Adieu Plinius

Caro Plinio,

la tua scomparsa improvvisa ci ha lasciato ammutoliti, proprio tu che con le parole hai saputo tessere legami, scrivere poesie profonde e critiche acute. Chi ti ha conosciuto lo sa bene e le tante lettere di commiato di estimatori e amici lette in questi giorni lo testimoniano: eri magnetico, un’energia incrollabile e inarrestabile.

Ci mancherà il fascino del tuo grande sapere, poliedrico e fluente, mai ostentato ma sempre condiviso, la tua vivida intelligenza e la passione immensa che sapevi trasmettere quando parlavi di poesia. Ci mancherà la tua gentilezza e l’affetto costante con cui sostenevi il piccolo nucleo di Neobar, di cui facevi parte impreziosendone le pagine, insieme all’indimenticata Nina, tua compagna d’arte e di vita.

Rimangono ora le tue parole, i tuoi libri e tutto quanto umanamente ci hai trasmesso. Resta un ricordo di te bellissimo. Il modo migliore per salutarti e onorare la tua memoria crediamo sia fare ciò che amavi di più: dare spazio ai versi. Per questo, qui di seguito, condividiamo con i lettori alcuni tuoi testi inediti, un ultimo regalo che ci hai lasciato. Per noi sei stato un amico generoso, una mente lucida e un compagno di viaggio unico.

Abele e Doris con la redazione tutta

***

 

Acqua che in cielo sale…

(a Fausta Speranza)

Dilavi, aspergi, ci segni come Grazia,
battezzi sempre il Mondo, l’imbevi
e lo disseti… Acqua. Di fonte o foce,
di fiume e mare, o lago fatto vasto
da lacrime di cielo: prima dolce,
poi salato di vita – golfo mistico
d’ogni evoluzione… Specie acquatili
che mutano e s’adeguano, in metamorfosi.
Acqua che in Cielo sale, alta d’azzurro
finché le nuvole, evaporata l’accolgano.
La rintanino di luce. Dentro cirri d’ombra.

Acqua che le acque le assomma tutte:
materne, territoriali, cumulinembi…
Anche acqua di Scienza, la più pericolosa:
l’Acqua Pesante che libera atomi
o l’acqua règia che scioglie l’oro
e l’argento, corrode alchemica…
L’acqua invece evangelica, che
per miracolo diventa vino, gioia
nuziale, ma anche sangue, eucarestia,
sacramento e legame fra Uomo e Dio.

Non fate che mai più ci manchi o
peggio s’inquini. Non togliete mai più
la rugiada a ogni cuore!, né alla Terra.
Piangerla senza più lacrime o colliri,
non berrebbe sogni… Quelli dei bimbi
che imparano a nuotarci: impauriti,
all’inizio – ma dopo, mai più vorrebbero
lasciarla, rinunciare a quella immensa
placenta del mondo, d’anima che gioca
vacanze di madre, e tutti noi ci chiama
figli, mentre sguazziamo un gioco nuovo.

Acqua che in Cielo sale, sacra d’azzurro.

 

*

Il Dolore degli Altri

Dei beni umani il più supremo colmo È sentir meno il duolo.
Sentenza che racchiude la somma di tutta la filosofia morale
e antropologica… (Leopardi, Zibaldone, 19 Feb. 1823).

Terapia del dolore, proprio
così si chiama – oh, ma anche
se funziona, il dolore non
lo toglie, lo ottunde: forse
addirittura lo sposta, cambia
i confini, i parametri, la coscienza
di viverlo… Finché il dolore muore,
perché muore la vita! E quel dolore
adesso resta agli altri, a tutti

noi, tutti quelli per cui voler bene
significa non accettare il dolore
degli altri, condividerlo, crederlo
un poco proprio – finché svanisca
come ombra alla luce, o luce anzi
sconfinata nell’ombra… Svanisce e
poi rinasce dentro un altro nome,
volto, coraggio, destino… Riprende,
ricomincia come un miracolo…

di ogni vita e vicenda che in quel
dolore celebra e la gioia e la vita,
che mai può rinnegarlo! Se poi
pensiamo che lo mandi Dio, esso
a Dio ci conduce, perché all’Altissimo
c’innalza, fibra da fibra, tessuto
torturato di cui il dolore è un ponte,
è un volo che umano non finisce sino a
raggiungere il trono divino del Dolore!

E non capiamo, noi non capiamo ancora
che potremmo chiamarlo, esattamente,
terapia dell’Amore… Se lui ci aspetta nuovi.
Tutto il passato sfuma, rinnovella
emozioni e attese in pari grado…
La radice è la stessa, io questo credo,
ma non è più degli altri, solo dell’altro
cui somigliamo affratellati a crescere.
Macilenta è la Grazia, e ha due indirizzi.

Addio all’Io! – prega chiunque si rivolga
alla luce di Dio per sublimare il proprio Io.

 

*

Il Medico Buono

(a Gino Strada – 1948/2021:
“chirurgo di guerra,”
così amava definirsi, e
“fondatore di Emergency”)

Il Medico Buono volle anzitutto
curare gli ultimi, i dannati della Storia,
che è quasi sempre il peggiore
dei mali… Il Bene invece è farlo,
costruire il miracolo d’un ospedale
dove anche un virus soffre ad abitare,
o un brutto incubo ad esserci, atterrire.

Così le sue stelle cadute in terra, furono
proprio i luoghi più ostili, i gironi,
le plaghe dantesche, selve oscure
o deserti, malebolge dove gli spari,
le violenze e gli eccidi depredano anche
i diavoli; e l’Inferno, esce dalla metafora
e s’incarna residenza, ludibrio dell’Umano.

Troppo cuore poi lo ammala, il cuore:
ma chi glielo dirà, ora, a quei bimbi
troppo gonfi o scarni, a quelle mamme
eroine affamate, umiliate, sì, a quei padri
difettivi, che il Medico Buono non c’è più?
Non c’è e ci sarà per sempre, tornato Idea.

… Si è assentato in Cielo, si è perso
nella luce: richiamato in un colloquio,
o consulto d’anime. Forse, tra le nuvole
più alte, dovrà sorgere un bianco ospedale.
Per curare anche gli angeli: ali ferite
dai troppi voli, per custodire gli uomini,
per amputare, ricucire le guerre, le paci.

Le infezioni che pure in cielo sanguinano,
stillano, trasudano più bianche – e noi
non le vediamo, ma le sappiamo dolenti,
salvate, bruciate dalla luce. Come fiori,
vento o cirri di sguardi, l’accoglienza
che a un altro Medico Buono, il Primario
Celeste, fece dire, giurare evangelico: “Gli ultimi
saranno i primi”. Emergency è ogni Fede.

 

*

Lunghi mantelli come notti blu

(Per Giuliano Grittini
artista e fotografo,
innamorato delle donne
e delle sorti afghane)

Lunghi, ampli mantelli come notti blu,
vestimenti del cielo fattosi più buio
che avvolgono e rapiscono, dirottano
forse quaggiù anche le stelle: i più bei
corpi delle donne più vere, trasognate
di speranza, ferite e neglette nel sociale.

Una per ogni dolore: strana, assurda,
impietosa rifrangenza d’amore. Questo
blu che è un colore, o a tratti anche
il sapere; le sue pieghe, i veli, stoffa
che rifulge destini, morbida li esilia
e li protegge, li condanna alle notti blu.

Dolore e Amore, qui fanno sempre rima:
ma s’ammanta, li reclude quel blu,
quell’azzurro scuro, quel dono d’ombra
che la notte chiama anche di giorno
a proteggere, onorare il Dio/Sole
cancellato, umiliato, confiscato di luce.

Donna che in segreto cova tutti i suoi
dubbi – e solo in cuore li svola, li libera,
oltre i cancelli chiusi, serrati della vita.
Una nuvola cerca, che l’inglobi pura
e finalmente la redima, l’ami d’amore:
come l’aria si sposa, ci risana il respiro.

*

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Plinio Perilli (1955-2026)

 

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Per chi volesse dare un ultimo saluto a Plinio Perilli, le esequie si terranno sabato 6 Giugno alle ore 12.00, presso la Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo.

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Plinio Perilli (Roma, 1955) ha esordito nel 1982 con un poemetto sulla rivista “Alfabeta”. La sua prima raccolta poetica è del 1989, L’Amore visto dall’alto, finalista al Premio Viareggio. Seguono i racconti in versi Ragazze italiane (1990) e a chiudere una sorta di trilogia della giovinezza il volume Preghiere d’un laico (1994), vincitore d’importanti premi come il Montale, il Gozzano e il Gatto. Critico e saggista, ha curato molti classici e l’antologia Storia dell’arte italiana in poesia (1990). I suoi Petali in luce (1998) sono un vero e proprio calendario lirico-emotivo. Melodie della Terra (1998) è un vasto studio sul ’900 italiano in rapporto all’idea di Natura. Ha scritto anche un compendio sul cinema in rapporto alle altre arti (Costruire lo sguardo. “Storia Sinestetica del Cinema in 40 grandi registi”, 2009) e un vasto canzoniere – quasi un romanzo in versi – sull’amore, Gli Amanti in Volo (2014). La raccolta di poesie e poemetti civili (1994-2020), Museo dell’Uomo (con una nota di Giulio Ferroni) è del 2020.

Una risposta a "Adieu Plinius"

  1. a  Plinius  

    Plinius,

    sapessi tu come è sfacciatamente azzurro il cielo

    questa mattina,

    come il sesto sole di giugno

    reclama la capricciosa spuma del tuo sorriso,

    come la disponibilità del tuo  cuore

    volge altrove la chiarezza del tuo benestare,

    e quando parlammo delle mie Legioni

    come ti si accese l’applauso dei tuoi occhi.

    Poi

     la stoccata della Signora in gramaglie,

     la stangata della sua voce arrocata

    che mutilò gli angeli degli arti

    e che passando come monatto accattone

    fermò il carro sotto la tua casa

    perché il tuo cellulare fosse una campana!

    Non altro se non un commiato indecente

    e questo mio capriccio di calpestare

    questa mattina

    la sala degli artisti a mezzogiorno

    e non cantare per te il mio epitaffio

    e non avvisarti del mio necrologio.

    ———————————–

    Antonio Sagredo

    Roma, 6 giugno 2026

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