
John Dos Passos, Sono morti ora
Questa non è una poesia.
È due uomini in abiti grigi da prigione.
Un uomo è seduto e guarda la carne malata delle sue mani,
mani che non lavorano da sette anni.
Sai quanto è lungo un anno?
Sai quante ore compongono un giorno
quando un giorno sono ventitré ore su una branda in una cella,
in una cella di una fila di celle di un piano di file di celle,
tutte vuote del vuoto soffocante dei sogni?
Conosci i sogni degli uomini in prigione?
Sono morti ora.
Gli automi neri hanno vinto.
Sono stati inceneriti,
la loro carne è passata nell’aria del Massachusetts,
i loro sogni nel vento.
“Sono morti ora”, dà di gomito
il segretario del Governatore al Governatore.
“Sono morti ora”, dà di gomito
il giudice della Corte Superiore
al giudice della Corte Suprema.
“Sono morti ora”, dà di gomito
il presidente del college
al presidente del college.
Una risata secca sale da tutti i morti:
i morti dai colletti bianchi, i morti dai cappelli di seta,
i morti in redingote;
saltano dentro e fuori dalle automobili,
respirano a fondo, sollevati,
mentre camminano su e giù per le strade di Boston.
Ora sono liberi dai sogni,
liberi dal sudicio denim delle prigioni,
le loro voci soffiano dietro in mille lingue,
cantando una canzone
a far esplodere i timpani del Massachusetts.
Provate voi a farne una poesia, se ne avete il coraggio!
[Traduzione Abele Longo, 2026]
*
John Dos Passos, They Are Dead Now
FOR SACCO AND VANZETTI
This isn’t a poem
This is two men in grey prison clothes.
One man sits looking at the sick flesh of his hands,
hands that haven’t worked for seven years
Do you know how long a year is?
Do you know how many hours there are in a day
when a day is twenty-three hours on a cot in a cell,
in a cell in a row of cells in a tier of rows of cells
all empty with the choked emptiness of dreams?
Do you know the dreams of men in jail?
They are dead now
The black automatons have won.
They are burned up utterly
their flesh has passed into the air of Massachusetts
their dreams have passed into the wind.
“They are dead now,” the Governor’s secretary nudges the Governor,
“They are dead now,” the Superior Court Judge nudges
the Supreme Court Judge,
“They are dead now,” the College President nudges
the College President
A dry chuckling comes up from all the dead:
The white collar dead; the silk-hatted dead;
the frockcoated dead
They hop in and out of automobiles
breathe deep in relief
as they walk up and down the Boston streets.
they are free of dreams now
free of greasy prison denim
their voices blow back in a thousand lingoes
singing one song
to burst the eardrums of Massachusetts
Make a poem of that if you dare!

John Dos Passos (1896-1970) nacque a Chicago e si laureò all’Università di Harvard. Dopo la laurea, partecipò alla Prima guerra mondiale come volontario. Alla fine della guerra lavorò come giornalista e viaggiò molto, soprattutto in Spagna. Le sue esperienze in Europa influenzarono le sue idee politiche. Nelle sue prime opere, Dos Passos mostrò simpatia per le idee di sinistra e per le questioni sociali. Scrisse più di 40 libri, ma è conosciuto soprattutto per la trilogia U.S.A., composta dai romanzi Il 42º parallelo (1930), 1919 (1932) e The Big Money (1936).
Durante la sua vita pubblicò una sola raccolta di poesie, A Push Cart at the Curb (1922), ma le sue poesie apparvero anche in importanti riviste come Dial, Poetry e Vanity Fair. Nel 1927 pubblicò sulla rivista New Masses la poesia “They Are Dead Now”, scritta per esprimere la sua indignazione per il processo e la condanna di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. La caratteristica più importante di questa poesia è la sua violenza espressiva. La violenza non è presente solo in ciò che viene raccontato, ma anche nel modo in cui la poesia è costruita. Le frasi si susseguono e si accumulano, le celle sembrano moltiplicarsi e i morti diventano sempre più numerosi, fino a trasformarsi in una folla. Alla fine, anche il linguaggio diventa uno strumento di protesta e di accusa contro il Massachusetts.
arriva come un calcio sotto la cintura, la chiusa.
e in fondo è molto vero: rendere poetica un’esecuzione sulla sedia elettrica per motivi politici è assai più ostico rispetto al cantare un amore (tradito o coronato) o al “parolare pseudo-filosofico” sul nulla e sul vuoto.
più di tutto m’ha colpito (ed affondato) il rovesciamento ironico-urticante a metà della poesia: nella seconda parte Dos Passos riesce a “giocare” proprio sullo scarto biologico vs spirituale tra chi è *davvero vivo* (pur essendo bruciato e disperso nell’aria) e chi è *morto dentro* (pur ghignante e rassicurato, in giacca, cravatta e cilindro).
ed ecco che ben prima del macabro capolavoro di Romero, prendono corpo dei veri e propri zombi privi di sogni, laddove per contro le menti di Sacco e Vanzetti, sebbene costrette per sette anni in cella, sono piene dei sogni…
che dire di più? ah, beh, che il ghigno dei carnefici è un *riso secco* (ergo non cresce, non germoglia e non ha eco), mentre la voce di chi è morto continua a rimbombare nei timpani degli abitanti del Massachusetts (e non solo, se è vero come è vero che una via vicina a casa mia, nella pianura polesana, è intitolata proprio a Sacco e Vanzetti)…
poi, ok, Sacco e Vanzetti erano *anarchici* e la loro tragica storia è stata “cavalcata” (fino a farne bandiere dell’immaginario comunista e socialista), ma vabbè, così gira il mondo…
: )
e un grazie ad Abele per questa poesia *significante* che non conoscevo.
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