TUTTA LA TERRA CHE CI RESTA di Silvia Rosa

Dalla prefazione di Elio Grasso:

[…] Silvia Rosa, accuratezza visiva alla mano e nella borsa cose difficili da descrivere, ottiche e microcircuiti d’energia oltrepassanti la forza umana, percepisce (e, a valle, scrive) acutamente la verità e le relazioni di un ammasso estetico-tecnologico che da Ovest a Est, da Cupertino a Shenzen, ha occupato tutti i territori geografici, casalinghi e infine corporali. È la terra dopo l’onda di maremoto informatica a trovarsi addosso queste nuove quaranta poesie (numero non certo casuale), la terra che ci resta a ridosso dell’aggravamento, che né destrezza né ingegno hanno evitato s’avviasse verso un imbuto pernicioso.[…] Elio Grasso

 

[…] Via dalla competenza di sé, dalla rovinosa auto-prodigalità. Le ottiche non hanno (per fortuna) coscienza, non quella che alcuni vorrebbero, ma Rosa ne utilizza la funzione in forma canonica poiché sente lo spazio davanti a sé come tutto tranne convenzione, e prima che lo spazio sbiadisca al limite del documentabile deve a ogni costo posare la propria verità poetica.[…]  Elio Grasso

*****

Silvia Rosa, nel suo ultimissimo libro prende in esame o meglio, osserva e testimonia, un periodo di cambiamento epocale che, teorizzando, fra non troppi decenni di distanza potrebbe essere annoverato come preciso momento di transizione umana, teso tra i poli di un tramontato Novecento (superato tramite nuovissime scoperte fisiche e chimiche, rivoluzionarie tecnologie dal potente impatto sulle abitudini di massa) e una nuova dimensione fatta di sviluppo esponenziale, dove l’individuo si trova sempre più estraneo a se stesso.

Ho avuto il piacere di leggere “Tutta la terra che ci restaVydia Editore – collana Nereidi – gennaio 2022 e nell’immediatezza, in uno scambio con l’autrice ho avuto modo di tracciare qualche impressione. Di seguito le parti salienti di una prima istintiva ricognizione.

“Che dire, io sono felice quando incontro qualcosa di davvero bello e il tuo libro lo è. Tanto. Ma dire bello non spiega e vorrei spiegarmi. Così alla rinfusa, senza un ordine preciso, ti dirò i vari punti che ho trovato splendidi. La progettualità, aver racchiuso tra il primo e l’ultimo testo che si richiamano e dialogano tra loro, gli altri trentotto tutti su una – tematica – comune. Una tematica molto interessante e contemporanea, qualcosa che secondo me, in tempo futuro, con il potente mezzo del senno di poi, verrà vagliata anche storicamente nella sua modalità d’analisi poetica. Ci sono delle implicazioni molto importanti che hai saputo centrare chiaramente in pieno, riuscendo anche a controbilanciare con la giusta dose d’impalpabilità dell’essere vari – sgomenti – umani, catturati in una sostanza capace di fare di un testo una poesia. E poi il mio vero e proprio entusiasmo deriva dal come tu abbia processato tutto. È vero come hai detto che in questo libro ti avremmo trovata diversa. Questo tuo modo diverso è vicinissimo al mio modo d’intendere e amare la “cosa” Poesia. Quando vagando nelle letture trovo uno sguardo lucido e fermo, un cyber campionatore di significati, che in un linguaggio apparentemente freddo e dalle concatenazioni d’immagini inusuali e nitide, riesca proprio nel distacco ad assestare profondi fendenti, ecco io sento d’essere nella zona giusta, dove avvengono meraviglie capaci di togliermi la pellicola d’insensibilità data dall’assuefazione alla troppa letterarietà.

Mentre leggevo ho sentito fluidificare un’energia ferma da tempo. Non ho trovato cupezza tra i versi ma coraggio. La raccolta non è propriamente difficile, è complessa, sicuramente cerebrale, evoluta, e questo è un pregio. L’argomento ha una tematica epocale che meritava d’essere intrapresa con un linguaggio e una modalità pari allo stesso codice. C’è tanta solitudine nel percorso, dall’inizio alla fine, tra i due testi che si specchiano e che si parlano, il primo e l’ultimo. L’ipotesi e la tesi. Tra loro una disseminazione d’indizi, alienazione soprattutto, i punti cardinali che il soggetto abbranca visivamente per non scivolare via sono luoghi, materie, atti elaborativi spersonalizzanti. Una dimostrazione del teorema che regge dal primo all’ultimo verso. Pensa l’assurdità, io non amo la fantascienza ma il mio film preferito in assoluto su tutti i generi è il profetico Blade Runner di Ridley Scott. Nel leggere ho rivissuto fascinazioni e sconcerti a un passo successivo, dove anche i colori, in una spirale di annichilimento, si stanno spegnendo. Non so se il titolo della sezione “Prima della pioggia” sia un riferimento ma l’ultima poesia di quella serie, l’ho fatta leggere visivamente all’indimenticabile replicante Roy Batty, pensato poco prima della leggendaria scena in cui con un monologo, prima di spegnersi, saluta il mondo.

Ho parlato di sguardo lucido e freddo. Il soggetto posto fuori dal sé realizza un’azione totalizzante. Bisogna rimanere saldi, possibilmente immobili, quasi spariti nel prendere così bene la mira. La necessarietà di tutto questo deriva però da una grande passione che nel libro trapela sottotraccia e contagia, quella per la parola e la fiducia nel suo potere.

C’è tanto in questo libro capace di trattenermi tra i versi. Ognuno ha una frase amata più delle altre e tatuata nel proprio immaginario. La mia da tanti anni è quella attribuita a Tina Modotti inserita in una sua lettera per Edward Weston: “Accetto il tragico destino tra la vita che cambia continuamente e la forma che la fissa immutabile”. Credo che a entrambi, maestri di una fotografia che ha saputo scavare visivamente dentro la realtà, questo tuo nuovo sinestesico lavoro sarebbe piaciuto.”

_______________________________________________________________________________Doris Emilia Bragagnini

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Silvia Rosa cover front

Tutta la terra che ci resta” di Silvia Rosa

Vydia ed. collana Nereidi gennaio 2022

 

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Dalla sezione: Prima della pioggia

All’estremità della notte le occhiaie
ci confortano, piccole chiazze di lune
piene sul volto. La redenzione del tunnel,
con i suoi boati corvini e le falene-bussole,
è una strada d’alluminio che accoglie
i nostri fantasmi, a 150 km orari.
Il roseto di abbagli ed errori resta fuori
da questa griglia di Hermann: le fucilate
degli antinebbia e i rimpianti sono espunti
da un elenco di cifre binarie, o bianco o nero.

Manca profondità a questo andare,
uno sguardo d’insieme, il talento
di sopravvivere alle lesioni del buio

*

Dalla sezione: In caso di necessità rompere il vetro

In caso di necessità rompere il vetro:
uscire dal campo recettivo, seguire
le coordinate che conducono alla curva
dello stupore, dopo una rotazione di 360°
favorire l’orogenesi della spina dorsale
diritta, per meglio fissare il teorema della creazione,
allenare il terzo occhio, la ghiandola pineale,
il sesto senso, darsi alla melatonina in giuste
dosi, alleggerire le pupille vedette dal vizio
delle proiezioni, trafugare la frenesia degli amanti
e riprodurne gli aromi, dilatare il quotidiano
in campiture di bianchi perla, non scambiare
con nessun altro bene la scorza di protezione,
accettare l’imprinting di un animo bifido.
Soprattutto, individuare subito, per prima,
fra tutte le altre evenienze, l’uscita d’emergenza

*

Dalla sezione: Dove finisce la terra

Non è chiaro se dopo nebbie fossili
e giorni di Nigredo, se dopo tutti
gli abbandoni in cui ci siamo persi,
arriveremo alla zolla dell’aurora
o al margine radioso d’un suburbio
con blocchi di edifici in successione,
una schiera di giganti cenerini
che roteano l’occhio dei balconi
verso l’antenna 5G puntata a Est

L’impasto di paure nello stomaco
e gli sguardi strabici, un’infinita nausea
a orientare i nostri passi ondivaghi:
sapessimo trovare una stazione
di servizio, almeno, dove mettere
a sedere ciò che resta del presente,
dargli un alibi per colazione,
mentre cerchiamo di inviare
a chi è rimasto indietro le coordinate
esatte della nostra posizione

(siamo a 74 centimetri circa
da qualsiasi morte capiti in sorte)

***

silvia rosa 7

Silvia Rosa nasce a Torino, dove vive e insegna. Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici, sono apparsi in riviste, siti e blog letterari e sono stati tradotti in spagnolo, serbo, romeno e turco. Tra le sue pubblicazioni: l’antologia fotopoetica Maternità marina (Terra d’ulivi 2020), di cui è curatrice e autrice delle foto; le raccolte poetiche Tempo di riserva (Giuliano Ladolfi Editore 2018), Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2014), SoloMinuscolaScrittura (La vita Felice 2012), Di sole voci (LietoColle Editore 2010 ‒ II ediz. 2012); il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke Edizioni 2013); il libro di racconti Del suo essere un corpo (Montedit Edizioni 2010). È vicedirettrice del lit-blog “Poesia del nostro tempo”, redattrice della testata online “NiedernGasse”, collabora con il blog di letteratura “Margutte”, con la rivista «Argo» e con il quotidiano «il manifesto». È tra le ideatrici di “Medicamenta – lingua di donna e altre scritture”, progetto di Poetry Therapy che propone una serie di letture, eventi e laboratori rivolti a donne italiane e straniere, lavorando in una prospettiva 76 psicopedagogica e di genere con le loro narrazioni e le loro storie di vita. Ha intervistato e tradotto alcuni autori argentini in Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici (edizioni Versante Ripido e La Recherche 2017).

Una risposta a "TUTTA LA TERRA CHE CI RESTA di Silvia Rosa"

  1. Condivido, basandomi sulla lettura di questi struggenti fotogrammi, l’entusiasmo di Doris. Versi potenti in cui in dissolvenza tra paesaggio umano e lunare , “boati corvini” e falene” completano la scena della fine che stiamo vivendo – disanima lucida e implacabile sui tempi, quella mancanza di “talento di sopravvivere alle lesioni del buio”. Complimenti.

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