PLINIO PERILLI, STELLA DEL DONO
di Vincenzo Notaro
Poietés, critico sinestetico, anima filosofante, d’ogni musa amante, intessitore di ‘rispondenze’, e tra le arti e tra i destini umani: Plinio Perilli ha traversato una vita d’eccezione – oltre mezzo secolo di ricerca, oltre quarant’anni di pubblicazioni – senza mai trasformare il sapere in esercizio di vanità, «con la certezza e il bisogno di una lirica che fosse non più solo performance arzigogolata, o sperimentale, ma neanche elegante ammiccamento di stile, manierismo alchemico, esercizio post-intellettuale, peggio smielata effusione romantica» – come egli stesso ebbe a dire sul discreto spazio di un’aletta nel suo Museo dell’uomo (Zona, 2020).
Ci lascia così, nello sconcerto, il 30 maggio 2026, una delle voci intellettuali più alte d’Italia. E se il dolore rende talvolta imprudenti i giudizi, in questo caso sento di non correre alcun rischio aggiungendo: una delle più alte d’ogni tempo.
Uscito poeta dalla Nunziatella e ‘innamorato militante’ dalla vita, Plinio Perilli è stato un uomo capace di trasformare il rigore in tenerezza e la sensibilità in instancabile impegno civile.
Nato a Roma nel 1955, figlio dello sceneggiatore e regista Ivo Perilli e dell’attrice Lia Corelli, crebbe in un fervore artistico e intellettuale di prim’ordine, che ne ha alimentato l’intera opera. Esordì come poeta nel 1982 sulle pagine di Alfabeta. La sua prima raccolta, L’Amore visto dall’alto (1989), giunse finalista al Premio Viareggio, inaugurando un cammino fatto da tappe splendide, tra le quali vanno almeno menzionate Ragazze italiane (1990), Preghiere d’un laico (1994), silloge insignita di prestigiosi riconoscimenti – tra cui il Montale, il Gozzano e il Gatto –, Petali di luce (1998), RomAmor (2010) e il meraviglioso Gli amanti in volo (2014).
Parallelamente alla scrittura in versi e alle centinaia di prefazioni, note e contributi a riviste cartacee e online, Plinio Perilli ha sviluppato un’opera critica di straordinaria ampiezza e densità.
Con Storia dell’arte italiana in poesia (Sansoni, 1990) aprì un territorio di ricerca quasi inesplorato, indagando le rispondenze tra parola poetica e immagine artistica; con Melodie della Terra (Crocetti, 1998) dedicò un vasto studio al rapporto tra natura e poesia nel Novecento italiano; con Costruire lo sguardo. Storia sinestetica del cinema in quaranta grandi registi (Gruppo Mancosu, 2009) diede forma a una delle più originali riflessioni – a livello internazionale – sul dialogo tra cinema, immagine e letteratura: un’opera monumentale di oltre 500 pagine, salutata tra le più ardite imprese di critica cinematografica della storia.
Opere nate da una sterminata erudizione e da una rarissima sensibilità, capace di mettere in profonda relazione arti, linguaggi e immaginari apparentemente molto distanti, ma che attraverso la sua lettura oggi c’appaiono, più che intrecciati, affratellati.
A queste opere s’aggiunge l’antologia in lingua inglese Promises of Love, pubblicata a New York nel 2004, nonché una lunga attività di curatela che lo ha visto confrontarsi con autori e tradizioni appartenenti alle epoche e ai linguaggi più diversificati.
La sua biografia coincide, per molti aspetti, con la storia della cultura italiana contemporanea. Dagli esordi sotto gli auspici di Antonio Porta, al riconoscimento – in maturità – da parte di Giulio Ferroni, fino alle innumerevoli relazioni coltivate nel mondo della poesia, della filosofia, della critica, delle arti e della letteratura… attorno a Plinio Perilli si è formata nel tempo una costellazione di intelligenze e sensibilità straordinarie. Non soltanto per la vastità della sua cultura o per l’originalità del suo pensiero, ma per quella virtù oggi rarissima che consiste nel trasformare il sapere in ‘comunanza’.
Sarebbe pertanto ingeneroso ricordare Plinio solo attraverso i libri, i premi, gli studi e i riconoscimenti. E se una parola può raccogliere il senso profondo della sua esistenza, questa è ‘dono’.
Dono di tempo, anzitutto. Dono di ascolto. Dono di sapienza. Dono di presenza.
Dietro l’intellettuale riconosciuto, il poeta premiato, il critico raffinato, vi era l’uomo che si prodigava instancabilmente per amici, autori esordienti, colleghi, discenti.
Quanti e quante hanno trovato in Plinio attenzione, incoraggiamento e prodigo sostegno!
Per Plinio, uomo di fulgida luce e inarrivabile generosità, l’essenza stessa del tutt’uno d’arte e vita è stata appunto il ‘dono’, che più volte ritenne di ricevere nei suoi versi innamorati – «Pensarti è un dono – come uno specchio / che sa fiorirti, rimpianto del mio futuro – / se al tuo può condurmi: emozionati, / devoti all’Identico». Dono che, invero, è stato egli a elargire a chi ha avuto il privilegio di godere della sua presenza e della sua poesia.
A tal riguardo, sento di condividere una sua dedica, quintessenza del suo animo, pensiero e impegno: A circonfondere il Mondo, che è di tutti – di ogni ‘io’, che ovviamente «è un altro».
Plinio era orientato agli antipodi di quest’epoca che ha degradato il sapere in esibizione e la notorietà in misura del valore: per lui la cultura non è mai stata un capitale da accumulare, ma condivisione, incontro, infaticabile ricerca dell’altro. Una responsabilità da testimoniare con l’ardore di uno sconfinato amore.
E proprio l’amore occupa il centro d’ogni sua visione. Certo non il sentimento privato, del quale è stato un grande seminatore, ma l’amore universale, laicamente divino, come instancabile moto verso l’alterità, verso l’oltre.
«Nel Mito antico e nuovo dell’Amore, sconfinando
dai cuori al Cuore: uno solo ci basta, si dica
nostro, e poi brilli per tutti!… Vasto quanto
il regno dell’Anima, in pace o in guerra».
[da Casa d’amore]
Gran parte della sua opera poetica può essere letta alla luce di questa tensione, che forse trovò la sua manifestazione più alta e commovente nel suo legame con Nina Maroccolo.
Compagna di vita e d’arte, Nina rappresentò per Plinio un destino di profonda coesione e unità. Devoto ne accompagnò il percorso creativo, ne sostenne la voce, ne custodì le opere. Quando la malattia rese più difficile il suo cammino, le rimase accanto fino all’ultimo respiro, trasformando la fedeltà in un quotidiano presidio di dedizione. Dopo la sua scomparsa continuò a vegliare sulla sua eredità letteraria, artistica e umana con la stessa cura con cui l’accompagnò in vita. In quel gesto di custodia – del quale sono stato testimone e partecipe privilegiato durante la pubblicazione de La Rivoluzione degli Eucalipti (Disvelare, 2021) – si manifesta forse uno dei tratti più profondi della sua personalità: la convinzione che l’amore sia anzitutto prendersi cura dell’altro.
Nina lo chiamava «il mio piccolo Avalokiteśvara», il bodhisattva della compassione.
Per lei, Plinio ha scritto pagine di inusitata tensione amorosa, come i seguenti versi tratti da L’infinito a pezzi:
«Ci spezza l’infinito, e l’anima poi gioca,
celebra quei frammenti. Ma brilla più vera,
vale tutto il viaggio dall’Io al Noi, dentro
di Sé. Ci restano frammenti, come oggi
per me pensare la prima volta che ti vidi,
o ti baciai, piansi un dolore. Che gemma
e rigemma sempre, sino a fiorirne lieto…
Questa è la vita: l’ansia di viverla meglio,
capirla, curarla, decifrarla. Malata d’infinito».
Chi lo ha conosciuto sa quanto questa sua disposizione all’amore metafisico – nel senso di far cielo la carne, con tutto il piacere e il dolore che ciò comporta – attraversasse ogni aspetto della sua esistenza.
Plinio è stato per tutti coloro che l’hanno incontrato una stella polare dalla luce calda, costante e mai accecante di personalismo. Una luce tanto strenua quanto discreta.
Una presenza che, parafrasando Eckhart, non ha mai chiesto d’esser vista, eppure capace di orientare il cammino e riscaldare i cuori di chi ha avuto la fortuna d’intercettarne la luce.
E se n’è andato proprio così, con il medesimo riserbo che l’ha animato in vita. In silenzio. Con eleganza. Con quella leggerezza che gli ha consentito persino nell’ultimo istante di non gravare sui propri cari, quasi volesse risparmiar loro il peso dell’addio.
Rimangono le sue opere, destinate a occupare un posto di assoluto risalto nella storia della poesia e della cultura italiane. Rimangono le amicizie che ha coltivato, gli autori che ha sostenuto, i ricordi che ha custodito. Rimane soprattutto la testimonianza di una vita interamente spesa nel segno dell’amore e del dono.
Ed è forse questa lezione – come sopra così sotto – semplice e altissima, l’eredità più preziosa che Plinio Perilli ci consegna: la certezza che la cultura giunge alla sua forma più alta quando diventa cura, e che l’amore – dedizione totale all’altro – è l’unica autentica opera possibile. L’opera d’arte totale. L’opera viva di vita.
Ora il cielo ti sia lieve, Pliniux.
Fraternamente,
Vinz


Non so se sono stato l’ultimo a parlare con lui per telefono venerdì 29 verso mezzogiorno., per metterci di accordo di andare insieme in via Reggio Emilia, 89, alla libreria ORA FELIX, per dire, lui, della poesia e dell’opera di Adam Vaccaro insieme a Donato Di Stasi. Mi rispose (dopo aver parlato prima di alcuni progetti fatti insieme riguardo la pubblicazione in autunno di alcuni miei componimenti ne “Il diritto della Poesia”)… mi rispose dunque che non se la sentiva, ma non per lo sciopero dei mezzi pubblici, ma perché aveva male alla gamba, che non avrebbe potuto guidare la sua auto e che sarebbe stato meglio restare a casa. Era molto dispiaciuto di non poter incontrare Adam e Donato, e altri. Quando giunsi verso 17.30 alla libreria, Adam mi disse (domenica pomeriggio – era già tornato a Milano) che aveva provato più volte a telefonare a Plinio, ma non rispondeva nessuno. Sabato mattina mi telefona Letizia Leone e mi comunica che Plinio é morto, che lo hanno trovato col cellulare in mano. E che stanno ricostruendo le sue ultime ore. Le ho riferito della mia telefonata e di quel dolore alla gamba.
Doppia tristezza: Plinio mi parlò accorato di Giorgio Linguaglossa, che l’ha preceduto.
Antonio Sagredo
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