copia (uno) _ di Giulio Maffii

Nota dell’Autore

Questo libro esiste anche in una versione in lingua inglese, pubblicata dalla casa editrice americana Wet Cement Press e nella forma di «Poesia Spaziale». I due testi non sono legati da un rapporto di traduzione, anche se a prima vista potrebbero sembrare d’accordo, come accade quando l’originale non si presenta e uno conserva soltanto le tracce. Non è possibile stabilire quale dei due venga prima. Ogni tentativo di individuare un originale porta a risultati provvisori e contraddittori, oppure a un leggero mal di testa. In questo senso, ciascun libro è copia dell’altro.
Una copia poco disciplinata, che non riproduce ma devia, che non conserva ma si perde strada facendo, credendo di esistere. Le due versioni, ignote una all’altra, procedono affiancate, senza coincidere, senza aiutarsi e senza coordinarsi troppo, come due testimoni dello stesso fatto che ricordano cose diverse e insistono entrambi di avere ragione.*

Descrizione

Opera incentrata, fin dal titolo, sul gioco di variazioni sul tema dell’io, della persona nei rapporti con una società appiattita e nullificante. Variazioni tese a replicarlo, frantumarlo, collaudarlo, metterlo in discussione, decrittarlo o depistarlo, confonderlo o riconfermarlo, e poi ritrovarlo, per quanto malconcio, nella summa dei suoi testi – a loro volta sdoppiati in altra forma e lingua in una contemporanea edizione americana – Copia ovvero (Uno), di Giulio Maffii, è una raccolta in versi dal carattere fortemente narrativo e piena di richiami, da Majakovskij ad al-Khwarizmi, che fa dell’ironia non solo una cifra stilistica dell’autore, ma un vero e proprio metodo di riflessione e approfondimento del sé.

 

 

Giulio Maffii, copia (uno)
©2026 Pietre Vive Editore

 

 *

 

III

(borghesi)

Ma se cambia la stagione che ne farò del lavoro?

Delle nove ore di terra cotta dipinte nei luoghi deputati:

scale ascensori salotti d’attesa e soprattutto

finestre chiuse contro vento?

L.Ballerini

 

 

 

C’È UNO
quando sogna sogna sempre
poi in sogno a uno appare Borges
che guarda lontano e porta
le lenti a contatto
uno scopre che la letteratura
è la truffa degli occhiali a raggi X
e lo scopre in sogno che altro non è
che uno degli infiniti mondi
degli infiniti modi degli infiniti mari
degli infiniti medi degli infiniti mali
e così eccetera fino alla fine
del vialetto contornato da barriere di lamiere

*

C’È UNO
cerca giustificazione nei libri
i libri giustificano le assenze la tautologia
gli ignoti che uno non conosce
che uno salva in rubrica
che uno dimentica alla fermata
o nei giorni dove fu cesoia
Uno sarà monumento
patrimonio dell’unescort
matrimonio indissolubile
fino a che morte li separerà
in un centro commerciale

*

C’È UNO
usurpa l’universo
vede montagne di auto a rate
tolgono la visuale
in cerca di una equivalenza etimologica
uno vuole conquistare l’universo
poi si raffredda si accontenta
viene inghiottito o si accorge
di essere anche il sangue il nome il morto
l’ignoto l’inglobato il seme
il suo voler essere immortale
senza essere mai stato

*

C’È UNO
si consegna con gli ignoti al disfacimento
nei segreti di un progetto infantile
dove non ci sono banche impiegatucci
mutui a tasso variabile
Uno dice delle cose
come fossero veramente cose
soprattutto la sera tra i piatti in pvc
Al mattino uno prende di nuovo l’autobus
e aspetta l’attimo in cui arriverà la domanda
a volte ebdomadaria altre giornaliera
Uno lo sa che la risposta sarà evasiva
lo sa guardando il suo backabro svedese
Oggi uno è polvere di tempo e pianeti
non restano nomi ma il nome perdura

*

C’È UNO
scopre che le genealogie sono soltanto dei detriti
nella somma dei giorni
intravede la discalculia
uno è in via d’estinzione
alla fine della somma
la giornata si conclude a letto
in tono anonimo
sotto altri templi sotto altri cieli

*

C’È UNO
non si è accorto di aver vissuto in paragone
un innocuo aggettivo di minoranza
l’esegesi di un ignoto mai emerso
Uno è dominato dalle banche
dalla ludopatia delle cose a rate
diventa una scadenza mensile
un estratto canto dal forcipe dei conti
Uno non riesce più a vedersi
differente da come si è visto

*

*

 

 

 

 

 

 

 

Giulio R.M. Maffii è uno nato a Firenze, è uno che ha fatto il docente universitario e altro, quanto altro? Non si sa… Per Pietre Vive ha già pubblicato la raccolta Sequenze per sbagliare il bersaglio.

 

 

 


7 risposte a "copia (uno) _ di Giulio Maffii"

  1. “…piena di richiami, da Majakovskij….” , quanto a questi richiami sono soltanto infatti “rimasticature di vecchie cotolette” (Majakovskij), e null’altro.

    Quanto alla conoscenza che lo scrittore ha di Majakovskij, credo che sia molto modesta.

    Antonio Sagredo

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  2. sono tentato di inviarLe il Corso monografico di A. M. Ripellino su Majakovskij del 1971-72, da me curato con note e annotazioni, ma questo è da me da decidere.

    antonio sagredo

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  3. ohibò! *poesia* nuda e notevolissima, d’una purezza di pensiero quasi aforismatico, tale da farmi sussultare sulla sedia.

    una nudità che appare semplice (poca cosmesi, zero lirismo), ma qui la pelle è un multistrato, tipo una *cipolla*.

    nudità che mena per mano nel punto di flesso tra umano e inumano (o forse tra u-mano e i-mano, chissà). fatto sta che se ne esce con un occhio nero che contempla il mondo come fosse la prima e l’ultima volta sul display di un i-Phone. come fosse comuni a cielo aperto, quindi, in cui continuiamo a cadere.

    un’essenzialità densa di strati ricorsivi e circonferenziali (senza vie di fuga): la cipolla è sul tagliere, sotto la mezzaluna… eh, nel mentre la trituri puoi anche (tri)turarti il naso, chiudere gli occhi e dire “no, non sono qui, non sono io, io sono a Roma di cipolla”…ma poi piangi lo stesso.

    ecco!!!! ecco una nuova differenza: la Poesia sbrodola sotto la luna, la poesia sotto la mezzaluna.

    ma ora basta orzare le parole: veniamo al dunque, salpando chiaramente dal “C’È UNO”.

    un UNO *stampatello* e *reiterato* in modo ossessivo, che incarna e traduce in modo esemplare la parcellizzazione della società post-moderna (intesa come spersonificazione dell’essere umano): in pratica, qui andiamo ben *oltre* il trionfo dell’individualismo, cantato con il massimo del disincanto.

    “UNO” non è più neanche l’io, è la *serialità umana compiuta*.

    non bastasse, il canto (del disincanto) irride il sottile confine tra testo parlato, recitato e cantato: Giulio Maffii mostra padronanza del continuum (melodia, ritmo e intenzione) forgiando una poesia volutamente claustrofobica e atonale, ma che suona nel contempo naturale. un ossimoro bizzarro, che da un lato ripudia il conforto della musicalità inanellando versi spesso prosastici, termini tecnici, secchi enjambement e inciampi metrici. dall’altro, però, ad ogni rilettura svela sfumature tipo sprechgesang, o meglio, tipo me-lologo teatrale, mentre tra le righe *il retropensiero* emerge come me-lodia di sottofondo. trovato! l’ideale tappetino musicale qui potrebbe essere “I, me, mine” dei Beatles (da Let it be, 1971 se non vado errato).

    eh… e d’altro canto, da canto a conto il passo è breve (come ci rammenta qui “l’estratto canto”).

    ed ecco *prendere corpo* il soliloquio metafisico che un ragioniere imbottito di metadone potrebbe recitare senza enfasi, mordendosi la lingua mentre snocciola i numeri d’una contabilità generale o mentre ulula alla luna flussi di cassa interbancari.

    la magra vita di Magrelli, brrrr…

    mmm… in conclusione, codesto “UNO” incarna il perfetto uomo mediomediocre universale della società gassosa di Bauman o del nostro Brunelli, ridotto a un’eco di se stesso: non è più nemmeno in grado di parlare, è un prodotto qualunque che *viene parlato*.

    ari-brrr….

    e siamo così giunti ad una forma nuova di poesia, quella… *voce fuori campo*. sorge a questo punto spontanea la domanda: chi ci sta poetando? di chi è la voce che gloglotta i versi? non può essere un altro essere umano: UNO *non* è più in grado di percepire null’altro oltre a sé, dunque al massimo potrebbe essere un Poeta (e quindi scrivere Poesie), ma giammai un *poeta*.

    : ((((

    è il sistema stesso? è la Tecnica (di produzione audiovisiva)? è la voce sintetica d’un chatbot o di una AI?

    insomma, chi ci *sovrascrive*? me lo son chiesto senza voler dare per forza una risposta al dilemma di capitale importanza: le domande sono infinite, le risposte no (vieppiù, nel mondomercato globale ha libertà di cittadinanza solo e soltanto la… “risposta evasiva”). certo si è, per contro, che codesto UNO non potrà aggregarsi mai in un NOI, perché il non-noi che siamo può essere solo e soltanto un “io chiunque che stanno leggendo”: ormai il noi esiste come mero reperto fossile, un reperto archeologico “patrimonio dell’unescort” (verso d’urticanza assoluta).

    e non è più neanche necessario (e sufficiente) che il mercato della letteratura disveli la sua essenza di “truffa degli occhiali a raggi X”: gli “io chiunque che stanno leggendo” non sono più in grado di decodificare messaggi che vadano oltre la complessità d’una lista della spesa.

    ahinoi, pure Borges finisce per imboccare il classico vicolo *cieco* (come appare evidente dopo aver visto coi nostri occhi il saggio bibliotecario dell’infinito fare da testimonial alle “lenti a contatto” giornaliere aquacomfort plus® della Dailies, morbide e idratate, per un fresco comfort in massima libertà con un semplice gesto). a proposito, a quando una riedizione aggiornata dell’AIleph?

    : ))

    mmm… sto esagerando?

    in effetti, come si suol dire, scherza coi fanti, ma lascia stare i santi: la *Poesia* è una cosa seria.

    anzi, negli ultimi decenni ESSA è financo più di seria: è seriale.

    : (((

    in ogni caso, è ormai evidente che la letteratura da via maestra che disvela nuove orizzonti si è ridotta a “vialetto contornato da barriere di lamiere”. poco più di un’illusione ottica, pertanto, la Poesia (kitchen in testa). ma non la poesia, eh!

    e prende dunque corpo tra le righe un poetico… “paradosso performativo”: la Poesia del *solipsismo* (lirica, kitchen o quant’altro) non è mai stata in grado di svelare nulla (oltre il nulla). il Poeta non lo sa, ma Giulio Maffii (che per fortuna Poeta non è) sa di non sapere (essendo umanamente “quanto altro”, più che indottrinato docente) e proprio per questo s’inventa poeta e *fa* nuda poesia.

    non a caso, mi sovviene il Pirandello de “la vita nuda”, ovviamente ibridato con Kafka, Vonnegut e Brautigan (chiedo venia per i paragoni non poetici).

    ma forse qui non mi capite (eh, questo è chiaramente un covo di poeti e di Poeti!)… allora tento un cambio di bécgraun: mi sovviene il Pavese del “mestiere di vivere”, ovviamente ibridato col bisturi straniante di Fiori che s’è iscritto a un corso per “Ballerino” di polka e, soprattutto, ibridato con l’ironia sociale di un Fortini (“la vita rata che paghi invecchiando”).

    e a proposito di vita arata, emblema del *lavoro*, ovvero dell’anima della Carta (costituzionale), come non sentire un tuffo al cuore vedendo le montagne arate (ergo, il lavoro dell’uomo, impegnato a terrazzare e coltivare le montagne) trasformarsi in “montagne d’auto a rate”!!!

    aaaargh!!! ormai non c’è più spazio per la metafisica o per l’arte (i.e., per “conquistare l’universosensu strictu e in senso lato): la ricerca del significato è impedita da ostacoli concreti, meschini e fatti ad arte: debiti, rate, ritmi frenetici, labirinti di scaffali alti come muri di cinta… ohi, buffo no? la visuale non è più bloccata da catene montuose o distese oceaniche (si vola!), ma da *schermi* e da *merci*…

    oddio… ho già scritto tantotroppo, e ancora tanto avrei da scrivere… peccato che nessUNO legga.

    : ((

    vabbé mestoicamente, vado avanti (bastevole amen stesso)

    in questa poesia del pronome qualunque (i.e. nella cartella clinica dell’io non lirico), ogni verso subumano non può che sottendere una trappolona circolare che si richiede (bisogno indotto) e si richiude (la risposta è sì *evasiva*, ma vinculata al baricentro commerciale). pertanto, il d’oppio significato del canto cantonato ride/finisce sia l’anamnesi patologica remota che quella prossima dell’esistenza al confino.

    un’esistenza-desistenza, dove la *massima aspirazione umana* al cospetto dell’eternità (lasciare un segno, un’opera, un nome da ricordare) diventa di per sé ridicola e risibile, se ogni UNO di noi non è mai esistito. proprio così, proprio come un Cesare Ragazzi che s’è messo in testa… un’Ikea meravigliosa.

    e batti cinque, backa bro!!!!

    : )

    in effetti, l’unico nome che perdura è solo il marchio di fabbrica, la firma di marca (l’etichetta)… eh, *perdura* stampata a forza sulla pelle dei consumatori con aghi e inchiostro scuro indelebile (la cifra dell’esistenza), come la rata infinita di cui sopra (citoFortinare Franco), come vita inautentica fatta di sentieri pre-tracciati e di gesti ammaestrati dentro un campo di concentramento.

    la banalità dell’arredo di cui sopra. la banalità del male.

    qui, non fallisce, come ampiamente prevedibile ogni Poesia, ma *forse* pure la poesia: l’estratto conto *assume le sembianze* di José Luis Moreno (il ventriloquo televisivo), mentre l’ “estratto canto” è dequalificato a suo pupazzo (il corvo Rockfeller). un’estrazione da parto distocico: versi strappati col forcipe e neonato a forma di cifra, di rata e di conto in rosso. eh, l’unica sopravvivenza di colore socialista rimasta dopo lo smantellamento ordoliberista delle socialdemocrazie è il conto in rosso

    : ((

    e dove tumuliamo questa singolarità nuda, questo nostro essere uno, nessuno e centomila euro di mutuo (bello, mo’ me lo segno per un prossimo romanzo)? naturalmente *a letto*, unico spazio privato per colui che è già stato privato (di tutto).

    a letto, scorrendo a stantuffo le mani su e giù sul display.  

    : )

    altro che nido d’amore o culla di sogni: con l’iPhone tra le mani, il letto incarna il “tono anonimo” ulteriore, ovvero il tono… onanonimo, cuore pulsante dell’auto-herotismo postmoderno. un microverso pieno di uonder uoman e di spaidermé, ad uso e consumo dell’ego frustrato degli UNO. un microverso (im)poetico dove gli avèngers escono dagli schermi dei dispositivi e lottano per UNO di noi, fino alla dittatura del proletariato!

    : )))

    : ((

    che aggiungere, ancora? che solipsismo autistico e artistico sono cella e porta-blindata del narcisismo ermetico contemporaneo, lo spazio digitale ricorsivo in cui UNO è, gioco forza, “un innocuo aggettivo di minoranza“.

    e si badi bene, *innocuo* tanto in atto quanto in prospettiva futura. UNO è condannato per il semplice fatto che ha perso la capacità intellettuale di immaginarsi diverso, come rimarca la chiusa lapidaria dell’ultima poesia: “UNO non riesce più a vedersi / differente da come si è visto”. e ciò discende – inevitabilmente – dal fatto che viviamo in una post-società dove il potere economico *coincide* con il potere politico e *la realtà* viene pompata *a forza* nelle menti di ogni UNO grazie all’azione di gatekeeping intellettuale operata da media che riecheggiano i meme di chi ne è proprietario (“educando”, convogliando e incanalando l’opinione pubblica verso l’ignoranza passiva auspicata dal potere).

    viviamo in liberaldemocrazie *idrauliche* che di “democrazia” hanno ormai solo una spessa patina cosmetica. su cosa costruiamo una solida visione del mondo alternativa se nell’ultimo secolo il modello economico capitalista (individualismo, finanziarizzazione, consumismo, liberismo, globalizzazione ect) ha *polverizzato* qualsiasi residuo di valore etico/morale? (tranne, ovviamente i diritti *cosmetici*, quelli relativi *alla persona* che non disturbano i *manovratori*, anzi, vengono da *essi* e dai loro media sponsorizzati).

    l’individualismo *fuuuurbo* (penso al mio torna/conto) dei singoli UNO è diventato la stella polare del mondo e della Poesia. e la poesia? può ancora far saltare il banco? chissà…

    vabbè, torniamo a (UNO di) noi, c’è un altro verso che m’ha colpito (ed affondato), “UNO dice delle cose / come fossero veramente cose”. dopo aver smontato la truffa della letteratura, l’incapacità di leggere, l’inganno del senso-non-senso, il debitalismo promosso dalla “finanziarizzazione” esasperata della società, le banche e la schiavitù delle rate… ecco, dopo tutto questo, cosa ci resta?

    ci resta (ancora per poco) la possibilità di dire (a patto di non essere troppo “visibili”, Francesca Albanese docet) pane al pane e vino.

    ci resta l’estremo coraggio d’una poesia “nominalista” (e in qualche modo radicale), capace di chiamare “delle cose” con il loro nome. vittoria? ahimè, direi di no: impietosamente, l’imperfetto congiuntivo (“fossero”) induce a dubitare dell’ipotesi (improbabile o attinente a contesti fantastici), rimarcando la consapevolezza dell’inganno. o meglio, dell’auto-inganno

    la parola è una droga potentissima: produttività, libertà, amore, felicità, convenienza, altruismo, fiducia, onestà, giustizia, cambiamento, futuro, opportunità, coraggio, saggezza, speranza, verità

    perfino gli esseri umani possono essere detti e trattati come fossero davvero “delle cose”.

    ahimè, personalmente, ho visto cose che voi COSE non potete neanche immaginare: UNO al chiosco dei giornali che comprava verità, UNO che faceva la guerra per esportare libertà, UNO che abboccava ancora e ancora e ancora al frame della grande opportunità, UNO che aveva fiducia nel mercato, UNO che si affidava alla speranza e alla finanza, UNO che aspettava un futuro migliore, UNO che amava UNO a tal punto da convincersi che UNO più UNO fa UNO…

    ebbene sì, l’atto di dire è forse l’unica realtà che possiamo immaginare.

    : (((

    di più, essere cose è tutto quello che ci resta, dopo che il lavoro e i lavoratori sono stati totalmente mercificati e deumanizzati. e il lavoro intellettuale (arte, poesia) non fa più eccezione: si è ridotto a un’occupazione alienante come un’altra, tesa a confezionare prodotti da pubblicizzare e commercializzare in spazi culturali asfittici.

    inutile girarci intorno: tanto nel MMM (magicomondomercato) quanto nel WWW, ogni UNO di noi è UNA COSA. forse per questo pure l’AI scrive *Poesie* indistinguibili dalla Poesia da soprammobile che occupa il 96% della rete e il 99% della carta stampata. e d’altro canto si sa che gli estremi si toccano (intelligenza artificiale e stupidità naturale) e il sistema gode.

    eh, eh, non è significativo che nella storia della filosofia, spesso il mondo delle cose sia stato definito in contrapposizione all’essere umano come personalità spirituale o coscienza? ad oggi, tale differenza va annullandosi (l’essere umano passa dall’essere oggetto di riflessione all’essere oggetto e basta)­.

    e la poesia di Giulio Maffii fotografa la situazione con l’oggettivazione propria del documentario iperbolico neorealista. e paPàsolini sarebbe al suo fianco.

    una poesia che *scompare* dimostrando (o comunque volendo credere) ancora di *esistere*.

    copia uno”, dunque, di un multi-verso di infiniti (“mondi/modi/medi”, “mari/mali”), che per definizione ci lascia ancora un margine di libertà di pensiero (seppure confinata, per l’appunto, al margine).

    e allora, facciamo saltare il m’argine, no?!?

    : )))

    eh, eh, eh… come amo ripetere a ogni piè sospinto, la *poesia* è una cosa seria, non seriosa.

    non seriale.

    e qui, di questo abbiamo ragionato: di *poesia*, grazie a Giulio Maffii .

    d’una poesia che *per scelta* non cerca né un’astratta bellezza formale né indulgenti edulcoranti sostanziali. cerca, piuttosto, di rendi/contare a ogni UNO di noi quella verità che pur essendo sotto gli occhi di tutti non può essere compresa (gli occhi di tutti non potranno mai essere, per definizione, gli occhi di UNO). ovvero, cerca ancora di contare qualcosa in un mondo in crisi di valori (e qui ci sta, oh se ci sta, un breve contributo musicale dalla regia)

    com’è noto, la verità è spesso intrusiva, scomoda e *ripetitiva* come le rate (o come l’imperitura lotta di classe, nonché come l’alienazione e la mistica mistificazione del plusvalore come profitto).

    in conclusione, la poesia di Giulio Maffii incarna in senso *transustanziale* un raro e prezioso gesto di onestà intellettuale, che magari non incontrerà il plauso delle conventicole autorali raccolte attorno al santuario della *Poesia*, ma proprio per questo è una delle poche sostanze di *poesia* che valga ancora la pena di scrivere oggi.

    attendo a questo punto l’inevitabile uscita successiva della serie: c’è NOI.

    *

    (chiedo umilmente perdono per lo sproloquio a tratti delirante, ma nessuno v’ha costretto a leggerlo, no? e se UNO non lo ha letto, *azzo vuole? megliopeggio per lui…)

    : ))

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    1. Non avrei saputo dire e centrare meglio il discorso…qui c’è uno che ha scritto benissimo…non un commento ma un mini saggio…grazie davvero….

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