gandhinano e non combatto guerre (convincere o conperdere non m’interessa punto). ma devo essere davvero un pessimo communicator o forse un bestio così stragno d’amputare sul nascere il sogno di farsi carpire.
Grazie Abele per l’ospitalità e la stima. Ciao
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Ricevo da Antonio Sagredo , che sicuramente ne sa più del sottoscritto, alcune gradite informazioni e precisazioni sulla morte di Esenin che riporto volentieri:
Caro Intini, in questa prima strofa vi sono ben due errori che riguardano la morte di Esenin: 1) non era una corda, ma una CINGHIA 2) non era appesa a un soffitto, ma a una sorta di TERMOSIFONE ————————————————————– i particolari sono testimoniati da diversi amici del poeta, p.e. vedi il volume dedicato al poeta dai suoi migliori biografi da pag,/. 489 a pag. 519 (ultima pag. del libro). Vita di Sergej Esenin dei Elwira Wataka e Wiktor Woroszylski (scritto nel 1973) e pubblicato da ed. Vallecchi, 1980 – —————————————————– GERMANICO Forse i poeti sono loro: Pizarnik, Plath e chi sa di Esenin ci dirà se quella corda appesa al soffitto significò l’addio a Isadora o l’ombra di Stalin diventata più nera. ——————————————————- Per quanto mi riguarda su Esenin penso che la Isadora non centri per nulla; e che Stalin forse centri qualcosa. Di certo è che il dittatore avesse già in testa il pensiero (poi realizzato nella realtà) di uccidere quanti poeti fosse possibile. Quanto riguarda il “suicidio” di Majakovskij credo che fu fatto fuori su ordine di Stalin: era un poeta incontrollabile! Mandel’stam fu fatto morire di stenti. Soltanto Pasternàk si salvò; Ripellino afferma che Stalin trovava nella voce (declamazione) di Pasternak qualcosa che gli ricordava uno sciamano. Così scrive Ripellino nel corso monografico 1972-73 su PasternaK. “Fu concesso a Pasternàk direndere pubblica la telefonata*, perché si capisse quanto fosse buono il tiranno e quanto amasse gli artisti, mentre in realtà lui stesso li mandava a morte. Pasternàk stesso si infervorò ad un certo punto per Stalin, personaggio strano, appartato. Sembra che anche Stalin avesse un debole per Pasternàk, perché avendo per caso udite alcune sue poesie, il suono di esse gli aveva evocato qualcosa di magico, per cui pensava a Pasternàk come ad uno sciamano, uno stregone: il che affascinava la sua figura di meridionale un po’ superstizioso. Pasternàk si è quindi salvato da Stalin per un prodigio, mentre la più gran parte degli scrittori, poeti e letterati del tempo, finirono nei lager.”
*la famosa telefonata intercorsa tra il poeta e il dittatore
—A. Sagredo——-
grazie e un caro saluto
Franco
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caro Franco, fammi sapere se ti fa piacere o meno sapere cosa penso di questa tua.
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Ahh! Caro Malos, mi sono sempre chiesto cosa sarebbe successo se Marcel Duchamp invece di presentarsi come autore di “ready made” avesse continuato a dipingere nella scia del Cubismo. Probabilmente sarebbe diventato uno dei maggiori esponenti di quella corrente ma mai diventato Duchamp.
Restando nell’analogia ti confesso che proseguendo nel seminato, si possono fare buoni raccolti, come un premio di poesia,- a me è successo proprio di recente- un plauso da qualche letterato importante o essere pubblicati sulle riviste più prestigiose in ambito nazionale, senza nulla togliere a NEOBAR a cui entrambi vogliamo bene-perché la parola per chi sa limarla a puntino è sempre l’arma potente della seduzione tanto in politica quanto tra i letterati.
Resta la possibilità che nella Fontana di R. Mutt uno di passaggio lasci qualcosa di suo, di certo prevedibile e non esecrabile.
Quando questo succede non resta che appellarsi al mistero dell’arte e del suo rapporto con le provocazioni e stimolazioni di vario genere.
Detto questo ti dico anche che i versi sono versi e se qualcuno li pubblica accetta anche tutti i rischi e quindi ciascuno è libero di leggerli e commentarli come meglio crede in base ai propri criteri, alla propria cultura, almeno finchè si rimane nel loro ambito.
Non certo cambia la vita sulla terra e tanto meno nella mia, se qualcuno dice che fanno schifo o sono degli accapo ributtanti. Non pensare perciò che ironia e autoironia facciano parte solo del tuo Dna. Anche il sottoscritto ha una vasta collezione di storcimenti di nasi, risposte negative, porte sbattute in faccia e silenzi assoluti.
Dico solo che se si tratta di fare ridondanza delle stesse cose contro la Poetry Kitchen allora basta seguire il riferimento di Abele per risalire alle tue idee al riguardo, che peraltro a me sono ben note e dunque a che pro ripeterle anche qui?
Resta il nome, l’immagine e l’opera di chi non c’è più e che per me merita rispetto da tutti i punti di vista.
Ti confesso comunque di aver molto apprezzato questa tua.
Un caro saluto
Franco
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incomputabile quanta catena himalayana di parole s’erga qui sopra, per enunciare un sì o un no.
: )))))
ahimè, non ho compreso appieno la risposta e attendo (ancora) lumi.
comunque, per l’intanto… parto concentrandomi sulla montagna (e non sul topolino).
ergo, punctatim:
citi “Duchamp”… che cosa è diventato? il padre spirituale dell’anabasi empirea dell’assenza di contenuto, ergo del *vuoto*: l’orinatoio *è* privo sia di bisogni (corporali) che di creazione artistica (è un prodotto industriale/seriale). in tal senso, la “Fontana” incarna l’equivalente ceramico più riuscito dell’arte borghese/conformista alla massima purezza (ciò contro cui lottava paPàsolini)… e ‘nfatti Duchamp suo malgrado diventa re del capitalismo artistico di mercato con le quotazioni del suo orinatoio che s’impennano up to million dollars. chi_oso che la poesia kitchen abbia buonissime speranze.
: )))
missione compiuta? chissà… affermazioni come *tutto è arte* (o *nulla è arte*, suo assoluto speculare) sono naturali anticamere del cameratismo elitario artisticosnob, che inganna il tempo (e non solo quello) confezionando supercazzole filosofiche autoreferenziali. arte che parla all’arte (id est, arte fine a se stessa). brrrr….
circa il “premio” (qualunque esso sia), in esso alberga *sempre* un retropensiero commerciale, quindi aborro-re!!!
: )
citi “la parola” come arma di *seduzione*. non so… pensando all’etimo se-ducere è composto dal prefisso separativo “se” e da “ducere” (guidare, condurre). ergo l’idea originaria è quella di separare/isolare qualcuno per renderlo più vulnerabile/pilotabile (idea che non mi piace). e anche *modernizzando* il tutto in ad se ducere (l’interpretazione psicologica attuale del portare verso di sé) ci leggo una mancanza di rispetto per l’interlocutore (idea che non mi piace). la parola, al netto del mercato, mi piace piuttosto pensarla come strumento (non arma) di comunicazione (non di seduzione) e di comunione (non di isolamento).
circa “a che pro ripeterle anche qui”, boh, chettidico… la saggezza popolare è tutta nella locuzione latina repetita iuvant. e io sono e mi sento parte del popolo. ergo, a nanomodo di sentire – il mio modo dal basso – esprimere pensieri non è quasi mai “ridondante” (e questo perché le “stesse cose” molto raramente sono sempre le *cose stesse*… e non è soltanto un gioco di parole, ok?). e questo è anche il principale motivo per cui non amo categorie e correntismi letterari.
scrivi “rispetto da tutti i punti di vista”… mmmm… non so se è ciò che Germanico riservava, ad esempio, alla poesia lirica (rileggiti il link del “qui”), o a chi non credeva nel MES. se l’ironia è una mancanza di rispetto (cosa che non credo, ma che è spesso convinzione di chi si trova ad essere oggetto di ironia), allora tale metro di giudizio non dovrebbe forse valere per tutti? (il sarcasmo, invece, è un’altra cosa, n.d.n.)
ecco, mi sembra di aver provato a dire quello che pensavo…
: ))
anzi no!! c’è ancora un piesse.
ps: tanto per chiarezza, non commento mai per stroncare o “attaccare” qualcuno eccezion fatta per me stesso: stroncarmi mi piace un sacco (aaargh… sarà una forma di ma(lo)sochismo????). *quando* commento qualcosa è perché la mia personalissima, fallibile e incolta valutazione sull’opra è nel complesso positiva. per pari chiarezza, non commento mai con intenti *scambisti*. da ultimo, sempre per chiarezza, non scrivo mai commenti per un mio piacere personale, bensì perché penso che possa far piacere a chi ha scritto e pubblicato qualcosa, sapere – condimoltiplicare – cosa ne pensa un altro cervello* (è per questo, perdonami, che ho ribadito la domanda: se a te non interessa o non fa piacere, ciò esaurisce ogni mia motivazione a delirare un commento).
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Caro Malos
Pensavo di essere stato chiaro.
Dal mio punto di vista è sorprendente che un lettore chieda all’autore se gli faccia piacere sapere cosa ne pensa della sua opera? In tanti anni di frequentazione dei blog è la prima volta che la vedo espressa. Ne prendo atto anche se devo dire che già mi arriva anomala la richiesta.
Inoltre se a te sembra una montagna la risposta alla richiesta di un topolino è perché se questa domanda viene formulata significa che c’è una montagna di cose che vanno precisate prima di procedere. Se non viene recepito il concetto non è problema mio.
Il sottoscritto ha risposto con estrema chiarezza ricordando che il commento riguardante il testo è sempre legittimo e gradito anche se negativissimo, purchè si limiti ai versi e non debordi in argomenti che non c’entrano niente- e dunque era un sì alla tua richiesta-. Ti sembra nuova questa regola? A me no. Personalmente e dopo anni di esperienza sui blog ho imparato a rispettarla.
Inoltre che vuol dire “Repetita iuvant”?
Chi dovrebbe capire e cosa? Pensi che le persone che ci leggono non abbiano capito cosa ne pensi della Poetry Kitchen? Io penso che l’abbiano capito e allora qual è il tuo gioco? Chi ancora vorresti convincere alle tue idee?
Vedo infine che sei ben informato su Giorgio Linguaglossa a cui questa poesia è dedicata da parte di un suo amico. Dico solo che se c’erano delle sue idee sulla poesia e altro che non si condividevano si sono avuti molti anni per contestarle laddove venivano espresse. Avrebbe sicuramente risposto.
Un caro saluto
Franco
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mmmm, quasi ci siamo? boh… se non ho capito bene, fors’allora ha senso raccontarti in un commento i miei pensieri (che ho e che avevo in testa)
: )))
sed ante hoc, un’ultima breve scalata sull’alpe degli specchi, di nuovo per chiarezza. perché a volte, come canta il poeta “dal pugno chiuso una chiarezza, nascerààà va va va vai va va vo vai vo vai…”
: ))
scrivi che trovi “sorprendente” e “anomalo” (“è la prima volta”) che un lettore ti chieda se ti fa piacere “sapere cosa ne pensa” della tua opera. beh, ti credo: in effetti sono un lettore anomalos. purtuttavia – anche se solo nella mia testa – tale domanda è il frutto d’un logico ragionamento: nella mia mente malata i miei pensieri già ci sono indipendentemente dal fatto che li scriva in un commento. quindi per me non cambia nulla se in seguito vengono trascritti o non trascritti dentro un commento. nella tua testa, invece, i pensieri di altri essere umani non ci sono, quindi *forse* per te cambia qualcosa nel leggere o meno un commento. di conseguenza, ciò che fa la differenza è il tuo piacere o il tuo fastidio (o qualunque possibile combinazione tra di essi) nel leggere un mio eventuale commento. ripeto, mi sembra fattualmente (e fatalmente) logico, ma se “è la prima volta” devo essere davvero un nano fuori di testa. più in generale, ti confesso, ho avuto spesso modo di constatare che chi riceve un commento (mio o di altri) ne è felice (ed è **ciò** che mi rende felice motivandomi). ohi, e tieni bene a mente che, sebbene mi guidi la stella polare di scrivere commenti solo per opere che nel complesso m’han colpito favorevolmente, i miei pensieri *giammai* saranno positivi in toto… si tradurrebbero in commento inutile! se tutto è già perfetto e immune dal dubbio, allora è sufficiente un *like* (“mi piace”) e *avanti uguale*… ma la perfezione oltre ad essere noiosa e disumana, è un assoluto allucinoide delle nostre menti e non alberga in questo mondo (che è l’unico che io conosca, essendo un laido laico).
boh. forse son nato così (malformato), o forse è la mia (mal)formazione di medico a farmi apparire bizzarro (il prendersi cura degli altri)… però se (e quando) mi sobbarco la fatica di scrivere un commento articolato è unicamente per recare piacere all’artista e fare il mio dovere in questa piccola comunità neobara.
per questo, avendo percepito una velata conflittualità tra “il tuo piacere o il tuo fastidio” (vedi sopra) in tue pregresse esternazioni in calce ai miei pensieri, mi sono sentito in dovere di chiarire, *chiedendotelo*: solo tu lo puoi sapere (se esista o meno) *quella motivazione* che può indurmi a commentare questa tua.
di più, con l’occasione ti segnalo che non è un atto di coerenza liberare un (ac)cenno di “sì” e poi imporre le tue regole a un commento che *non è tuo* anche se prende corpo in calce ad un tuo scritto. nello specifico affermi che i miei pensieri *dovranno* “rimanere” confinati entro il dato “ambito”, ovvero dovranno “limitarsi ai versi e non debordare in argomenti che non c’entrano niente” (eh, e chi decide che “non c’entrano niente”? financo quando a tratti gigioneggio sperando di evocare un sorriso, buondio, giammai ho scritto in un commento cose che non c’entrassero *niente*). di più, financo esigi che i miei pensieri trascritti nel commento non si permettano di “fare ridondanza” e che è inammissibile toccare il fondo, o meglio “il fondo dei fondi”… ma andare a fondo è il mio modo di affogare dentro la sostanza delle cose, quindi? come faccio? anche perché, se no f’erro, l’iron(ia) va a fondo…
: ))
da ultimo, prima di lasciarti ancora la parola per restituirmi, oltre il tuo sì, la libertà su come i miei pensieri da nano suonato debbano suonare, tosto rispondo a tue legittime domande (punto per punto uncinato):
– “che vuol dire “Repetita iuvant”? la locuzione latina “repetita iuvant” (le cose ripetute aiutano) trova ampia conferma nelle neuroscienze e nella psicologia dello sviluppo: la ripetizione di stimoli, gesti, suoni e parole potenzia la plasticità sinaptica migliorando memoria, linguaggio, abilità motorie e pensiero associativo. e a me pare istruttivo l’osservare il mondo con gli occhi del neurologo-bambino: butto il cucchiaino, bum, cade, eh, la mamma me lo porge nuovamente, bum, oddio, cade di nuovo, interessante, bum, ancora, e ancora e ancora.. e allora un po’ alla volta estrapolo le temporanee comprensioni. Mambo-Puddu-Pernacchia (il mio primogenito) arrivò a lanciare tutto contento il cucchiaino 127 volte di seguito mentre il babbo estasiato glielo raccoglieva e contava (robbbba di trent’anni fa……. il mondo oradesso è cambiato? chissà, non sono ancora na_nonno)
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– “Chi dovrebbe capire e cosa?” oh, beh, col *chi* (pronome relativo indeterminativo) mica so darti una risposta! a *chi* ti riferisci? io continuo a cercare di capire perché il cucchiaio cade sempre in modo uguale ma diverso (sono infantile), tu dovresti capire che non pretendo di insegnare niente a nessuno, ma solo scambiare idee come si scambiavano le figurine Panini dell’album calciatori alle elementari (cielo cielo manca). ogniqualvolta sotto un post s’accende come adesso un fitto scambio di messaggi, è una magia che accade.
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– “Pensi che le persone che ci leggono non abbiano capito cosa ne pensi della Poetry Kitchen?” oh beh, qui m’hai fatto ridere di gusto… non credo proprio che ci siano altre persone che ci leggono! siamo noiosi. siamo un angolo quasideserto del mondo surreale. quindi la domanda forse non ha un senso. e in ogni caso, ribadisco (repetita iuvant) che ogni scambio di idee arricchisce e che le stesse idee non sono mai solo le idee stesse (te l’ho scritto ormai più volte, ma la tua domanda, ahimè, m’induce a sospettare di non essere proprio riuscito a comunicartelo).
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– “Io penso che l’abbiano capito e allora qual è il tuo gioco?” è bello quando si è convinti di sapere cosa abbiano capito altre teste pensanti oltre la propria. eh, a me risulta assai difficile financo capire cosa abbia capito io (i miei pensieri sono in continuo divenire, mica son morto!). la seconda parte della tua domanda, quella sul mio “gioco”, invece, conferma l’ipotesi che proprio non sono riuscito a spiegarmi quando ho scritto in precedenza in merito alla “seduzione” e alle parole. se vuoi ripeto, fammi sapere (ma non voglio ridondare), in ogni caso intanto puoi rileggerlo tornando a “citi “la parola” come arma di *seduzione* etc etc etc…)
– “Chi ancora vorresti convincere alle tue idee?” oddio oddio!!! : )))) mia madre, partorita dall’umile utero umbro d’una sartina di paese, amava dire “corpo mal usato quel che fa gli vien pensato!”. mi sono sempre domandato cosa significasse tale adagio. e ancora oggi non riesco a decifrarlo. però, parlando d’altro, resto un pacifista gandhinano e non combatto guerre (convincere o conperdere non m’interessa punto). ma devo essere davvero un pessimo communicator o forse un bestio così stragno d’amputare sul nascere il sogno di farsi carpire.
col fiore umano in mano.
malos
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